Piume di corvo...

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Mentre stavo per finire le pulizie, cominciai ad avere quegli strani brividi. Guardai fuori e ovviamente c'era la nebbia; sentivo vibrare le ossa, un'emozione troppo forte e sapevo chi poteva provocarmela. Chiusi il bar e mi avviai velocemente verso il parco. Quel sogno di ragazzo era ritornato?
Camminando in mezzo all'erba urtai qualcosa, sembrava un sacco di farina. Abbassai la testa per guardare meglio. Mi immobilizzai, ero talmente spaventata che non riuscivo a muovermi. C'era un uomo per terra, sembrava ferito, vedevo del sangue. Non volevo toccarlo perché non volevo lasciare tracce su di lui.
Chiamai la  polizia e un'autoambulanza; dopo dieci minuti arrivarono. Due poliziotti uscirono dalla macchina e si avviarono vicino a quell'uomo insieme a un infermiere; quest'ultimo, dopo avergli dato una breve occhiata e dopo avergli toccato il polso, disse che era morto. Senza volerlo iniziai a singhiozzare e a piangere, ero sotto shock. Tutti e tre si  girarono e mi fissarono. Un poliziotto grassoccio mi disse: <<Signorina, ha chiamato lei? Cosa ci faceva nel parco a quest'ora?>> Non potevo crederci, stavo per finire in galera? Cosa dovevo rispondere? <<Ci può seguire in centrale?>>
Credo che la scena sia stata abbastanza tragica: io che salivo sulla macchina della polizia insieme ai poliziotti, e il tipo morto che veniva trasportato dall'altra parte. Non riuscivo a smettere di piangere. Gli agenti sicuramente non si fecero una buona idea di me. Arrivammo in centrale e mi fecero sedere in una stanza che era simile a un ufficio; puzzava di vecchio e di fumo. C'erano foto appese al muro ingiallito e capii che era l'ufficio del poliziotto grassoccio; era in uniforme insieme ai colleghi. Altri scatti lo ritraevano insieme alla famiglia; mi fece tenerezza, mi sembrava una brava persona.
<<Signorina, come si chiama?>> <<Hariel.>>
<<È italiana?>>
<<Sì, sì.>>
<<Signorina, perché piange?>>
<<Non lo so  neppure io, non mi  capita tutti i giorni di vedere gente morta per strada! Si vede che sono sotto shock!>>
<<Ha ragione; tra poco se ne tornerà a casa, ma  per favore risponda a questa domanda: cosa ci faceva nel parco all'una di  notte?>>
Risposi tra una lacrima e l'altra. Gli spiegai che lavoravo nel bar di fronte al parco, avevo visto qualcuno ed  ero andata a controllare. Il poliziotto, che si chiamava Giuseppe ed era nato a Napoli come me, sembrava incredulo.
<<Che coraggio, signorina! Quel qualcuno somigliava all'uomo ucciso o ha   visto qualcun altro?>>
<<Non lo so, c'era tantissima nebbia, forse non ho visto nessuno, non lo so.>>
Giuseppe sembrava assonnato. <<Non voglio trattenerla ancora. Può andare, ma si tenga nei paraggi perché dobbiamo accertarci che quello che ha detto sia vero. Le  do il mio numero, caso mai le venisse in mente qualcos'altro. Prenda i documenti, non ne  ho  più bisogno. Buonanotte.>>
Salutai Giuseppe e mi feci accompagnare fino alla mia macchina vicino al bar. Erano quasi le tre di notte e il telefono era scarico. Se non si era addormentata, Tiziana aveva chiamato sicuramente la  polizia. Speravo di no, non ne potevo più. Salutai anche i miei accompagnatori poliziotti, due ragazzi giovani e carini, che mi  fissarono per tutto il tempo. "Strano" pensai, "quel ragazzo nella nebbia m'ispirava fiducia e questi due invece mi mettono paura. Sono fatta al contrario."
Entrai in macchina, e mi   avviai. Non potevo andare a più di cinquanta all'ora perché la nebbia era davvero densa. Mentre tornavo a casa cominciai a pensare lucidamente, o per lo  meno ci provai! "Questi strani brividi li ho provati solo in  presenza del ragazzo della nebbia. Sono andata nel parco perché sapevo di trovarlo lì, il suo corpo è come una calamita per il mio. Nel parco ho  trovato un uomo morto. Ragazzo della nebbia più uomo morto... uguale?"
Non riuscivo a collegarlo, mi rifiutavo di considerare quel ragazzo come un pericolo o un assassino. Pensai che forse avevo quei brividi per il freddo e che poi, in effetti, il ragazzo non c'era. Ero arrivata davanti al cancello automatico di casa e non me ne ero neppure accorta. Parcheggiai la macchina e salii.
Tiziana non c'era, pensai che si fosse fermata con qualche amico, così mi feci la doccia e dopo cinque minuti ero già a letto, delusa e amareggiata. Nonostante l'accaduto, riuscivo solo a pensare che non avevo visto quel ragazzo.
Quando mi  addormentai, lo  sognai.
Era sempre lo stesso sogno che finiva nello stesso modo: uomo incappucciato e fuoco, tanto fuoco. Mi svegliai di soprassalto; erano le quattro e mezza e Tiziana ancora non era rientrata. Cominciai a preoccuparmi. Iniziarono anche i brividi, a quel punto non ci capivo più nulla. Perché provavo quelle sensazioni anche in quel momento? Vidi un'ombra alla finestra. Il cuore prese a battermi all'impazzata, ero terrorizzata. Eravamo al secondo piano, chi si sarebbe mai arrampicato? Mi voltai a destra sapendo che sul comò di Tiziana c'era il lume d'argento della zia. Era molto pesante: chiunque fosse stato dietro il vetro avrebbe fatto una brutta fine! Lo presi, mi alzai e cominciai a camminare molto lentamente verso la finestra. La paura non mi faceva pensare lucidamente. Dovevo scappare o dovevo sbattere il  lume in testa a qualcuno? Il senso del pericolo e dell'avventura mi fecero salire l'adrenalina: decisi di  non fuggire. L'eccitazione stava prendendo il posto della paura, e quando arrivai silenziosamente alla finestra la spalancai. Non c'era nessuno, solo nebbia.
"Sto impazzendo?"
Una piuma nera sul davanzale attirò la mia attenzione. La nebbia si  stava dissolvendo. Cercai di guardare in basso ma non c'era nessuno, allora scrutai in alto e in lontananza, ne ero sicura, c'era un corvo che volava via.
Presi la  piuma e la osservai: era nera, morbida e profumava. Incredibile! Profumava di muschio, era un odore delizioso; chiusi la finestra e la posai nel mio armadio. Ovviamente non riuscii a dormire più. A parte la notte da dimenticare e lo spavento, ero preoccupatissima per Tiziana. Aveva il cellulare spento ed erano le sei di mattina. Mentre la  immaginavo nelle mani di Jack lo squartatore, sentii il rumore delle chiavi nella serratura della porta.
Feci un sospiro di sollievo e la vidi entrare. Ero seduta vicino al tavolo in soggiorno. Lei cercava di non fare rumore; accese la luce e sobbalzò.
<<Mamma mia, Hariel, che spavento! Cosa ci fai sveglia a quest'ora? Non hai lavorato fino alle 24 ieri? Perché non hai acceso la   luce?>>
Non so  perché scoppiai a piangere, forse finalmente mi liberavo di tutte quelle emozioni. Le raccontai le mie avventure. Lei mi ascoltò con una faccia impietosita e severa allo stesso tempo.
<<Povero tesoro, quante te ne sono capitate, se mi avessi ascoltata non sarebbe successo nulla!>> Poi cercò di sdrammatizzare: <<Scusami se non ti ho avvisata, ma mi sono addormentata sul divano di un pub. Ci credi? Hanno fatto un'inaugurazione e ho cantato lì. Dopo mi sono seduta, mi si chiudevano gli occhi e quando li ho aperti erano le 5:30. Mi ha svegliata il tipo del pub. Non puoi capire che imbarazzo!>>
Aveva una faccia tragicomica e così passai dal piangere al ridere, anzi, ridevo singhiozzando. Anche Tiziana cominciò a ridere. <<Perfetto! Ridi delle mie disgrazie!>>
Mi  fece il solletico, dopo cinque minuti non ne potevo più.
<<Ok, basta, ti prego! Devo andare a mettermi a letto, non ce la faccio più, mi bruciano gli occhi e mi fa malissimo la testa.>>
In  effetti stavo proprio male. Tiziana andò in bagno per farsi una doccia; io tornai a letto e mi addormentai subito.
Un  altro sogno: io e Tiziana, vestite di bianco, correvamo felici in un posto mai visto; sembrava vuoto, tutto intorno era bianco. Ci  tenevamo per mano e ridevamo. Sembravamo felici. Quando mi svegliai ero sollevata e Tiziana non era a letto. Mi alzai e vidi che la casa era pulita e in ordine; c'era un biglietto sul tavolo, l'aveva scritto lei: "Sono andata a fare la spesa, non ti preoccupare di niente e riposati". Le ero grata. Chiamai Luca e gli raccontai quello che era successo la notte prima; ovviamente sapeva già tutto.
<<Tesorino, non puoi capire il casino che c'è qui per questa cosa, anche il telegiornale ne  ha parlato. Non ti preoccupare, oggi hai il giorno libero, hai avuto una nottataccia! Se ci fossi stato io al  tuo posto, ora sarei ricoverato all'ospedale per infarto! Riposati, ci vediamo domani alle 7. Un bacio, tesorino.>>
Avevo amici meravigliosi, cosa potevo volere di più? I miei pensieri andarono da lui: mi sarebbe bastato rivederlo almeno un'altra volta e sarei stata felice; forse altre due, magari tre. Dopo un po' arrivò Tiziana che arrancava con quattro buste della spesa. <<Il prossimo appartamento lo prendiamo a piano terra!>>
L'aiutai a mettere a posto e notai che era un po' pensierosa. <<Cosa succede, tesoro?>>
Lei non mi  rispose subito.
<<Stamattina ha chiamato mamma da Inverness, ha detto che papà non sta per niente bene. Sono preoccupata.>>
Aveva le lacrime agli occhi.
<<Vedrai che non sarà nulla di grave, non ti preoccupare.>>
Mi guardò con tristezza. <<Sai, Hariel, se non fosse stato grave la mamma non mi avrebbe chiamato. Siccome l'ha fatto mi preoccupo. Cosa devo fare? Dovrei andare in Scozia?>>
Cominciai a preoccuparmi. <<Aspetta un po', magari migliora; se  invece continua così, partiamo.>>
Mi fece un gran sorriso. <<E tu verresti con me?>> <<Ovvio.>>
Non potevo lasciarla sola, era stata adottata e aveva vissuto in Scozia a Inverness fino a dieci anni; poi il padre fu trasferito a Napoli per lavoro e portò la famiglia con sé. Quando partimmo per Milano, i genitori ormai in pensione ritornarono lì. Mi sarebbe piaciuto vedere quella città che secondo Tizy era magica.
Mi  venne in mente il ragazzo della nebbia ma cercai di non pensarci. Dovevo stare vicino alla mia amica, e poi magari non saremmo mai partite. Mangiammo tranquille, finalmente pasta, e parlammo di ragazzi e di moda. Tiziana si riprese, sembrava più serena.
<<Sono felice di  avere te, sei l'amica migliore che si possa desiderare.>>
Ero commossa. <<Per te  questo e altro, sei mia sorella.>> Le sorrisi.
<<Ok, sorella, allora lava tu  i piatti, visto che oggi sei in  vacanza>> mi fece un sorriso furbo, <<io devo andare con gli "Angels", abbiamo le  prove e stasera cantiamo. Perché non vieni a vederci? È la prima volta che ci esibiamo.>>
Impossibile dirle di  no, mi  toccava. <<Ci sarò.>>
Passai la giornata a leggere, mi sentivo stranamente tranquilla; ogni tanto ricomparivano le immagini dell'uomo morto nel parco, ma cercavo di bloccare il pensiero concentrandomi sul mio libro. Dovevo andare da Tiziana verso le 21. Cominciai a prepararmi, chiusi il  libro e mi feci una doccia. Ormai ero rassegnata, non avrei rivisto mai più il ragazzo della nebbia. "Magari l'ho solo sognato" pensai. Provai i vestiti più carini che avevo, nessuno sembrava adatto; alla fine indossai un vestitino corto nero aderente, calze nere coprenti e scarpe con tacco a spillo 12. Mi piacevo tantissimo; grazie al  tacco ero diventata 1,77. Mi truccai poco, solo un po'  di ombretto grigio e mascara, ero già molto appariscente. Il vestito aderente mostrava la mia quarta di seno e i miei fianchi pronunciati; avevo la fortuna di  avere il  giro vita molto sottile, il classico fisico a clessidra. I capelli li  lasciai sciolti e mossi. Stranamente quella sera non c'era nebbia; arrivai in  perfetto orario. Il locale doveva essere esclusivo e affollatissimo, vista la lunga fila che trovai all'entrata. Andai direttamente dal buttafuori che mi fissò da testa a piedi. "Forse ho esagerato con il vestito, dovevo mettermi i pantaloni" pensai, ma  almeno il cappotto nascondeva qualche curva. Gli mostrai il lascia passare. <<Passa pure, bellissima>>. Io avanzai senza arrossire, ma ero seccata: gli uomini così spudorati mi davano fastidio; beh, forse non tutti. Posai il cappotto e notai che, come avevo immaginato, il locale era molto affollato. Alcuni ragazzi ballavano, altri erano seduti ai tavoli a bere alcolici. Le luci blu e rosse mi facevano girare la testa. Andai dietro il piccolo palco e trovai Tiziana; quando mi vide si illuminò.
<<Alla faccia! Sei uno schianto, sei venuta per me o devi incontrare qualcuno?>>
<<Purtroppo sono venuta solo per te.>>
Rise, sapeva che scherzavo.
<<Anche tu sei niente male!>> Aveva un  vestito lungo rosso, e con i suoi colori era un raggio di sole.
La gente ballava e così feci anch'io. Mentre mi lasciavo trasportare dalla musica che era un mix di canzoni da disco, urtai qualcuno. Era Filippo, il ragazzo che veniva a  ubriacarsi due volte alla settimana al bar; non era brutto ma lo vedevo come un fallito. Aveva la mia età, andava all'università ed  era il classico figlio di papà. Dai vestiti griffati che indossava, doveva essere benestante; se la tirava tantissimo. Nonostante il tacco dodici, era qualche centimetro più alto di me, quindi 1.80. Capelli castani con cresta gelatinata, occhi verdi, bello, ma a me non piaceva. I ragazzi presuntuosi non mi sono mai piaciuti. Appena mi vide, Filippo sfoggiò un gran sorriso, fischiò e si avvicinò per farsi sentire meglio siccome il volume della musica era alto. Puzzava di sigaro e alcool. <<Sei favolosa, Hariel, sei proprio tu?>>
Io gli feci un sorriso tirato: <<Ti ringrazio! Sì, sono io. E tu sei ancora sobrio? Come mai?>>
<<Hai ragione, infatti è arrivato il momento di riposarmi. Posso offrirti da bere?>>
Non so perché accettai. Ci avviammo al bancone e presi un succo di frutta. Filippo mi guardava divertito.
<<Bevilo piano, potrebbe farti male! Com'è possibile che la ragazza del bar beva succhi di frutta?>>
Ero molto irritata.
<<Vorresti farmi ubriacare?>>
Lui mi guardò dalla testa ai piedi con una luce negli occhi che non mi piaceva per niente.
<<Magari!>>
<<Se questo può rincuorarti, ti dico che nemmeno da ubriaca verrei a letto con te.>>
Scoppiò a ridere. <<Vedremo!>>
Stavo per andarmene ma mi  fermai perché sul palco si accesero le  luci e un ragazzo sui trent'anni presentò gli "Angels".
Entrarono Tiziana e altri tre componenti: uno aveva sui vent'anni e si portava la chitarra elettrica in spalla; un altro, sempre sui vent'anni, si mise a sedere dietro una batteria; una ragazza, bassa e sovrappeso, suonava il violino, doveva avere massimo diciotto anni. "Chitarra elettrica e violino, interessante". Cominciarono a suonare, erano davvero bravi; le persone che erano nel locale ballavano a ritmo di musica. Tiziana prese a cantare e mi vennero i brividi; aveva una voce che ti trasmetteva la sua emozione. La musica era disco ma  a tratti diventava classica e la voce dolce di Tiziana la rendeva magica. Mi piaceva moltissimo ma ero stanchissima. Dovevo andare in  bagno. Per fortuna Filippo era impegnato a sbaciucchiarsi con una tipa; ero sollevata, me ne ero sbarazzata. Andai nei bagni che erano tenuti piuttosto bene e puliti; ero accaldata per aver ballato ore, mi facevano male i piedi. Volevo solo tornarmene a casa, non amavo i locali e il trambusto. Mi sciacquai le mani e il viso, provai un po'  di sollievo. Mi stavo asciugando con un asciugamano di carta, quando sentii alcune voci al di là del finestrino che si trovava sopra lo sciacquone. Percepii una voce femminile e una maschile che mi suscitò un'emozione violenta. Slacciai le scarpe in fretta e mi arrampicai sulla cassetta dello sciacquone che sembrava cedere da un momento all'altro. Forti brividi mi correvano lungo la spina dorsale. Vidi un vicoletto che si trovava dall'altra parte del locale. Sbirciai attraverso il finestrino mezzo aperto. La  ragazza era sicuramente una modella, giovane, alta, capelli rosso fuoco cortissimi, era bellissima. Portava un pantalone di pelle nero e parlava molto velocemente, era agitata e gesticolava nervosamente. Il ragazzo era lui! Volevo chiamarlo, volevo volare da lui, volevo urlare ma non riuscivo a muovermi per l'emozione. Era seduto su una moto nera, le  lunghe gambe erano stese e finivano con due piedi incrociati, aveva jeans neri strappati e un giubbotto di pelle nera. Teneva una sigaretta tra le dita della mano sinistra. Ascoltava in silenzio, a volte annuiva e ogni tanto si portava la sigaretta alla bocca. Fitte violente mi torturavano il basso ventre, era affascinante e sexy in un modo innato; era nel suo DNA. La sua bocca piena si stringeva intorno alla sigaretta e dopo espirava facendo un movimento seducente. Non riuscivo a sentire nulla, in mente avevo solo una cosa: quella bocca su di me. Volevo essere quella sigaretta in quel momento. Mentre fantasticavo scene poco pulite su di noi, notai che la ragazza iniziò ad abbracciarlo; lui gettò la sigaretta e la cinse con un braccio. Volevo urlare per un altro motivo questa volta. La ragazza salì sulla moto e si mise il casco. Lui avviò il motore mettendo in moto; aveva uno sguardo imperturbabile. Non portava il casco. Prima di partire guardò verso di me, smisi di respirare. Scosse leggermente la testa, la sua bocca sensualissima si piegò da un lato, un mezzo sorriso gli comparì sul viso. Accelerò e, sgommando, scomparve nel buio. Stavo per avere un attacco di panico; il  cuore mi batteva così forte che mi faceva male. Mi agitai e la cassetta cedette sotto il mio peso. Mi ritrovai per terra, senza scarpe, con i capelli scompigliati. Chiusi gli occhi e ripresi a respirare profondamente; mi alzai e provai a sistemarmi il vestito che si era stropicciato. Vidi una ragazza che mi fissava con aria interrogativa. <<Beh! Cos'hai da guardare?>>
La poverina alzò le mani ed entrò in un altro bagno. Allacciai il cinturino delle scarpe e uscii più veloce che potevo. Gli Angels avevano finito di esibirsi, il cuore stava tornando alla normalità. Andai da Tiziana per salutarla, mi complimentai tantissimo con lei e la band; tutti erano entusiasti, avevano ricevuto un applauso lunghissimo. <<Ci vediamo dopo a casa.>> Tiziana annuì. Quando uscii, la strada era deserta. Faceva freddo, non c'era nebbia e questo era raro. Me ne tornai subito a casa. Una volta arrivata, finalmente tolsi le scarpe, mi spogliai e mi struccai. In me c'erano emozioni contrastanti: ero agitata ed eccitata perché l'avevo rivisto ed era più bello di come lo ricordassi, ma ero anche molto delusa perché forse era impegnato, e se lo era preferiva le rosse con i capelli cortissimi, il mio contrario. Sbuffai. Poi l'eccitazione ebbe ancora la meglio: mi aveva vista? Quel mezzo sorriso era rivolto a me? Pensavo al fumo che usciva dalla sua bocca morbida. Avevo voglia di  averlo vicino, molto vicino; non avevo dubbi: erano istinti sessuali quelli, non mi  era mai capitato prima perché non avevo mai incontrato un essere simile. Mi addormentai mentre lo immaginavo su  di me, sotto, in tutte le posizioni possibili.
La sveglia suonò alle 5:30; avevo dormito tre ore forse. Tiziana mi stava di fianco e dormiva profondamente. Andai in cucina e bevvi un bicchiere d'acqua; alzai la persiana e vidi che pioveva a dirotto. "Perfetto!"
Andai a farmi la  doccia. Avevo occhiaie profonde, ci voleva parecchio correttore. Mi  vestii in fretta: un jeans, una maglietta di cotone semplice e scarpe da ginnastica; infilai il  piumino e uscii. Arrivata al bar, incontrai Luca.
<<Come stai, tesorino?>>
<<Molto meglio, grazie per essere qui.>> <<Ma figurati, piccolina.>>
In effetti non avevo pensato più all'uomo morto, magari la mente voleva rimuoverlo dai ricordi. Feci colazione e cominciò una giornata lavorativa che passò velocemente; non trovai neppure il tempo di pensare al ragazzo della nebbia. Nel pomeriggio arrivò Filippo con i suoi amici, anche loro benestanti, anche loro stupidi altezzosi, classici ragazzini che non sanno nulla della vita ma che credono di sapere tutto. Luca se n'era andato a ora di pranzo, e a momenti doveva arrivare Matteo per darmi il cambio. Dovevo ringraziare Luca; quel giorno non sarebbe dovuto venire, lo fece per farmi compagnia.
<<Ciao, bellissima! Ripresa dalla sbornia post succo?>>
Filippo e i suoi amici scoppiarono in una gran risata. Io, che ero sola in mezzo a sette ragazzi, mi limitai a un piccolo sorriso imbarazzato.
<<Cosa prendete?>>
Filippo mi guardò il  seno. <<Un po' di te>>, i suoi amici si guardavano complici.
<<Come lo vuoi? Alla pesca o al limone?>> feci la finta tonta. Lui si avvicinò alla mia guancia, odorava di gomma alla menta.
<<Le pesche mi fanno impazzire.>>
Diventai rossa e mi volevo prendere a schiaffi per questo; odiavo che si vedessero le mie emozioni, il rossore mi faceva sembrare debole e  io non lo ero per niente. Stavo per rispondere a dovere quando per fortuna arrivò Matteo.
<<Ciao, tesorino.>>
Gli amici di  Filippo si guardavano divertiti e alcuni si parlavano all'orecchio fissando Matteo.
<<Ciao, tesorino>> riprese un ragazzo imitando i modi di Matteo. A quel punto non ci vidi più, divenni ancora rossa ma questa volta per la rabbia. Urlai: <<Mi avete rotto! Uscite subito, altrimenti chiamo la polizia!>>.
Matteo era calmissimo, sembrava abituato alle battutine. Incrociò le braccia. <<Tesorino, tu a loro pensi? Poverini, lasciali divertire.>>
Ero nervosa e seccata. <<Si vede che hanno una vita proprio di merda se  si divertono così.>>
Filippo mi guardò malissimo, stava per dirmi qualcosa ma  per fortuna entrò Giuseppe, il poliziotto.
<<Tutto bene qui?>> Filippo sembrava smarrito.
<<Benissimo, stavamo giusto andando>>, mi  guardò di  traverso, <<ci vediamo presto!>>
Gli lanciai un'occhiataccia. <<Spero proprio di no.>>
Giuseppe ordinò un  caffè e io cominciai a tremare, credevo che mi avrebbe arrestata. Matteo, che mi vide in  difficoltà, cominciò a parlare: <<Che giornataccia! agente, è tutto bagnato, vuole un phon?>>
<<Non si preoccupi, ormai ci sono abituato, sempre la stessa storia a novembre.>>
Era rilassato, così mi calmai e gli portai il caffè.
<<Si rilassi, signorina, sono solo passato per dirle che abbiamo capito di cosa è morto quel poveraccio: è stato un infarto, e cadendo si è rotto la  testa. Chissà cosa ci faceva a quell'ora nel parco.>>
Mi  sentivo sollevata. <<Mi dispiace per lui e mi fa piacere che abbiate capito che io  non c'entro nulla.>>
Mi  guardò divertito. <<E chi l'aveva pensato?>>
Matteo scoppiò a ridere, io lo guardai imbarazzata. <<Ora devo andare, grazie per il caffè.>>
Ci salutammo e finalmente chiudemmo il capitolo uomo morto nel parco.
I giorni passavano in fretta, il ragazzo della nebbia era sparito nel nulla; nonostante non lo  vedessi da due settimane, era ancora vivo dentro di  me  il ricordo del suo sguardo e la sua bocca. Ah,  la  sua bocca! Lo sognavo quasi tutte le  notti, e ogni giorno speravo di incontrarlo.
Era quasi dicembre e si sentiva l'aria natalizia, le strade erano tappezzate di addobbi e luci; per le feste dovevo tornare a Napoli, le passavo con i miei. Ultimamente succedevano cose strane e le persone erano nel panico: a parte l'uomo morto, c'erano state alcune sparizioni; due uomini non si trovavano da giorni. La gente non era abituata a questi avvenimenti, la vita era davvero invivibile. Quando chiudevo il bar, di notte pregavo tutti i santi per arrivare sana e salva a casa. Di certo non sarei più andata al  parco come l'ultima volta. Era il  9 dicembre. L'orologio del campanile fece undici rintocchi, erano le 23. La strada era desolata; avevo chiesto a Luca se potevo chiudere prima siccome il bar era vuoto e cominciavo ad aver paura. Luca non aveva problemi, così mi affrettai a pulire il locale. Faceva freddo e cominciò a piovere, era un misto tra pioggia e neve. Tolsi il grembiule, mi   girai verso i tavoli e sobbalzai. Filippo era seduto sopra un tavolino, mi  fissava con uno sguardo che mi  fece paura, sembrava arrabbiato.
<<Portami quel te>> disse biascicando le parole. Era ubriaco. Cominciai a sudare, ero spaventata e sola; anche se avessi urlato, non mi avrebbe sentito nessuno. Pensai di correre fuori, puntai l'uscita e notai che c'erano due ragazzi. <<Sono i miei amici, non ti preoccupare. Sto aspettando!>>.
Cercai di distrarlo con le parole: <<Come mai sei qui a quest'ora? Vieni sempre quando è pomeriggio.>>
Lui mi guardò con occhi spenti. <<Di pomeriggio c'è troppa gente, invece adesso c'è più privacy.>> 
Cercai ancora di  dissuaderlo: <<Ti faccio una camomilla? Non mi  pare che tu  stia bene; poi, con questo freddo, ti riscaldi un po'.>>
<<Brava! È proprio questo il motivo per il quale sono qui, mi  devo riscaldare! Vuoi riscaldarti con me? No, aspetta! Non rispondere, non mi interessa.>>

Oltre il ParadisoWhere stories live. Discover now