Depressione

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Parte 1

Ero seduta su una panchina con mia sorella al parco.
Gli alberi, li sentivi sussurrare da quanto vento c'era. Emily fissava dolcemente un bambino che scendeva e risaliva da uno scivolo color mandarino. Mia sorella mi indicò un'altalena libera e battè le mani: era muta. Mi alzai e le presi la mano, incamminandomi verso l'altalena, quando tre ragazzi di circa sedici anni, ci passarono davanti:
„Toglietevi paraplegiche!" si misero a ridere.
Guardai Emily e la sua lacrima piena di imbarazzo scenderle sulla guancia; poi sentii la mano essere stretta e il gesto che lei fece per andare via, ma io le lasciai la mano, mi avvicinai al ragazzo e gli tirai un pugno assestato sul setto nasale, il quale cominciò a sanguignarli come una cascata:
„Andatevene, paraplegici!" dissi.
I ragazzi si incamminarono verso la fontanella più vicina, per sciacquare il naso del compagno, lasciando libera l'altalena.
Notai del sangue su di essa e lo pulii con il bordo della camicia vecchia che indossavo. Emily si sedette contenta.
Cominciai a spingerla e lei cominciò a sorridere e le lacrime si asciugarono grazie al vento che le accarezzava il viso.
Poi, arrivò una bambina:
„Mamma? Perché quella femmina ha la faccia così strana?" la madre guardò Emily, prese sua figlia per mano e se ne andò.
Intanto, l'altalena si era fermata e Emily era scesa.
„Dove vai?" le chiesi.
Lei non si voltò e cominciò a correre verso degli alberi:
„Emily! Torna qui, dai!" lei correva, correva lontano da un mondo pieno di pregiudizi ma, non comprendeva, che ne faceva parte, e non puoi scappare da quello di cui fai parte.
Io provai a rincorrerla nel suo obbiettivo di andarsene, quando lei cadde:
„Emily!"
Il suo vestito giallo, oramai nero, le si era sporcato con il fango del suolo:
„Stai bene?" le chiesi.
Lei mi annuì mentre le lacrime cadevano sul tessuto sporco dell'indumento: sembrava, che con tutte quelle lacrime, lei volesse pulire quel fango nero dal suo vestito color del sole:
„Dai, andiamo a casa..." la incitai, ma lei mi strattonò e si buttò a terra, cercando di evitare il ritorno all'inferno.
„Sai che prima o poi ci dovremmo tornare, no?" le feci capire che non avevamo scelta.
Lei mi prese per la camicia e indicò un punto della foresta, che non sembrava avere una fine: l'idea di scappare mi solleticava le meningi da un po' di tempo, ma sapevo che era una cosa inutile, visto tutte le precauzioni che mi sarei dovuta prendere per proteggere mia sorella.
Le guardai gli occhi che ancora cercavano una fine a quel sentiero infinito verso la libertà; dentro a quegli occhi scuri, si potevano vedere rifelssi di felicità e speranza, ma quando lei comprese, che non c'era speranza per la sua felicità, si sollevò da terra, impassibile e con la faccia sporca di fango mi fece segno di tornare.
I bambini erano tornati a casa e le uniche persone presenti, erano baristi che chiudevano le saracinesche e portavano dentro tavolini di ferro. La strada per casa nostra era buia e sola e la luce innaturale dei lampioni ci permetteva di vedere dove mettavamo i piedi, senza rischiare di cadere su una siringa o su cocci di vetro.
„Emily, cerca di pulirti il vestito più che puoi, che poi mamma e papà si arrabbiano..." le dissi.
Lei, quando capì di cosa stavo parlando, si preoccupò e cominciò a pulirsi quel bel vestito dal sudiciume del suolo: ad ogni macchia ancora presente sulla stoffa, lacrime sgorgavano da tutte le parti, come se la diga che le teneva all'interno, si fosse rotta.
Le presi quel viso, che per me era la cosa più bella su cui avessi mai posato gli occhi e glielo tirai su, obbligandola a guardarmi in faccia: lei mi abbracciò e mi fissò a lungo. Sapevo perfettamente cosa mi stava chiedendo e sapevo anche, che era da troppo tempo che soffriva e io non le permettevo mai di scappare da quella sofferenza, così, questa volta le annuii, permettendo a quel sorriso che tanto nascondeva, di farsi vedere ancora, magari un'ultima volta.
Arrivammo davanti al portone di casa ed io mi fermai:
„Emily... io..." questa volta, la diga, la ruppi io.
Ma lei mi prese le mani e se le portò sulle sue guance rosee, ricostruendo, un poco di orgoglio nel mio cuore e dandomi il coraggio, di tirare quella maniglia per l'ultima volta:
„E noi che speravamo che qualche ubriaco vi avesse tirato sotto..." sentimmo dire da nostro padre ubriaco.
„Dovevamo pregare di più.." lo assecondò nostra madre delusa.
„Ma che..." continuò la donna, „che cazzo hai fatto al vesito?!" vidi Emily serrare gli occhi, mentre mamma prendeva in mano la stoffa sporca.
„Hai visto che cazzo succede a regalare qualcosa a quella demente?!" disse mio padre.
In realtà, quel vestito, me lo aveva regalato una mia amica ad un mio compleanno, e poi io, lo passai a Emily, ma non mi azzardai a contraddirli.
„Guarda te questa stronza!" la mamma lasciò un segno di cinque dita sul volto di mia sorella, ma lei continuava ad essere forte e continuava a tenere gli occhi chiusi.
„L'ho sporcata io con il fango!" urlai.
„Cosa hai fatto?!" sbraitò mio padre venendomi incontro e cominciando a picchiarmi.
„Puttanella che non sei altro!" mia madre si aggiunse.
Sentivo ogni pugno e ogni calcio. Con la coda dell'occhio, riuscivo a vedere Emily: stava piangendo in un angolo. Io le sorrisi e le annuii, sperando lei capisse quello che intendevo.
La vidi fare un respiro profondo, alzarsi ed andare in cucina.
Intanto, la mia soglia di dolore, con il tempo si era alzata e quei pugni, quei calci e quegli sputi che una volta mi facevano venire lividi e tagli e arrossamenti che non riuscivo neanche a guardare, ora era soltanto un'attività quotidiana, alla quale io ed Emily ci eravamo abituate.
I miei occhi scorsero il vestito giallo e nero di mia sorella: li chiusi, facendo scendere le ultime lacrime che potevo permettermi e poi lo sentii: un botto. Dopo quel rumore, i pugni e i calci erano terminati e un urlo seguì, il quale, a sua volta, fu seguito da un altro botto e qualcosa cadde. Trovai la forza di aprire la via all'orrore e vidi ogni singola cosa: I nostri genitori, a terra, uno con un buco in testa e l'altra con uno sul busto, uno sopra l'altro, immersi in una pozza di sangue, ancora con gli occhi aperti che sembravano chiedere perdono, ma io ebbi la forza di chiuderglieli, in segno di rispetto.
Mi voltai: Emily era seduta per terra, respirava pesantemente e il vestito che un tempo era giallo e nero, ora era diventato giallo, nero e rosso. I suoi occhi si alzarono sui miei, pieni di rimpianto e tristezza e a quel punto notai le ultime due cose: la mano tremante di mia sorella, si sollevò da terra, la pistola era ancora calda, e se la posò con leggerezza sulla tempia destra. Mi guardò un'ultima volta e mi sorrise, io le ricambiai con le lacrime agli occhi e chiusi gli occhi di nuovo, per sentire ancora quel botto e qualcosa che cadeva a terra: Emily.
Anche i suoi occhi rimasero aperti, ma da mia sorella, scorsi un luccichio di ringraziamento spegnersi lentamente. Quando fu del tutto spento, mi incamminai a gattoni verso l'arnese che mi avrebbe fatto riincontrare mia sorella: lo misi in bocca e l'ultima goccia di qualsiasi sentimento provassi in quel momento, scese sulla canna della pistola.
Chiusi gli occhi, stavolta per sempre.

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⏰ Last updated: May 09, 2016 ⏰

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