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Avevo i muscoli a pezzi, non riuscivo a muovermi. Merda, erano passati sei mesi e io ancora non avevo il coraggio di andare a scuola ad affrontare quelle facce di cazzo dei miei compagni di classe. Non avevo altra scelta, non potevo continuare a vivere in quel modo. Dovevo tornare a studiare, sennò erano cazzi. Così, decisi di alzarmi alle 06:35 e andai in cucina:"Mamma, dove cavolo sono i cereali?" Mia mamma si alzò dal letto, scese le scale e mi rispose:"Arthur, ma sei pazzo? Sono le sei del mattino, cosa vuoi? A cosa diavolo ti servono i cereali?" Le risposi, subito dopo:"Mamma, calmati. Ho capito che vuoi dormire un altro po', però non ti agitare. Volevo sapere dove sono i cereali, perché vorrei fare colazione." Dopo queste mie parole, si strizzò gli occhi e si mise a sedere insieme a me. Dopo qualche minuto mi rispose:"Ah, ho capito...comunque sono nel frigo." Io, notando la sua incredulità, dissi:"Cosa c'è? Qualcosa che non va?" Con ritardo,rispose:"Ehm no, Arthur, no. Solo che sono sei mesi che non fai colazione la mattina, cosa ti è preso all'improvviso? Cosa vuoi fare?" Con un po' di fatica, le risposi:"Voglio tornare a scuola. Sì. Voglio tornare a scuola. Perché mi sono stancato di vivere così, fermo, immobile nel mio letto con il cellulare in mano e con le buste di patatine sparse per la camera. Se poi crollerò, crollerò, pazienza. Ma devo provarci, mamma." Con le lacrime agli occhi, mi disse:"Immaginavo, figliolo. Io non so che dirti, fai quello che ti senti in grado di fare. Non posso ostacolarti, perché di ostacoli ne hai avuti tanti e ancora non li hai superati. Questi sono piccoli passi e non posso fare altro che apprezzare lo sforzo che stai facendo oggi per ritornare felice. Ora vieni qui." L'abbracciai e poi tornai di sopra per prepararmi. Aprii l'armadio e notai che non avevo niente da mettermi e così andai nell'armadio di mio padre e mi rubai una sua vecchia camicia a quadretti, di quando era giovane, e un pantalone grigio. Poco dopo, arrivò l'autobus. Ma se ne andò subito, perché era abituato a non vedere nessuno intenzionato a salire. Quindi, ero costretto a farmi qualche chilometro a piedi. Dopo una quindicina di minuti, arrivai fuori scuola. Ancora non riuscivo a rendermi conto del mio coraggio. Quando suonò la campanella, feci entrare prima tutti i ragazzi, ma proprio tutti, senza farmi vedere, naturalmente. Solo quando il bidello Peter stava per chiudere le porte decisi di entrare anch'io. Incominciai a camminare con lo sguardo rivolto verso il basso, talmente dalla vergogna. Ma Peter mi riconobbe subito e mi disse:"Uh la la'! Guarda un po' chi si vede! Il signorino Arthur Evans. Che si dice?" Io, con paura:"Salve signor Peter. Sto bene, grazie per l' interesse. Ora se permettete, devo entrare." Lui, senza esitare mi fece passare. Una volta varcata la soglia del portone principale, ero spaesato. Per fortuna mi ricordavo la classe. Bussai, entrai, chiusi la porta e dissi:"Buongiorno professor Collins, scusate per il ritardo." Lui, impietrito, rispose:"Ehm, eh...Buongiorno Evans. Non è durato un po'troppo questo ritardo?" Io, con timore gli dissi:"Ho avuto da fare. Molto da fare." Dopo la mia risposta, cominciò la lezione e già tutti i miei compagni mi guardavano male e ridevano. Io non me ne importai e incominciai anche io a seguire la spiegazione del professore. Dopo solo dieci minuti, il signor Peter entrò in classe e disse che il preside mi voleva nel suo ufficio. Mi alzai di scatto e mi avviai al primo piano. Mi aspettava all'entrata della segreteria e stupito, mi disse:"Ma buongiorno Arthur. Prego, accomodati pure. Allora? A cosa devo questo tuo ritorno a scuola? Tranquillo, non voglio farti nessuna predica, anzi. Voglio parlare con te e voglio sapere quello che è successo in questi sei mesi. A me puoi dirlo." Io, calmo:"In questi sei mesi ho fatto tante cose, sono stato molto impegnato. E sinceramente preside, non ci tengo a raccontarle tutta la storia. Siete una grande persona e forse io sono uno dei pochi che lo pensa, ma non voglio parlarle di tutto quello che mi è successo. Le dico soltanto che stamattina mi sono svegliato diversamente e sono venuto qui a scuola. Tutto qui." Mi guardò e rispose:"D'accordo Evans, come vuoi. Ci saranno altre occasioni. Ehm, okay. Volevo solo un piccolo chiarimento. Ora puoi tornare in classe." Scesi le scale e tornai a seguire la lezione di chimica. Quando ormai erano le 13:42, potevo tornare a casa, ma prima avevo voglia di fumarmi una sigaretta. Solo in secondo momento mi accorsi di aver dimenticato l'accendino a casa. Qualche istante dopo vidi una ragazza in lontananza, con i capelli rossi e con una felpa dello stesso colore. Vidi che aveva una sigaretta in mano e allora decisi di andare da lei a chiedere:"Scusa, hai da accendere?" Lei:"Sì, tieni." Mi misi a fumare insieme a lei e dopo cinque minuti e ripetuti sguardi esclamai:"Daisy. Daisy! Daisy, ti ricordi di me? Abbiamo fatto quel progetto di fotografia insieme! Ricordi?" Lei:"No, mi spiace. Non ricordo nessun progetto di fotografia. Forse ci conosciamo, forse no." Rimasi senza parole e tornai a casa poco dopo. Era già passato il 'primo' giorno e ne avevo davanti ancora molti da superare.

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