Capitolo 1

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Joseph Dunn, Joff per gli amici, riprende coscienza con l'odioso allarme della sua sveglia. È stata una nottata terribile, che lo ha lasciato insonne per ore. La causa di questo spiacevole evento sono i pensieri che gli ronzano in testa, ossia; Christie, il lavoro, la politica, l'attualità e la morte. Si desta di colpo e si tuffa nell'acqua calda della doccia per una decina di minuti, alla fine dei quali ritorna di nuovo in camera da letto per vestirsi. Oggi, profumo alla cannella, completo nero con cravatta rossa, gemelli d'argento e orologio con finiture di medesimo materiale. Ritorna in bagno, si pettina finché non è soddisfatto del risultato e poi si catapulta in cucina. In mente gli balena in un istante il ricordo dello sgomento del mattino precedente, quando constatò che il caffè era finito. Grida qualche bestemmia, tira indietro la manica del braccio sinistro e constata l'ora: sei e quarantacinque. "Un quarto d'ora per arrivare al bar, circa mezz'ora per mangiare e dieci minuti per arrivare in sede" dice a se stesso mente contempla il preciso movimento delle lancette. Portafoglio e cellulare nella tasca interna, ventiquattrore in una mano e chiavi di casa nell'altra, se ne esce di casa, chiude la porta e si incammina verso il "Metro". Oggi il locale è piuttosto vuoto, meglio così, pensa Joff. Si dirige al suo tavolo preferito, quello in fondo al locale, davanti allo specchio.

-Desidera?- il suono della voce della ragazza riscuote Joff dai suoi pensieri e prontamente risponde

-Salve, mi potreste portare la colazione completa?.- con un sorriso beffardo sulle labbra

-Certo, vuole altro?.-

-No grazie.-

La cameriera ritorna in cucina, e Joseph continua a fissare il proprio riflesso alla ricerca di imperfezioni nella capigliatura, mentre aspetta le uova, il bacon, il caffè e il succo di frutta, ovvero, la colazione completa. Mangia, paga il conto e si getta di nuovo in strada per raggiungere la sua meta.

La Jefferson Electronic è una software house indipendente e intrepida, una di quelle aziende che si è aggiunta all'ultimo momento per sfruttare l'incredibile potenziale dell'informatica. Lì ci lavorano una miriade di programmatori neo laureati e manager senza scrupoli che venderebbero la madre per un po' di spiccioli. La Jefferson è nata grazie al sogno di Mr. Jefferson McCarthy, un vecchio magnate con più soldi che dignità, che un giorno decise di investire il suo colossale patrimonio in qualcosa di nuovo e diverso dalle solite miniere a cui era tanto avvezzo. Non appena fu creata, in molti chiesero di essere assunti, e in molti non vennero accettati, in parte per il fatto che non conoscevano il linguaggi di programmazione richiesti e in parte perché coloro che li conoscevano avevano passato talmente tanto tempo dietro alle macchine da dimenticare il funzionamento di un'interazione sociale, e di conseguenza, fallivano miseramente ai colloqui. Quelli che furono assunti erano degli esseri straordinari: persone brillanti e meritevoli, uomini e donne dall'enorme potenziale, tutti usciti dalle migliori università con i migliori voti e le migliori raccomandazioni. Ah, e poi c'era Joff, lui non sapeva esattamente perché fosse li. La laurea in informatica l'aveva, ma era probabilmente il meno qualificato tra tutti i laureandi, infatti non dovette scorrere molto tempo prima che dimenticasse gran parte di quello che aveva imparato, ma una cosa l'aveva ben chiara e non l'aveva mai scordata: l'arte del sopravvivere. Con gli ultimi rimasugli dei faticatissimi soldi donatogli dai suoi genitori, e qualche spicciolo rubato qua e là, comprò dei vestiti eleganti, un profumo divino, un orologio fasullo, ma dannatamente simile alla sua controparte originale, e si presentò al colloquio. Gli chiesero che cosa sapesse dei linguaggi di programmazione richiesti, e all'ora lui rispose con voce convincente e autoritaria: "Non c'è cosa che io non sappia a riguardo; i comandi, gli algoritmi, è tutto dentro la mia testa" mentre in realtà non si ricordava nemmeno cosa significasse programmazione, e prima che potessero chiedergli altro lui continuò il discorso con un passione sconcertante: "E cosa più importante, in me v'è la voglia di innovare, di andare avanti, di creare il futuro. Qui al Jefferson cercate qualcuno che pavimenti le strade per l'avvenire, e quanto è vero il signore, io sono l'uomo giusto!" si avvicinò di più verso i suoi futuri datori di lavoro, che dall'altra parte della scrivania lo osservavano come se fosse il messia. Poi aggiunse con una carica emotiva ancora più intensa: "Quando ero lì, davanti al computer, ad imparare ed ammirare quello che altri crearono prima di me, sentivo dentro di me che il mio futuro sarebbe stato questo, innovare, portare il mondo avanti attraverso le mie idee e il mio impegno, rendere grande l'azienda per cui avrei lavorato, rendere invidiosi di essa tutti quelli che sarebbero venuti dopo!"

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⏰ Last updated: Feb 27, 2016 ⏰

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Master Joseph DunnWhere stories live. Discover now