Prologo

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Sette anni di dolore pesano sulle mie spalle.

Non sorrido mai, ho perso la voglia di vivere e l'unica cosa che mi tiene ancora in questo mondo è la musica.

Sono solo, mi sento completamente solo. Ogni giorno, quando non so più cosa fare per tenermi impegnato e non pensare, esco da quella che i miei genitori chiamano casa e me ne vado in giro per le strade di Greenford e d'intorni.

Non ho mai una meta prestabilita, cammino finché non sono stanco e poi mi fermo da qualche parte per riprendere le forze. Dopo torno a casa e mi chiudo in camera.

Per fortuna l'università mi impegna in molti corsi ed esami; cerco di passarci più tempo possibile, in quella casa di matti non voglio tornarci quasi mai.

Quando rientro, quello che mi aspetta è il solito spettacolino ridicolo che la mia famiglia mette in scena ogni sera. Mangiano e stanno davanti alla tv come una piccola famigliola felice. E quello è l'ultimo modo in cui definisco quello che è rimasto dei Tomlinson. Non la considero nemmeno più una famiglia, in quella casa sono diventato un fantasma. Nessuno mi parla, nessuno mi chiede come sto, nessuno mi chiama quando è pronta la cena, nessuno mi fa più gli auguri il giorno del mio compleanno e tantomeno, il giorno dopo, mi chiamano per aprire i regali di Natale tutti insieme.

E forse i miei genitori non mi considerano nemmeno più loro figlio. Mi incolpano di qualcosa di cui mi incolpo io da anni.

Porto il peso di quello che è successo dentro me stesso, ogni giorno ho quelle immagini nella testa e mi ripeto che hanno ragione. E' stata tutta colpa mia.

Ho pensato così tante volte di farla finita che non riesco a pensare a molto altro negli ultimi tempi. A nessuno importerebbe se non mi presentassi più a tavola il giorno di Natale e nemmeno se non mi presentassi in classe a lezione ogni giorno.

Ma poi quando mi rintano nella soffitta di quella casa così scomoda per me, tutto mi sembra più chiaro e limpido. Ed è lì che ritrovo me stesso, con l'unica cosa di cui mi importi ancora qualcosa:

il pianoforte di mio nonno.

Ricordo quando, ancora lucido e sano, mi suonava quelle melodie, così belle alle mie orecchie di bambino. Avevano cercato di portarmelo via ma sono riuscito ad impormi almeno su quello. Mi avevano obbligato ad andare all'università, che è ormai diventato un modo piacevole di passare meno tempo possibile tra quelle mura; mi avevano praticamente obbligato anche a rinunciare agli allenamenti di calcio, ma io vado comunque al parco di nascosto a giocare con un pallone messo piuttosto male. Ma la musica, quella non dovevano toccarmela, è tutto quello che mi è rimasto, l'unica cosa di cui mi importi davvero qualcosa.

La studio più o meno dall'età di 5 anni e non ho ancora perso quella curiosità e quello stupore ogni volta che sento una nuova melodia o un nuovo testo. Sento i brividi quando sfioro il vecchio pianoforte scordato del nonno, gli occhi mi si riempiono di ammirazione, mi sembra quasi di rimanere ipnotizzato dalle note di certe canzoni.

Amo quasi ogni tipo di genere musicale, dalla musica classica al Rock 'N' Roll. Forse l'Heavy Metal o l'elettronica sono dei generi molto lontani dalla mia persona, ma qualche volta mi capita di ascoltarne alcuni pezzi.

L'unica cosa che mi fa sentire ancora una persona viva, con un cuore che batte e con delle emozioni. L'apatia mi invade la maggior parte del tempo, ogni minuto, ogni istante. Ma quando metto un paio di cuffie nelle orecchie o, quando al corso pomeridiano extra che l'università mette a disposizione, suono il pianoforte e canto quelle poche canzoni in cui so di cavarmela bene, riesco a provare sensazioni che ormai non provo più da anni.

Monster. ||L.S.||Where stories live. Discover now