Un'iniezione di sfortuna

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-È consapevole della responsabilità morale e giuridica che si assume con questa deposizione e si impegna a dire tutta la verità e di non nascondere nulla di quanto è a sua conoscenza?-
Guardai il giudice nella sua tonaca scura che mi fissava quasi fossi uno scarafaggio con quello sguardo che hanno tutti gli adulti, quello sguardo che riesce a intimorire anche un t-rex affamato. Speravo che, come per magia, potessi venire assorbito dalla sedia dove era posto il mio sedere idiota e non subire questo supplizio.
Io, William Holmes, ero disposto a dire tutta la verità e nient'altro che la verità su quanto successo?
So che fa molto telefilm americano, però dovreste capirmi visto che sono rimasto ingarbugliato in una delle trame intessute da mia madre. O meglio, dalla mia madre adottiva.
Sì perché lei era Agahata Jane Watson. Era una donna di quarantasette anni e nonostante questo non ne dimostrava nemmeno una quarantina. I suoi capelli erano del biondo del colore del sole quando colpisce la sabbia e le ricadevano sempre in onde perfette sulle spalle, la caratterizzavano dei lineamenti allo stesso tempo delicati e spigolosi per colpa degli zigomi alti e del nasino alla francese. La cosa che da sempre colpiva tutti di lei erano gli occhi di un colore indefinito, a volte tendevano al viola, altre al blu ma tutte le volte esprimevano una profondità fin troppo complessa per poter essere compresa.
La nostra convivenza era iniziata quando io avevo appena otto anni e un buco nero all'interno del mio cervello.
Avevo completamente rimosso e dimenticato i primi anni della mia vita, uno shock terribile diceva lo psicologo, a volte capitava.
Ecco, lo psicologo. Mi era stato affibbiato dal mio consulente scolastico appena avevo iniziato a fare incubi sconnessi su dei film splatter provocati dalla mia fervida immaginazione.
Ero arrivato in casa Watson due giorni dopo il mio compleanno che cadeva il 2 maggio. Il mio assistente sociale che a quanto ricordavo era un uomo grasso, scontroso e con l'alito che sapeva di fogna (non che avessi mai annusato una fogna, ma era quello l'odore che mi aspettavo di trovare se l'avessi fatto) suonò alla porta di una delle tante case tutte uguali di una cittadina nella piovosa Inghilterra e ci aprì la donna che ora considero mamma.
Una volta aperta la porta di casa mi si affacciò il paradiso: un salone immenso con un divano che avrebbe potuto ospitare tutta la squadra del Manchester in una volta sola e un televisore che avrebbe potuto competere con lo schermo di una spia della CIA; la cucina era la parte che mi interessava di meno infatti la prima e l'unica cosa che notai fu il frigo a due ante che sembrava dominare lo spazio.
(A otto anni tutto sembra enorme, soprattutto se sei alto a malapena un metro e un tappo, hai gli occhiali da vista per colpa della miopia, i capelli tutti davanti gli occhi e tutta l'immaginazione che solo in futuro avrei potuto trovare utile).
Non so dirvi se per fortuna o per sfortuna, quando arrivai a Starlocked, i guai non erano ancora incominciati ma mi attendevano proprio dietro l'angolo. O per meglio dire dentro uno scatolone polveroso e dimenticato nel sottotetto.





#PINTADIWHISKY
Ehi guys, questo sarà il nostro originale 'spazio autrici', se vi state domandando cosa centri l'alcol, non lo sappiamo nemmeno noi.
Da come avete potuto immaginare, si, siamo due scrittrici. Abbiamo deciso di pubblicare questa storia a quattro mani esattamente alle due e dieci di mattina, ma ci impegneremo al massimo affinchè possa piacervi.
Considerateci una specie di Cassandra Clare e Holly Black versione sedicenni con una piccola passione che è quella della scrittura :)

Leggete e, se vi piace, commentate e votate 💗🌙⭐️

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⏰ Last updated: Jan 13, 2017 ⏰

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