Capitolo 1

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Mi sono appena svegliata e già non vedo l'ora di tornarmene a letto.
La sveglia posta sul comodino continua a suonare così la prendo e la scaglio contro il muro.
Quando cade sul pavimento, si sente un piccolo tonfo.
Penso si sia rotta, ma quando sposto la mia visuale per valutare in che condizioni si trovi, noto che vibra ancora.
Sbuffando e brontolando, tiro via le lenzuola dal mio letto e mi trascino in bagno, dove mi lavo il viso e poi i denti.
Nel riporre lo spazzolino nel recipiente apposito, alzo lo sguardo ed incontro il mio riflesso nello specchio.
Due paia d'occhi color ghiaccio mi osservano.
I capelli grigi mi ricadono lisci sulle spalle.
Li ho sempre avuti così, sin da quando ero piccola.
Per quanto fossero lisci di loro, non ho mai usato piastre per acconciarli.

Distolgo lo sguardo dallo specchio il prima possibile.
Non mi piace guardarmi.
Non mi piace guardare la persona che sono diventata, la persona che loro mi hanno fatto diventare.

Una volta uscita dal bagno, raggiungo la cucina, che è immersa in un piacevole silenzio.
I miei, come al solito, sono già a lavoro.
Aziono la macchinetta del caffè e aspetto qualche minuto che si prepari.
Quando la sento brontolare, spengo il gas e verso il caffè in una tazzina.
Lo sorseggio lentamente, gustandomi il liquido amaro che riscalda il mio palato.
Quando non ne rimane più niente, lavo la tazzina e torno in camera mia.
Le pareti, decorate con poster di cantanti, sono di un azzurro leggero mentre il letto ed i mobili bianchi e grigi.
La libreria posta accanto al mio letto straripa di libri, posti in ordine di colore.
Da quando il caos è entrato a far parte della mia vita, ordino tutto ciò che può essere ordinato.
Stabilisco un controllo su tutto ciò che posso controllare.

Apro l'armadio e, senza perdere tempo,
scelgo ed indosso un paio di jeans neri strappati e una felpa bianca.
Abbino il tutto a delle Converse delle stesso colore della felpa.
Non amo mettermi in mostra, assolutamente, ma ci tengo a valorizzarmi, a piacermi, seppur un minimo.

Se non posso cambiare il disastro che sono dentro, che almeno mi prenda cura della persona che sono esteticamente.

Dopo aver preso lo zaino e le chiavi di casa, consapevole che al ritorno non troverò nessuno, esco di casa.
Mi infilo lo zaino in spalla ed infilo le cuffiette nel mio adorato IPod.
Scelgo la prima canzone della mia infinita playlist, DNA delle Little Mix, e mi avvio in fermata.
Questa canzone mi ha sempre dato una carica assurda.
È sempre riuscita, anche se per poco, a farmi evadere dai miei pensieri.
La canzone dopo DNA, scelta dalla riproduzione casuale, è Flashlight di Jessie J.
Questa canzone, al contrario della prima, mi ha sempre permesso di essere un'altra persona, di fingere che tutto nella mia vita non fosse caduto a pezzi.
Di pensare che tutto, un giorno, possa andare bene.

La prima volta che sentii questa canzone, stavo passando un brutto momento.
Non mi consideravo depressa, solo apatica e distaccata da tutto ciò che non mi riguardasse.

Le emozioni che mi trasmise, la forza che mi diede, mi aiutarono ad uscire dal tunnel buio in cui mi stavo addentrando.

Come lei aveva trovato la sua torcia, la sua luce nell'oscurità, io avevo trovato la mia.
Ero io la mia forza.
Ero io il mio sole, che seppur pallido, emanava ancora la sua luce.

Spinta da quella convinzione, decisi di dedicarmi al canto.
Volevo trasmettere anche io ciò che provavo, anche io volevo rendere gli altri partecipi del mio dolore.
Anch'io volevo qualcuno che si ritrovasse nelle mie parole e condividesse la mia sofferenza.
Così ho iniziato a comporre ed a cantare, ad estraniarmi dalla realtà che mi circondava.
Ho frequentato diverse scuole di canto, fino ad arrivare ad essere una cantante, a detta di mia nonna, la quale stravede per me e per la mia voce, professionista.
A detta mia, però, sono mediocre, niente di così eclatante.

Persa nelle parole delle canzoni che seguono Flashlight, non mi accorgo dell'autobus che sta arrivando.
Mi affretto verso le porte scorrevoli e, poco prima che si richiudano, trovo un posto in cui sedermi.

Un gruppo di ragazzi seduti davanti a me urla e si diverte.
Quanto vorrei poter riavere anche io quella spensieratezza e quella convinzione legata al fatto che niente potesse mai andare male o rovinarsi.

Cinque fermate dopo quella dove sono salita io, sale un ragazzo, che deduco essere loro amico dal modo in cui li saluta e ride con loro.
Quando il suo sguardo incrocia il mio, mi stringo nella felpa, ma lo non distolgo, anzi lo sostengo.
Un sorriso impertinente increspa le sue labbra e vedo che dice qualcosa al suo amico, che si gira nella mia direzione e ride.
Lo guardo talmente male che per un attimo smette di ridere, poi però il suo amico aggiunge qualcosa e quello torna a sghignazzare.
Distolgo lo sguardo da loro due e mi concentro sul paesaggio intorno a me circostante.
Quando sento toccarmi, mi giro di scatto e noto un paio d'occhi castani che mi fissano.
«Posso sedermi qui?» il ragazzo salito da poco indica il sedile accanto al mio.
«Ci sono minimo altri dieci sedili liberi nell'autobus, non vedo perché dovresti sederti proprio qui.»
rispondo, abbassando il volume della musica.
«Gli altri non hanno te come compagna di viaggio.» sorride e potrebbe essere un bel sorriso se i suoi occhi non nascondessero tutt'altro.
Sorrido a mia volta, ma prima che possa dargli strane idee, occupo il posto accanto a me con lo zaino.
«È un no, quindi?» si lecca le labbra e mi guarda.
«È un no.» gli rispondo, invitandolo con un sorriso falso ad andarsene.
Sembra aver capito che non mi interessa la sua presenza perché si allontana e torna dai suoi amici, senza prima avermi sorriso un'ultima volta.

Ciò che ho visto nei suoi occhi mi ha ricordato ciò che ho visto negli occhi di quei tre ragazzi quando hanno messo le loro mani sul mio corpo, violandolo e facendone ciò che volevano.
Ho avuto paura, ma mai come ne ho avuta allora.

Seguitemi sulla pagina ufficiale della storia se vi va💘

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