CAPITOLO 1

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Mani in aria, musica ripetitiva che ti martella la testa, corpi sudati appiccicati fra loro nella calca. Io sono in disparte con la mia migliore amica, Abbie. La conosco da una vita, abbiamo  sempre dimezzato tutto, abbiamo vissuto insieme tutto quello che ci si è presentato davanti, lei mi ha aiutata quando io stavo male e io ho fatto esattamente la stessa cosa per lei.

"Uno shot di vodka." Ordino al barista. Bevo anche troppo ultimamente, dovrei darmi una regolata, ma non lo faccio.

"Sandra, guarda là." mi dice Abbie. Fa un cenno con la testa per farmi notare un ragazzo in lontananza. La pista ora è meno affollata. Il tizio in questione ha i capelli rasati ai lati, nient'altro perché non riesco a vedere bene. Prendo il mio shot, lo bevo tutto d'un fiato e poso il bicchierino.

"Vai da lui, no?" le dico ad alta voce nell'orecchio.

"Tu dici?" mi domanda mordendosi il labbro.

"Sei uno schianto." le pizzico il sedere e si allontana ridendo.

Sorrido vedendo che è riuscita nel suo intento; ordino un altro shot e dopo averlo bevuto tutto mi butto in mezzo alla folla ballando al ritmo di musica.

-

Come al solito la mia sveglia suona e mi costringe ad alzarmi dal mio letto e dirigermi verso il bagno per una doccia rilassante. Finita la doccia mi avvolgo un asciugamano attorno al corpo e uno ai capelli per poi tornare in camera.

Apro il cassetto dell'intimo, ne scelgo uno a caso; non sono una di quelle ragazze che mette l'intimo abbinato, no assolutamente, specialmente se sono in ritardo.

Lascio cadere l'asciugamano e indosso le mutandine e il reggiseno; apro l'anta dell'armadio e prendo un paio di leggins neri, una canottiera bianca e una felpa grigia da mettere sopra. Indosso il tutto e infilo le converse nere; esco dalla stanza e vado in cucina per preparare la colazione non prima di aver preso un'aspirina per il mal di testa: okay forse dovrei bere un po' di  meno nei locali.

Preparo il caffè e nel frattempo invio un messaggio ad Abbie chiedendole come procede la sbronza e se le va di vederci più tardi. Mi risponde che arriverà in venti minuti.

Abbie è una bellissima ragazza: ha dei lunghi capelli castani e leggermente biondi sulle punte, ha un paio di occhi color caramello e un fisico pazzesco. Ricordo che siamo diventate amiche alle medie, quando la professoressa di storia ci mise in coppia per una relazione. Legammo subito. Lei sa tutto di me e io tutto di lei. Ogni emozione, ogni paura; sappiamo tutto l'una dell'altra.

Abbie è una delle poche persone di cui mi posso fidare ciecamente, so che non mi tradirebbe mai.

Finisco il mio caffè e mi dirigo in salotto, accendo la tv e inizio a guardare le repliche di Friends recitando le battute a memoria. Pochi minuti dopo suonano al campanello, mi alzo dal divano e vado ad aprire trovandomi Abbie davanti con due occhiaie molto profonde e un disgustoso odore addosso.

"Riesco ancora a sentire l'odore di alcol, Abbie." Rido facendola entrare. Alza gli occhi al cielo e si va sedere sul divano.

"Si può sapere che fine hai fatto ieri sera?" chiede abbassando il volume della tv. "Me ne sono andata quando ti ho vista andare via con quel tizio" rispondo facendo spallucce.

"Non ti sei divertita neanche un po'?" domanda leggermente sorpresa.

"Non nel modo che intendi: ho ballato, bevuto più di qualche shot e ballato ancora. Poi quando ho visto che te ne stavi andando con quello e quindi ho deciso di andarmene anche io" rispondo tranquilla.

Abbie mi ascolta con attenzione per poi dire: "Quindi non sei andata a letto con nessuno?"

"Ovvio che no. Secondo te se l'avessi fatto pensi che ti avrei chiesto di incontrarci così presto?" chiedo retorica.

"Beh no. Comunque mi spieghi come fai a reggere l'alcol così bene? Insomma guardati: non hai occhiaie, i postumi sono invisibili, sei profumata e ben vestita. Come diavolo hai fatto?" chiede gesticolando facendomi ridacchiare.

"Mi sono fatta una doccia e ho preso un'aspirina, Abbie. Dovresti davvero farlo anche tu." La guardo per poi scoppiare a ridere mentre lei alza gli occhi al cielo.

Mi siedo affianco a lei e mi racconta che questo ragazzo, Zayn, mi pare si chiami, è molto affascinante e dopo avermi raccontato ogni singolo disgustoso dettaglio le tappo la bocca non volendo sentire altro.

Passiamo due ore insieme, a parlare, quando le arriva una chiamata dalla madre. Un bacio veloce ed è già fuori.

Decido di uscire anche io e di andare da Starbucks per un frappè. Prendo le cuffiette, il telefono, le chiavi di casa e infilo un solo auricolare.

Mi dirigo alla fermata dell'autobus e una volta salita su premo play. L'autobus parte, mi sistemo sul sedile e aspetto di raggiungere la fermata dove devo scendere.

Venti minuti dopo scendo ed entro nel bar, cerco un tavolino libero; un cameriere si avvicina e allora ordino. Poco dopo arriva con ciò che avevo ordinato. Infilo la cannuccia nel bicchiere, succhio e mi si gela il sangue quando sento chiamare il mio nome, con quella voce.

No. Non può essere vero.

Quella voce sarei capace di riconoscerla tra mille.

"Sandra? Sei tu?" mi giro lentamente e incontro quelle iridi verdi che amavo tanto.

Una serie di flashback davanti ai miei occhi, i pianti, immagini confuse. Pensavo di averlo scordato.

"Harry.." deglutisco rumorosamente. Sento ogni millimetro del mio corpo tremare dal nervoso.

"Posso sedermi?" indica appena la sedia vuota di fronte a me.

Annuisco.

Non riesco a parlare, è come se la lingua mi si fosse immobilizzata. I miei occhi sono pesanti. Credo di non voler piangere davanti a lui.
Si siede, mentre io tengo il profilo basso e fisso le sue mani che stringono una specie di fascicolo in pelle. Ha dei nuovi tatuaggi, sono belli, penso.

"Come va?" mi chiede.
Sarebbe andata meglio se tu non fossi qui.

"Me la cavo, tu?"

"Io bene." posa il fascicolo sul tavolino, si passa una mano fra i capelli. Mi guarda negli occhi.

"Cosa vuoi?" sussurro appena. Vattene via, Harry. Fallo, adesso, come tutte le altre volte in cui te ne sei andato prosciugandomi.

"Parlarti."

Annuisco sospirando. Tiro fuori dalla tasca una monetina e la faccio girare.

"Ti ascolto." dico guardando la monetina. Non voglio fissarlo negli occhi, non posso. Potrei ricadere nella sua trappola, potrei essere debole, di nuovo e io non voglio. Perdonare è simbolo di debolezza, io sono stata debole per troppo tempo, perdonandolo ogni volta che tornava, ogni volta che mi faceva male.

"Guardami." mette una mano sulla monetina fermandola. È serio.
Alzo gli occhi e mi fermo ad osservare i particolari del suo viso. Li sapevo a memoria, li so a memoria.

"Ho sbagliato."

"L'ho sentito dire troppe volte." sospiro.

"Ultima volta, Sandra."

"Forse non hai capito." ho gli occhi pieni di lacrime, rossi. Merda.

"Lo so, ma..."

"Ma niente, Harry. Ho sbagliato dovevi dirlo una volta sola." Afferro la mia monetina, mi alzo, vado a pagare ed esco da Starbucks.
Harry era la mia vita, la mia morte, il mio respiro, la bastonata sulle mie ginocchia. Harry era il mio appiglio, poco sicuro a volte, che mi faceva cadere. Io l'ho amato, eccome se l'ho amato, gli ho dato la mia vita, ma forse questo non vuol dire niente, almeno non per lui.

In Case|| Liam PayneWhere stories live. Discover now