Durante la Prima Guerra Mondiale i soldati lottarono per la sopravvivenza e per mantenere un briciolo di umanità -analogamente a quanto ci racconta Primo Levi circa il vissuto nei campi di concentramento- nonostante le estreme condizioni della guerra di trincea.
Ad entrare più nel dettaglio ci aiuta Giovanni, grande artista –ora in pensione- che ha voluto condividere con noi memorie e brandelli del diario tenuto dal padre, veterano di guerra. Ormai anziano ci racconta emozionato di suo padre, non riesce a scandire bene le parole a causa dell'età, ma ci prova.
Aveva otto anni, –ci racconta solo stralci di quel periodo- non si ricorda nitidamente, ma si ricorda dei volti tristi dei suoi vicini, ricorda Antonio, Luca, Filippo –giovanissimi e promettenti avvocato, medico, architetto- che giocavano spesso con lui e che un giorno uscirono di casa per non tornare mai più. Ci racconta di averli attesi per giorni, sbirciando dalla finestra il loro ritorno, e ogni qualvolta chiedeva ai suoi genitori che fine avessero fatto i suoi amici in casa calava il silenzio. Era troppo piccolo per sapere la verità, per sapere che migliaia di ragazzi come Antonio, Luca Filippo morivano ogni giorno e che il prossimo nella "lista di annientamento"- così era volgarmente chiamato l'elenco di coloro che erano chiamati a combattere al fronte- sarebbe stato proprio suo padre. Fu il tre marzo del gelido 1916 quando Giovanni vide suo padre andare via, come se ne andarono i suoi amici, e si chiedeva se almeno lui sarebbe poi tornato. Qualche giorno dopo arrivò una lettera: il padre scriveva che lo avevano momentaneamente assegnato agli ospedali, date le sue conoscenze mediche. "Mo-men-ta-ne-a-men-te" aveva scandito Gloria, la piccola di casa, prima di chiederne il significato alla madre, dalla quale non ricevette alcuna risposta. Dopo: due anni di silenzio. Alla radio veniva annunciata la vittoria della guerra e Giovanni poté presto riabbracciare suo padre, ma non era più lo stesso. "E' stato un vero e proprio sterminio. –Legge tra le testimonianze del post-guerra lasciate dal padre- Ero solo un numero, un numero che componeva quella grande armata che di giorno in giorno si faceva sempre più esigua".
Come può un bambino sapere cosa sia la guerra se neanche chi l'ha vissuta sapeva cosa aspettarsi da essa?
Giovanni ci riporta fieramente il nome di suo padre: Riccardo , come Riccardo cuor di leone –ci tiene a sottolineare- : magnanimo e coraggioso. Poi si rabbuia, ricordando quanto la guerra l'avesse cambiato: "Prima di partire per la guerra amavo la domenica: stare con i bambini, portarli al parco, giocare insieme a loro; ora non posso più uscire da casa. Il giorno del Signore è diventato per me un giorno maledetto, tormentoso. Non posso più ascoltare il suono delle campane, non le sento: la mia mente mi riporta al fronte e sento il fragore dei bombardamenti e provo ancora quella straziante sensazione di disorientamento, distacco dalla realtà, sordità. Non sono più un uomo, non sono in grado di proteggere la mia famiglia: ora la spavento; sono diventato un fantoccio lasciato in balia di esperienze visive e sonore che mi allontanano dalla realtà e mi ritrovo ancora lì, ancora col viso sporco di terra, ancora con quella puzza di decomposizione dentro le narici e muoio dentro, muoio ogni giorno".
Prima della guerra a tavola Giovanni e sua sorella chiedevano di sentire le storie delle persone che il loro papà aveva salvato quel giorno: era un eroe e a pensarci Giovanni si incupisce: la guerra gli aveva portato via suo padre. "Aborrisco alla vista del sangue –e pensare che il sangue era il mio mestiere- può essere un piccolo taglio o un'escoriazione, ma io vedo lacerazioni profonde, arti irrecuperabili e dissanguamenti che certamente porteranno alla morte. Ora, all'età di quarantatre anni, i miei figli mi tagliano la fetta di carne: non posso più vedere o impugnare un coltello". Fu tremendo – aggiunge Giovanni- crescere con un padre il quale più che accudire i figli aveva bisogno di essere accudito da loro. Non comunicava più con nessuno se non attraverso il suo diario, e neanche questo lo ha mai fatto leggere a nessuno, lo nascondeva nei posti più strani –ci racconta- come se fosse questione di sicurezza nazionale; iniziarono pertanto a pensare che fosse diventato schizofrenico.
Alla morte del padre Giovanni trovò il diario e capì; ci lesse l'ultima pagina: "Scusami, scusami ancora, scusami sempre, scusami senza riserve, non avevo capito, non ci avevo neanche voluto provare. Tu eri lì, vero? E io non ti vedevo.. Ci sei sempre stato, ma avevo gli occhi troppo sporchi di terra, troppo sporchi di sangue per vedere. Mi consideravano un numero e io sono diventato peggio: un animale, incapace di stare prono e guardare quel cielo che è Tuo e ci hai voluto donare. Era lo stesso cielo, lo stesso cielo che potevo vedere prima del '16 e lo stesso che osservo stasera. Quanta meraviglia concentrata in così poco spazio! Sì, lo so che l'universo è infinito, ma rimane ugualmente uno spazio troppo piccolo per contenere la Tua firma. Signore voglio incontrarti. Come uno stupido in guerra mi sono attaccato così tanto alla mia vita che ho dovuto abbandonare tutto il resto: ho lasciato le cose importanti (Te, la mia famiglia) per poter aggrapparmi con le unghia e con i denti a qualcosa che non ha un senso senza un cornice di affetti. L'ho capito solo ora, ma finalmente non ho più paura, e Ti Amo!
P.s. scusami anche tu Giovanni, non volevo farvi del male. So che neanche per voi sarà stato facile, per questo vi ho voluto lasciare questo diario; l'ho scritto per voi, sperando che leggendolo potreste perdonarmi più facilmente.
Vi voglio bene, sinceramente vostro
Papà".
Riporto quest'intervista fatta a Giovanni qualche anno fa in sua memoria; perché si ricordi che la Grande Guerra non è rimasta sepolta nelle trincee insieme agli innumerevoli caduti in battaglia e perché si sappia che questa è una parte della storia che non viene raccontata nei libri.
