Capitolo Tredici

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Il viaggio per arrivare alla zona indicata da Black fu molto più lungo di quanto mi aspettassi.
Impiegammo circa due giorni per percorrere una distanza minima che poteva benissimo essere percorsa in poche ore, ma molte cose bloccarono la nostra strada in quei giorni.

Per elencare alcuni degli ostacoli che dovemmo superare, il nostro carro si era fermato senza dare più alcun segno di vita e noi avevamo dovuto aggiustarlo o almeno provammo a farlo ripartire, senza alcun risultato in principio, ma dopo vario tempo sprecato per questa cosa riuscimmo a sbloccare quel macchinario infernale che doveva scarrozzarci ancora per un po'.
Come se non bastasse ci è stato teso un agguato ma per grazia divina l'abbiamo scampata e siamo anche riusciti ad uscirne illesi.

Magari fosse finita qui, però.

Il secondo carro, che stava seguendo il nostro, ad un tratto è sparito nel nulla e non siamo più riusciti a vederlo.
Abbiamo provato a contattare il comandante del carro e poi la base, o meglio, Black ci ha provato ma con scarsi risultati, quindi noi scendemmo a terra e provammo a cercare in giro i nostri presunti compagni scomparsi chissà dove.

Alla fine ci arrendemmo e, non avendo ricevuto alcuna risposta alla base di controllo che avevamo chiamato, ci rimettemmo in viaggio.
Probabilmente eravamo rimasti solo noi nelle vicinanze e secondo Black, dovevamo vendicarci di tutti i compagni che avevamo perso in questi giorni.

Seguendo quindi tutte le direttive di Black, durante la notte ci fermammo a riposare, ma soprattutto per tenere gli occhi aperti in caso di un probabile attacco alle spalle ; ormai eravamo sempre più vicini all'armata avversaria e quindi dovevamo stare attenti a non farci cogliere impreparati o loro avrebbero attaccato per primi e la cosa non sarebbe andata molto bene per noi.

Sinceramente non avevo ben chiaro il piano d'attacco del generale Black ma non me ne importava più di tanto, a dirla tutta.
La mia presenza qui era segnalata solo dai miei continui sbuffi dovuti alla noia e alla monotonia delle nostre giornate ma anche alla frustrazione che provavo per questo schifo di realtà nella quale ero stato catapultato e che dovevo per forza vivere.
Per il resto, se c'ero o meno, non importava a nessuno e men che meno a me importava la considerazione di chi mi stava attorno in quel momento, mi limitavo a fare il mio dovere e ad obbedire agli ordini che mi venivano impartiti dal mio superiore.

Non sapevo quanto distanti fossimo dalle truppe dell'esercito opposto o dai nostri uomini, ma sapevo per certo che ancora ci avremmo messo un po', camminavamo praticamente a passo d'uomo.

Di fronte a noi si estendeva solo il nulla, il nulla e nient'altro.

L'unica cosa buona in tutto questo era che non avrei dovuto sparare a nessuno ancora per un bel po' di tempo o almeno così speravo che andassero le cose.

Mentre il nostro carro continuava ad avanzare lentamente io mi concessi un momento di distrazione, per poter un po' pensare a me a per poter fare una specie di bilancio di tutto ciò che era successo e per potermi almeno fare un'idea di quello che stava per succedere.

Louis era fuggito, i suoi uomini avevano assediato, o forse ucciso, i nostri e noi ci stavamo avvicinando sempre di più a loro, per poter salvare i nostri e sconfiggere gli altri.
Minuto dopo minuto, la zona x si faceva sempre più vicina.

Avevo mille dubbi, domande senza risposte, ma provai ad allontanare ogni cosa, dato che volevo rimanere tranquillo almeno per un altro po'.
Fu inutile.
Non riuscii a bloccare una domanda che mi si fissò in testa : che sarebbe successo al nostro arrivo ?

Alcuni di noi, sicuramente, sarebbero andati a constatare le vittime e a provare a salvare qualche probabile ferito dei nostri.
Immaginavo, invece, il generale Black dare l'ordine d attaccare nella maniera più spietata possibile per poterci riprendere ciò che, a suo parere, ci spettava di diritto.
A quel pensiero mi portai una mano in fronte scuotendo la testa, perché ero quasi certo che avrebbe agito in una maniera molto simile a quella che avevo immaginato.

I miei pensieri, però, continuavano a viaggiare liberi, dato che ormai gliene avevo lasciato la possibilità ed ovviamente avevano colto la palla al balzo.

Una seconda domanda, anche più importante della prima, mi sorse spontanea : io che avrei fatto ?

Non volevo che i nostri uomini e i loro avversari si facessero del male o peggio, che si uccidessero a vicenda, ma io, un misero ragazzo come me, come avrei potuto impedire la cosa ?

Dopo vari minuti durante i quali provai a trovare una soluzione, mi resi conto che non potevo niente contro la guerra e contro la rabbia e la brutalità che si nascondeva nei cuori di quegli uomini.

La domanda in assoluto più importante, che avevo in testa, era una domanda alla quale non ero sicuro di avere una risposta ed avevo anche abbastanza paura di dover affrontare la situazione che mi si stava presentando davanti.
Ero tornato a pensare a lui, ora.
La domande era semplice ma spaventosa allo stesso tempo.

Se io dovessi incontrarlo in mezzo al casino che ci sarà, quale sarebbe la sua reazione ?
Correrebbe da me e noi scapperemmo insieme ?
Nah, non penso, anche perché mostrarci insieme equivarrebbe al farci ammazzare subito, io dai miei compagni per non aver detto nulla e lui dai suoi per lo stesso motivo.

La prima opzione era già stata scartata
Come seconda cosa mi venne in mente che magari saremmo riusciti a non farci scoprire e saremmo potuti andar via insieme, fuggendo magari mentre gli altri erano occupati ad uccidersi avvicenda.
Era un pensiero atroce, ma in quel momento esclusi tutti e pensai solo a noi due.
Era una cosa possibile, ma molto molto difficile.

Per terzo la mia mente elaborò di raccontare la verità ai miei compagni ma mi feci ridere e allo stesso tempo paura da solo, perché ci saremmo andati di mezzo sia io che Lou e chissà cosa ci sarebbe successo dopo.


No, no, no. Era fuori discussione, totalmente.

Ormai non doveva mancare molto al nostro arrivo, i miei pensieri mi avevano totalmente deconcentrato e avevo perso la concezione de tempo più del dovuto o comunque più di quanto io mi aspettassi.

Era incredibile come tutto cambiava, succedeva così, come uno schiocco di dita, nel giro di un secondo quello che ti circondava cambiava e tu rimanevi frastornato e sconvolto, senza sapere più qual è il tuo compito o cosa stai facendo, perché ti trovi catapultato in un'altra realtà troppo presto da non essere psicologicamente pronto ad affrontarla.

Fu proprio così che i un battito di ciglia il panorama che avevamo davanti cambiò, ma io fui il primo ad accorgermene, gli altri erano troppo impegnati a chiacchierare di coordinate e possibili errori ne nostri calcoli.

In lontananza vedevo già alte colonne di fumo bianco che andava verso il cielo, come a rappresentare le grida di quelle persone impegnate in questo conflitto, alla ricerca della libertà.

Non c'è tempo per le metafore, Harold, mi ricordò il mio subconscio.

Con una scrollata di testa tornai in me e ripresi tutta la concentrazione che fino a quel momento mi aveva abbandonato e mi aveva lasciato vagare tra i mille preamboli della mia mente.
Mi avvicinai di fretta allo spioncino di cui disponevo e lì, nel momento in cui misi a fuoco l'immagine di fronte a me, mi bloccai.

Vidi un carro.
Ma non era un semplice carro.

Non era dei nostri, di questo ero più che certo.
Era diverso, ma nonostante la differenza con i nostri carri, sapevo con certezza di averne visto uno simile a quello.
Uno dei primi giorni, ma certo, quando non volevo nemmeno tenere in mano le armi che mi assegnavano, sì, risaliva alla prima settimana quel mio ricordo lontano, quando fummo attaccati per la prima volta ed io non volli guardare quello che stava succedendo fuori dalle " mura " del nostro abitacolo.
Non era dei nostri, lo avevo visto chiaramente, ora.
Era più scuro, quasi nero, mentre i nostri erano sui toni del marrone ed aveva anche una bandiera in cima e di certo non assomigliava alla nostra.

Non riuscivo a vedere molto bene, i dettagli mi rimanevano oscuri e anche sfuocati, ma ero sicuro che i colori presenti su quella bandiera non fossero i nostri.
A quella considerazione l'ansia in me iniziò a salire e l'agitazione iniziò a prendere il sopravvento.

Iniziai a sentire un caldo improvviso, volevo andarmene da lì, non volevo assistere all'evolvere della situazione, avevo già una brutta sensazione e di solito quando avevo queste brutte sensazioni erano poche le volte in cui mi sbagliavo.
Con il pensiero del dopo mi lasciai sfuggire due parole, ci siamo , dissi, ma non mi ero nemmeno reso conto di averle pronunciate ad alta voce e non solo pensate, fino a quando Brandon, il ragazzo che si trovava alla mia destra in quel momento, non mi fece spostare con forza, anche se non avrei opposto resistenza.

Mi girai verso di lui e lo vidi, praticamente lanciarsi verso la mia postazione nella quale si piazzò e, chinandosi per vedere dallo spioncino, fu il suo turno di assistere a ciò che avevo visto io poco prima.
Dopo qualche momento di lunga analisi si girò e si rivolse a Black che, stranamente, era stato zitto fino a quel momento.
Mi girai anche io verso il generale che in un batter d'occhio aveva aperto lo sportello grazie al quale entravamo nel carro e si era sporto da esso per poter constatare ad occhio nudo quello che gli era stato poco prima riferito da Brandon, ovvero che eravamo ormai arrivati a destinazione.

Vidi un sorriso nascere sul volto di Black e il suo pugno alzato, in segno di vittoria, fu l'ultima cosa che vidi, prima di chiudere gli occhi e lasciare la mia mente vagare tra le varie possibilità di vincita o sconfitta che avevamo.

Provavo mille emozioni, ma le racchiusi tutte quante in una sola e piccola lacrima.
L'unica che lasciai cadere, questa volta.


And what if I saved you?                      { Larry Stylinson }Where stories live. Discover now