Start.
Nella mia vita sono stata chiamata in molti modi, e tutti esternamente derisori e banali; all'inizio mi lasciavo ferire, ero troppo debole.
Quale ragazza vorrebbe sentirsi chiamare "puttana" dalla sua migliore amica?
Nessuna.
Con il passare degli anni, però, sono cresciuta, mi sono fatta forza ogni volta che cadevo rialzandomi da sola: non avevo nessuno al mio fianco.
Loro se n'erano andati, come tutti, del resto.
Mi mancava stare con loro, parlare, scherzare e crescere insieme.
Hanno reso la mia infanzia bellissima.
È soprattutto per questo che la loro allontananza è stata così dolorosa; io li volevo veramente bene o, almeno, come una bambina di appena tredici anni può volerne.
In America sono cambiata, lo ammetto, mi sono fatta più consapevole di ciò che rappresento e delle mie forme.
I ragazzi mi desideravo ardentemente, ero il loro sogni erotico preferito.
E questo non faceva altro che ingigantire il mio ego.
Amo sentirmi desiderata, stare al centro delle attenzioni maschili.
Ho avuto molti problemi per questo: non sono mai riuscita a farmi veri amici, ho rovinata il rapporto con mia madre e non ho mai trovato l'amore.
So che può sembrare triste, ma è la mia vita, posso farci quello che voglio.
Le persone che non lo capiscono sono ignoranti.
Durante questi anni mi sono sempre di più avvicinata alla musica, facendo la diventare quasi come una dipendenza.
Alcool, sesso, droga e musica.
È questo tutto ciò che desideravo, ed è tutto ciò che ho ottenuto.
Nella mia vita sono stata chiamata in molti modi, ma tutti fatti esternamente con poca originalità: la gente non usa più tanta fantasia nel trovare prese in giro.
È quasi deludente, se ci pensate.
Quasi come l'idea che ha avuto mia madre per "farmi tornare la ragazzina dolce che ero": lasciare tutta la mia vita in America ed andare a vivere da mio padre, in Italia, la mia madrepatria.
Mi sono inevitabilmente rifiutata di farlo, ma non c'è stato verso, "finché vivo sotto il suo tetto devo seguire le sue regole".
Che cazzata.
Fatto sta che ho comunque dovuto fare i bagagli e partire.
Sono state tra le ore più noiose e contemporaneamente più frustranti della mia vita.
Seduto vicino a me sull'aereo c'era un vecchietto che mentre dormiva russava, per non parlare della coppia di innamorati che si saranno scambiati il proprio DNA così tante volte che non mi stupirei se adesso fosse uguale e le hostess erano visibilmente sessualmente frustrate.
Atterrata in aeroporto, un uomo alto, molto magro e con due enormi baffi scuri mi ha raggiunto, ha detto di essere mio padre.
Ha cercato di abbracciarmi, ma mi sono spostata di fretta.
Non lo riconoscevo.
Lui, come risposta, ha detto "okay" ed è stato zitto e pensieroso da all'ora.
Ho recuperato i miei oggetti e l'ho seguito fuori dallo stabile, fino ad un vecchio furgone scassato, in silenzio.
Mi ha preso le valigie dalle mani e le ha caricate sul retro, per poi aiutarmi a salirci, nel sedile davanti, vicino a quello del guidatore.
Poi è salito lui, ha sospirato ed azionato il furgone.
I suoi baffi, quando l'ha fatto, hanno fatto uno strano movimento, quasi una danza.
È stato buffo.
Ho sorriso, ma senza farmi vedere.
Non volevo che mi vedesse sorridere.
Ci abbiamo impiegato altre ore per riuscire ad arrivare a Somma Vesuviana, il paesino in cui abita ed in cui io abitavo anni fa.
Nel mentre ha cercato di instaurare una relazione con me, finendo col sintonizzare la radio della macchina per colmare il silenzio persistente che mi ostinavo a continuare.
Sentire di nuovo canzoni italiane è stato strano, mi ero abituata a quelle americane ed inglesi.
La musicalità delle parole era diversa, lo stile soprattutto.
Mi ha fatto nascere qualcosa dentro, una strana sensazione.
Ho spento di colpo la radio.
Non sopportavo di non sapere cosa fosse ciò che sentivo dentro di me, non ne avevo il controllo.
Entrata, ho osservato la mia nuova camera, curiosa.
Le pareti bianche, il letto a due piazze a rasoterra, la scrivania in legno attaccata al muro e vicina all'enorme armadio, ma soprattutto la finestra cristallina mi hanno subito impressionata.
Ha tutte le credenziali per essere una bellissima camera.
Mi sono affacciata alla finestra, sul verde cortile della casa.
Il vento muoveva l'altalena appesa sul ramo dell'albero, la faceva andare avanti ed indietro, continuamente.
Era ipnotizzante.
Ho aperto lo strato cristallino che mi divideva dall'esterno.
Volevo sentire l'aria fresca, ma non è stato così.
In quel momento è entrato mio padre Charlie, mi ha annunciato che sarebbe andato un attimo nella città vicina per alcune faccende.
Non mi sono voltata a guardarlo.
Ho semplicemente annuito come risposta, con lo sguardo ancora fisso sull'altalena.
Avanti ed indietro.
Ho sentito il chiudersi della porta della mia stanza.
Avanti ed indietro andava l' altalena.
Così costante era la sua complicità con il vento, così singolare era la fluidità nel stravolgere la sua rotta da un vertice all'altro.
Così armonioso era il suo dondolare.
Così fiducioso.
SPAZIO AUTRICE.
Aloha (o come si scrive) a tutti!
Questo è il primo capitolo della storia mia e della mia amica Gaia.
Non è la prima per me, ma per lei sì, per questo, se volete, potete passare dal mio profilo privato (@XxtheviewxX) a leggere le mie storie.💕
Io scriverò i capitoli dispari e lei pari. :)
Speriamo di cuore che vi piaccia come storia e che siate attive.☺
Buona notte.🌛
All the love,
Cerry. Xx
VOUS LISEZ
moonlight A.U.|| Genn Butch ||
Fanfiction"What's tour favourite scary movie, Amelia?" //Qual è il tuo film horror preferito, Amelia?// "Era ovunque, non potevo fare niente senza che lui lo sapesse. Ero certa che fosse Gennaro, ma non avevo prove, l'ultima volte era riuscito a farsi passare...
