1
Ehi tu, sei ancora lì?
A quanto vedo sì. So benissimo che adesso sulle tue labbra è disegnato un ghigno divertito vedendo quello che sto facendo. Come dico sempre: non me ne frega un cazzo. Sei solo frutto della mia immaginazione, non esisti. Ma sento la tua presenza. Costantemente.
Anche ora che sto camminando sul marciapiede di questa squallida città. Ecco, l'ho detto: squallida. Da tempo non usavo questa parola, e non avrei neanche voluto. Le strade sono deserte, illuminate ai lati dai vecchi lampioni arrugginiti disposti in fila, immobili e silenziosi. Eppure sembra che si stiano prendendo gioco di me, come anche tu del resto. Non dovrei essere qui.
Mi fermo di colpo quando arrivo di fronte alla piccola casa color grigio pallido dal bizzarro tetto blu. Sento la tua risata, so che sei divertito, e probabilmente starai dicendo che sono una stupida. E lo sono.
Stringo il labbro inferiore tra i denti cosí forte che riesco a sentire il sapore metallico e acro del sangue sulla lingua. Le mie dita velate da un leggero strato di sudore dovuto all'agitazione stanno esitando se suonare o no il campanello. Ding Dong.
Quando non ottengo risposta rimetto le mani nelle tasche della felpa e abbasso lo sguardo a terra, sul tappetino di entrata con sopra disegnata quella stupida scimmia sorridente. L'ho sempre odiata.
Perché non risponde? Probabilmente a quest'ora sarà già a lavoro. Proprio quando sto per girarmi e andarmene, lo scatto della serratura e il cigolare della porta mi ferma.
"Beverly?" I suoi occhi verdi sono spalancati per la sorpresa. Il viso magro e pallido non è cambiato in tutti questi anni. Una lacrima le riga la guancia, poi un'altra e un'altra ancora. Senza pensarci due volte mi fiondo tra le braccia, respirando il famigliare profumo di fiori che mi inonda le narici.
"Non riesco a crederci..." Singhiozza stringendomi a sé. Con la testa nell'incavo del suo collo riesco a sentire i battiti accelerati del suo cuore.
"Adesso sono qui mamma." È tutto quello che il mio cervello riesce a formulare. Giusto, adesso sono qui, ma per quanto? È come se una valanga di emozioni mi avesse appena investita, simile a un treno in corsa. Solo qualche ora prima, la folla, la calca, il mare di gente che mi circondava mi rendeva spaesata, persa. Come in un flipper con centinaia di palline impazzite a vorticarmi intorno.
In questo momento invece, si sento come se un incendio durato un istante avesse incenerito tutto quanto mi circonda. Reso polvere un'anonima ed inestricabile selva di gambe, braccia, teste, voci, persone. Tutto tranne lei. Tutto tranne quegli occhi che non avrei mai pensato di rivedere, ma che mi fissano di rimando mentre non riesco a distogliere i miei dai suoi.
"Entra pure." Dice spostandosi di poco per permettermi di entrare. Appena metto piede dentro sento un'ondata di calore attraversarmi il corpo. Tutto è rimasto immutato dall'ultima volta che sono stata qui, uscendo dalla porta promettendo a me stessa di non tornare mai più. Il piccolo camino dall'altra parte della stanza, le fotografie appese alle pareti, i muri bianchi e il vecchio divano blu. Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo.
"Vuoi qualcosa da bere? Ho appena fatto un tè." Chiede dolcemente. Annuisco sorridendo, e mi dirigo insieme a lei in cucina, sedendomi su uno degli sgabelli del tavolo da pranzo.
"Ricordo che il tè alla menta era uno dei tuoi preferiti quando avevi il raffreddore da bambina."
"Lo è ancora adesso in realtà."
Prendo la tazza tra le mani, la porcellana bollente mi pizzica le dita alleviando il dolore provocato dal freddo poco prima. Appena ne bevo un sorso i ricordi mi assalgono come uno sciame, tanto denso da formare una montagna gravante per intero sulle mie spalle.
"È buonissimo." Sono contenta che fino ad ora le nostre brevi conversazioni si siano tenute alla larga dal discorso sul mio tempo trascorso via di casa. Sarebbe brutto spiegare a mia madre che la città in cui sono andata a vivere per sette anni mi ha dato solo merda.
"Allora... Per quanto vuoi restare qui?" Alle sue parole mi irrigidisco. A dire il vero non lo so neanche io, ma pianifico di andarmene via al più presto.
"Qualche settimana. Ho trovato lavoro qui vicino e ho intenzione di trasferirmi." Ahi. Fa male dire una bugia così grande.
Avanti, perché hai smesso di ridere? Non sono più la stupida che fa cose senza senso? Questo mi fa capire che ho fatto un grande errore. Sto per rimangiarmi tutto e dire che stavo solo scherzando, ma vedere quell'espressione felice sul suo viso che non aveva da tanto, mi fa mordere la lingua. Forse è meglio che stia zitta per evitare di dire un'altra cazzata. "Davvero? Quindi potremmo vederci più spesso." Ahi! Di nuovo questa sensazione. Deglutisco nervosamente l'ultimo sorso di tè, a causa dell'agitazione non ne sento neanche il sapore.
"Certo." Un silenzio imbarazzante si impossessa della stanza, tutto quello riesco a fare è abbassare lo sguardo sul legno scuro del tavolo.
2
Appena fuori il gelido vento di dicembre mi schiaffeggia il viso facendomi rabbrividire fino alla punta delle dita. Visitare mia madre mi ha fatto bene. Avrei dovuto farlo molto prima, ma il mio carattere orgoglioso e testardo me lo impediva.
Sono sempre stata un fallimento per la mia famiglia, e da quando mio padre è andato via lasciandoci sole tutto è peggiorato. Nonostante ciò lei è sempre rimasta al mio fianco e ha lottato per vedermi sorridere e rendermi felice. Ed io che cosa ho fatto per ringraziarla? Nulla.
E per questo mi sento una merda.
Quando ne ho avuto la possibilità sono scappata via come una codarda, ed è stata la scelta più egoista che io abbia mai fatto in vita mia.
Se solo potessi tornare indietro cambierei tutto. Assorta nei miei pensieri vado a sbattere contro qualcuno cadendo a terra.
"Scusami! Non guardavo dove stavo andando." Dico impacciata, quando rialzo lo sguardo verso la persona i miei occhi si spalancano per la sorpresa.
"A-Alan!"
"Vedo che dopo tutto questo tempo ricordi ancora il mio nome." Il suo tono è sarcastico, ma nonostante il sorriso sulle sue labbra le parole arrivano taglienti. Alan è stato il mio migliore amico da sempre, ed è doloroso parlare di noi al passato.
"Non potrei mai dimenticarlo." Sento le lacrime pizzicarmi gli occhi.
"Magari nello stesso modo in cui mi hai ignorato per sette fottuti anni." Come può sputare queste parole essendo così calmo?
"Non dire questo... è che..."
"Non ho bisogno di spiegazioni, so già cosa vuoi dire. Ci si vede in giro Bevvy" Quel soprannome me lo ricordo benissimo, e detto con quella voce fredda e distaccata mi spezza il cuore.
"A-aspetta." Alla mia richiesta si ferma senza girarsi, la sua schiena rivolta verso di me. Mi avvicino lentamente come se avessi paura che da un momento all'altro potesse gridarmi contro. Ma anche se ha tutte le ragioni del mondo, non lo fa. Si limita a stare in silenzio, il suo petto si alza e abbassa ad un ritmo irregolare.
"Lascia solo che ti spieghi come sono andate le cose." Dico appoggiando la testa sul suo braccio. Non ricevo nessuna reazione da parte sua, i suoi lineamenti sono duri come scolpiti nel ghiaccio.
"Okay" Risponde semplicemente muovendo appena le labbra. I suoi occhi cercano in tutti i modi di evitare di incontrare i miei.
"Andiamo in un posto appartato a parlarne, ti va?" Chiedo.
"Okay." Ripete, senza traccia di emozione nella voce. Dubito che abbia sentito quello che ho detto fino ad ora ma continuo a parlargli.
"Che ne dici del parco?"
"Okay." Gli afferro la mano, le sue dita fredde a contatto con le mie calde mi fanno rabbrividire. Cominciamo a camminare, stranamente questa volta uno di fianco all'altra. Prima faticavo a tenere il passo quando camminavo insieme a lui, uno dei suoi equivaleva quasi a tre dei miei. Sorrido istintivamente al ricordo.
"Ti prego, dimmi qualcosa." Mormoro stringendo più forte la sua mano nella speranza che mi risponda. E lo fa, non però nel modo che avrei voluto.
"Perché dovrei? Tu l'hai mai fatto per tutto questo tempo?" Si ferma di nuovo, i suoi occhi verdi sono scuri e mi fissano arrabbiati. Credo di non averlo mai visto in questo stato. Anche se volessi rispondere non avrei la forza di farlo, mi limito ad abbassare lo sguardo sul cemento grigio con aria colpevole.
"Mi... dispiace." La mia risposta non fa che arrabbiarlo di più.
"Ti dispiace?! È tutto quello che hai da dire? Tu seriamente pensi che io sia un giocattolo che puoi abbandonare quando ti pare e riprendertelo?" Mentre si sfoga sento tutto il dolore e la sofferenza che ho lasciato dietro prima di andarmene saltarmi nuovamente addosso. D'altronde mi stava aspettando, come un cagnolino in attesa che il suo padrone torni a casa per balzargli in braccio. Deglutisco e mi faccio coraggio prima di guardarlo, le sue guance magre sono rosse, ad ogni respiro piccole nuvolette di vapore si addensano nell'aria per poi scomparire velocemente.
"Senti, mi rendo conto che mi sono comportata da vera stronza, ma ho ancora bisogno di te nella mia vita." Lacrime salate mi rigano la faccia, e ad ogni soffio di vento i brividi mi attraversano la spina dorsale. Sinceramente non mi interessa che stiamo facendo una sceneggiata in mezzo alla strada dove tutti ci possono vedere, nella mia mente ci siamo solo noi due, così vicini uno all'altra e paradossalmente troppo lontani. Con mia sorpresa non se ne va, la sua voce attraversa di nuovo l'aria, sottile, appena percettibile nella dolce sicurezza di una frase.
"Mi sei mancata Beverly, tantissimo." In un attimo mi trovo tra le sue braccia, stretta nella morsa affettuosa che mi scalda il cuore. "Anche tu Alan."
"Adesso basta con tutta questa dolcezza, mi verrà seriamente il diabete." Eccolo qui il mio spiritoso migliore amico.
"Quindi possiamo tornare quelli di prima?" Ridacchio senza sciogliere l'abbraccio.
"Sì, sarebbe decisamente meglio."
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Insolence
Mystery / ThrillerRicordo bene com'era sentirsi liberi. Senza problemi. Senza dolore. Senza tutto ciò che mi sta consumando pian piano. È come se la mia vita si stesse sfumando, andando alla deriva ogni giorno di piú perdendosi dentro di me. Ormai non ho più niente...
