Finii contro la lastra di cemento che separava le case sul lungo fiume dalla riva. La nuca mi bruciava come non mai. Vedevo la sua fronte lucida di sudore sovrastare la mia, sentivo l'impronta di ogni suo dito sui miei polsi, potevo sentire la sua possenza comprimermi contro la parete... il suo torace schiacciava il mio, provocandomi un dolore atroce, mentre le mie vene imploravano il sangue, tanto erano strette tra i suoi polpastrelli. Il contrasto tra il calore del sole di ottobre e quello del suo fiato sulle mie labbra umide era piacevole, e mi inebriava in modo quasi febbrile. Volevo provarlo di più. Più mi avvicinavo più lo sentivo. Arrivai a far entrare la mia bocca nella sua. Lui mi si dimenava contro. Mi faceva sempre più stretta tra lui e il muro, sempre più sua. Dalle labbra passò al lobo destro. Al collo. Un'intera stirpe di insetti invisibili mi si arrampicavano sulla schiena, la nuca. Ogni suo movimento ne partoriva di nuovi. Ero sopraffatta da brividi e una bocca che passava in rassegna ogni parte di me supplichevole di averne ancora. Non solo il mio cuore, pulsavo con ogni mio organo, in quella morsa in cui mi trovavo. Stringente, oppressiva, non ne avrei mai avuto abbastanza...
Partì la canzone Ironic di Alanis Morissette. Dannata sveglia del cellulare. Contro voglia mi scollai di dosso quella creatura statuaria e imperterrita.
«Devo andare»
«Fratello?»
«Esatto»
«Allora ci vediamo, principessa» Mi schioccò un bacio sulle labbra. Risalii le scale in legno scrostato dalla riva al ponte e mi misi a camminare. Passai per un nodo di strade e vicoli utilizzati dagli abitanti del lungo fiume dell'Oltretorrente, per la mia scuola, e per altre tre scuole. Le ultime due parevano caserme o uffici. Una via di mezzo. Ripercorrevo lo stesso percorso ogni volta. Avrei saputo nominare a memoria ogni ramo di quegli alberi in fila indiana che stavano a separare il marciapiede sull'argine di cemento armato dalla strada lì accostata. Di mattina era impraticabile. Quattro scuole su quella via, due sulla perpendicolare, era intuibile il perché. Ma di sera quell'ambiente, sebbene abbastanza vicino al centro storico, si svuotava radicalmente, e la luce serale rendeva tutto l'insieme di edifici diversissimi fra loro, il marciapiede e il fiume sottostante qualcosa di particolare. Non dico bello, dico particolare. A tratti misterioso, a tratti inquietante — per la nebbia che ci accompagnava da ottobre a febbraio. A tratti banale. Particolare era il termine giusto. Mi tornò alla testa veloce e netto come una goccia di pioggia un ricordo. Una piccola me, ma non più di tanto piccola, che marcia di buon passo con un clarinetto in spalla. L'entusiasmo dei primi tempi era quasi allarmante agli occhi di una ormai disertrice. Dopo il terzo anno di Conservatorio non avevo più retto. Per noia più che per altro. Mi sentivo troppo frenata a fare solo esercizi di due, tre righe. Avrei voluto pagine di compositori famosi e mi toccavano esercizi. Per tre anni di fila. Avevo deciso che metterci una pietra sopra — più precisamente un macigno — sarebbe stato più psicologicamente sano per tutti. Ora la vedevo la me di terza media. Com'era cambiato il passo della camminata rispetto all'aspirante clarinettista del primo anno.
Un altro ricordo Un altro ricordo mi si posizionò sopra gli occhi invadendo mortalmente il precedente. Una finalmente liceale Vrisis intenta a sbirciare dal cancello della scuola il suo futuro ragazzo, che se ne stava in posa emblematica coi gomiti poggiati alla ringhiera in pietra dell'argine. Là, sul marciapiede dall'altra parte della strada, oltre gli alberi. Le carezze che procuravano ai miei occhi quei capelli semilunghi neri corvini erano indescrivibili. E il fatto che fosse come me lo rendeva al quanto appetibile. Certo è che tutti i felidi o quasi hanno un certo fascino, ma quel felide. Quello era di più, aveva un di più rispetto agli altri. Si vedeva. Lo vedevo. Alla fine lo conobbi al corso di teatro in lingua francese della scuola. Me lo ricordo, quello che mi disse, qualche mese dopo, quando ormai era amicizia consolidata. Mi riferì quel che per lui voleva dire essere felide. Ricordo che concordai su tutto. Mi disse che eravamo una specie perfetta. Non come gli umani, no. Quelli si sarebbero ridotti ad essere anime fluttuanti, diceva. Che pensano solo all'aspetto psicologico e sentimentale delle cose e ripudiano la loro parte fisica. La ingrandiscono,la sopravvalutano, ne fanno un elemento taboo. Dunque dovevamo essere più come i licantropi? Neanche. Quelli erano l'opposto. Solo nfisico, niente intelletto. Somigliavano ai cani più di quanto noi somigliassimo ai gatti. Non era, del resto, una novità che, in tutte le scuole, sul piano riservato a loro, si svolgesse un programma di studi semplificato. E anche se c'è sempre stato qualche pedagogo speranzoso e con la bocca ripiena e straripante della sua neo laura che ha tentato di alzare il QI dei lupacchiotti, le cose non hanno mai avuto intenzione di cambiare. Ebbene noi che eravamo? Morgan, il ragazzo in questione, proponeva una tesi piuttosto soddisfacente a riguardo. Perché ridursi ad anime? O perché ridursi a corpi? Entrambe le cose erano fondamentali e necessarie. Ed era qui che stava la magia dei Felidi, nel trovare il fondamentale in ogni parte di noi, nel saper valorizzare tutte le sfaccettature. Tutto era in un equilibrio perfetto, tutto sembrava messo esattamente dove doveva essere. Non avremmo mai voluto essere altri che noi, i Felidi.
Pensando a questo mi accorsi che i miei due occhi erano sul punto di lacrimare entrambi. Né per tristezza né per raffreddamento. Neanche per secchezza degli occhi. Pareva piuttosto l'effetto di una cipolla. Lo trovavo alquanto improbabile, ero alla fine di un marciapiede in una via di scuole. Anche una cuoca colta dall'estro artistico alle cinque del pomeriggio non mi avrebbe potuto fare un simile effetto da una finestra oltre la rotonda. Ma le mie palle degli occhi avevano qualcosa che non andava, era chiaro, e, man mano che avanzavo, la parte della cornea scoperta dalle palpebre si faceva sempre più rovente. Una sensazione che poteva quasi essere paragonata al dolore. Ma che era? Così, in forma umana, più di tanto non riuscivo a capire.
Ebbi uno stiramento di pelle, i nervi mi si tesero come corde di violino, il solito attimo di insopportabile prurito e in seguito il solito di lancinante dolore per il riposizionamento di ossa e organi, emettevo boati sfiancanti. In modo più immediato che rapido mi ritrovai ad essere uno dei pochi ghepardi in circolazioni da queste parti. Quasi soffocata dagli stiramenti e il mutamento di forma. «Nervi saldi, nervi saldi, saldissimi nervi saldi»La mia testa faceva timidi tentativi di ristabilimento corporeo. Ce la fece dopo poco. Quindici anni di vita a qualcosa dovevano servire. Assunta quella forma i miei sensi si acutizzarono immediatamente.
Polvere. Cenere. Fumo. Gas. Un incendio. Ecco cosa mi faceva bruciare gli occhi. Mi balenò il presentimento di morte, di cui tanti parlano. Io non ero in casa in quel momento. I miei nemmeno. Mio fratello minore era da solo. Avrei dovuto preparargli merenda e cena. Ma non lo stavo facendo. Non c'ero. Ci aveva provato da solo ed era esploso tutto. Ero certa di questo. Ne ero certa. Il mio petto che si agitava in battiti sfrenati era la prova della mia certezza. Anche lui mi faceva male. Un male interno contro un male esterno. Si annullavano a vicenda come bianco e nero. Un'unica grande afflizione grigia mi pervase. Dovevo correre.
Scattai, immediatamente scattai. Tagliai la rotonda deserta a metà, ne tracciai il diametro col mio passaggio. La potenza che sprigionavo che si vedeva dall'esterno doveva essere bestiale. Ma non me ne resi conto, in quel momento. Mentre correvo avevo in testa solo una parola: male. Male dentro, male fuori, male dappertutto. Come se non bastasse era l'unica cosa fissa in me, l'unica che non rimbalzasse come tutto il resto alle mie falcate. Dimentico quanto ci misi ad arrivare. Saranno stati tre minuti. Ci arrivai davanti a casa mia, ci arrivai, senza collassare prima di averla vista. Non era lei che bruciava, era la casa del vicino. Uomo solo, anziano, avrà tentato di accendere il camino, pensai. Ma mentre stavo lì, davanti alla casa in fiamme, immobile nel vedere le colonnine bianche di stucco annerirsi a poco a poco e un'interminabile fila di persone aiutare il padrone di casa a buttare secchi d'acqua nelle finestre, una domanda mi risuonò chiara e inaspettata nella testa, più chiara di tutti gli altri rumori e le urla esterne attutite dal forte sgorgare di sangue nel mio cranio: un incendio così grande, una intera casa andata a fuoco, solo un abitante. Come diavolo era potuto succedere?
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Cats
Mystery / ThrillerTutto era in un equilibrio perfetto, tutto sembrava messo esattamente dove doveva essere. Eravamo creature perfette. Riuscivamo a valorizzare ogni pare di noi. Che sia il cervello, che sia il corpo, che sia l'anima. Noi comprendevamo l'importanza fo...
