La ragazza perfetta? Di certo non sono io.

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A sedici anni, potevo tranquillamente definirmi la mezza secchiona della classe. Mezza, perché a primeggiare era sempre lei, Elena Andreoli. Bella, studiosa, in gamba negli sport. Le aveva tutte: brava a scuola e osannata per questo dai professori, bionda e con i capelli lunghi. Quegli stessi capelli che io, come molte altre compagne, le invidiavo, dal basso della mia zazzera nera, per di più ricciuta. Dal mio punto di vista di mezza secchiona (ma cozza intera), Elena rappresentava un modello, se non tanto da seguire, almeno da adorare a distanza. 

I ragazzi, che ignoravano me, apprezzavano lei e io non lo nascondo: per un giorno, avrei voluto che le nostre vite si scambiassero magicamente. Un po' come avveniva in quei film che al tempo non perdevo in tv. Due protagoniste, che fossero madre e figlia o semplici amiche non importa, si scambiavano per incanto i corpi e vivevano una serie di avventure, alla fine delle quali anche l'anatroccolo si trasformava in un cigno. 

Ecco, nelle mie fantasie, speravo potesse succedere anche a me qualcosa di simile. Non sapevo come, ma a sedici anni le certezze non sono molte. Vivevo e speravo, osservando la vita degli altri da lontano. Quella di Elena soprattutto: conoscevo le sue amiche, sapevo che faceva volontariato in un'associazione di anziani, la ascoltavo chiacchierare e ridere. Da lontano, attraverso questa mia presenza (in)discreta, vivevo a distanza la sua vita. Illudendomi che fosse la mia.

'Ehi Sofficino, mi passi la versione?'

Sofficino ero io. Per ovvi motivi che non starò qui a spiegare, era questo il mio nomignolo in classe, la 3A del liceo scientifico. 

La voce che aveva parlato alle mie spalle, era di Luca, il belloccio della scuola. Dal conteggio che tenevo sul diario nelle ore di fisica (materia che aborrivo), ero arrivata a segnarne 25. Mi riferisco alle ragazze che gli sbavavano dietro, quelle che conoscevo per lo meno. Me compresa, ovviamente. Guardavo a lui come un cane dietro le sbarre, che sogna la libertà ma non può permettersela. E rimane così, dietro le inferriate a contemplarla. Sapevo di non poterla raggiungere. O meglio: sapevo che quella libertà non avrebbe mai spostato lo sguardo verso di me. Mi accontentavo di potergli parlare quando, come adesso, mi domandava di copiare le versioni.

'Tieni' risposi passandogli il quaderno 'ma se ti fa le domande sui verbi, è inutile che la copi'

'Speriamo che non mi sgami proprio oggi che non ho studiato'

'Perchè, c'è qualche giorno in cui studi?'

Sofficino sì, ma demente no. Luca rise alla battuta. 

'Sei forte, Sofficino' disse chinando lo sguardo sul quaderno e iniziando a copiare. 

Beh, se non altro 'ero forte'. Sempre meglio di niente. Elena nel frattempo, interrogata, si portava a casa il suo solito 9 in latino. Ormai era quasi d'ufficio. Come facesse sempre a essere preparatissima a 360 gradi, solo lei poteva saperlo. Io me la viaggiavo abbastanza bene, ma ero parecchio lontana dalla perfezione. 

Una penna che mi batteva sulla schiena mi fece voltare, era Luca che mi restituiva il quaderno.

'Copiato bene?'

'Perfettamente' rispose, aggiungendo un sorriso. 

'Non sorridere, potrei restare qui immobile a fissarti per sempre'

Ovviamente questo era quello che avrei voluto dirgli. Ma mi sarei accontentata di scriverlo sul diario nel primo buco disponibile. Lo annotavo lì per illudermi. In realtà sapevo che gli piaceva Elena, ma del resto, c'era qualcuno a cui non piaceva? Dentro di me, i film che mi giravo erano tanti: Luca che s'innamorava di me, Luca che mi dichiarava il suo amore nel cortile della scuola, dietro al cespuglio di ribes, noto luogo di effusioni per i fortunati che potevano adoperarlo a questo scopo. 

A questi corti faceva compagnia il filone che potrei definire 'neorealista': Luca ed Elena che uscivano, Luca ed Elena che si fidanzavano, Luca ed Elena, punto. La vicinanza dei due nomi bastava a far supporre gli scenari peggiori che, ovviamente, erano anche quelli più realistici, almeno per il mio cervello contorto.Dentro di me era come se, non so, non fossi abbastanza. Non solo per Luca, ma per chiunque. 

Mi sembrava impossibile che qualcuno si interessasse a me. Io ero rotonda, riccia e mora, l'esatto contrario di quella che credevo la perfezione, incarnata da Elena. Avevo una valvola di sfogo nella scrittura, però. E lì buttavo tutto quello che pensavo, tutto quello che mi passava per la testa. Nessuno mi avrebbe mai potuto prendere in giro. Almeno, lo credevo. 

Fino a quel San Valentino.

La catastrofe di San ValentinoHistórias para pegar e não largar. Descubra agora