Non avrei mai immaginato che la mia vita potesse prendere una piega del genere. E, soprattutto, non mi sarei mai aspettata di essere tradita o stravolta proprio da chi consideravo una certezza.
Se qualcuno, soltanto un anno fa, mi avesse predetto come sarebbero andate le cose, gli avrei riso in faccia con un'ingenuità che oggi mi fa quasi rabbia. All'epoca la mia routine era semplice, rassicurante, confortevole nella sua banalità. Frequentavo la Center Grove High School, una qualunque scuola pubblica di Greenwood dove i corridoi saturi di umidità profumavano costantemente di cera per pavimenti, disinfettante all'agrumo e tranci di pizza riscaldata della mensa. Tra quelle mura ero semplicemente Evelyn: la ragazza dal profilo basso che sedeva sempre nella fila di mezzo, quella che salutava tutti con un sorriso sincero, che cedeva volentieri il posto in coda e che commetteva il gravissimo errore di fidarsi di chiunque. Non ero nessuno di speciale. Non appartenevo al circolo dei popolari, non indossavo abiti firmati e il solo pensiero di stare al centro dell'attenzione mi faceva salire un nodo alla gola.
Il mio unico, vero punto fermo era Harper.
Se io ero un'acqua calma e priva di increspature, Harper era un temporale estivo improvviso. Con il suo chiodo in pelle consunto dal tempo, le ginocchia dei jeans costantemente strappate e un'attitudine sfacciata - di quelle di chi non chiede mai il permesso di esistere -, Harper era il mio scudo personale. Ricordo con lucida nostalgia i pomeriggi spesi sul cofano arrugginito della sua vecchia auto, nel parcheggio sul retro della scuola, a dividere un sacchetto di patatine stantie mentre cercavamo di far funzionare lo stereo che saltava a ogni buca. Era apertamente, orgogliosamente lesbica in una cittadina di provincia che tendeva ancora a guardarti di traverso se osavi uscire dai margini, ma a lei non era mai importato nulla del giudizio altrui. Mi proteggeva da tutto, persino dalla mia stessa docilità. Quando qualcuno cercava di approfittarsi della mia disponibilità, bastava una sola occhiata affilata di Harper per farlo desistere.
Eravamo una squadra indistruttibile, noi due contro il resto di Greenwood. E a me andava più che bene.
Poi, però, qualcosa nel mio equilibrio perfetto ha iniziato a scricchiolare. È nato tutto come un desiderio sciocco, una sottile sete di approvazione: volevo essere vista, volevo dimostrare a me stessa di non essere soltanto l'ombra silenziosa di qualcun altro. Non potevo sapere che quell'ostinata curiosità, combinata con la mia cieca tendenza a credere a chiunque mi mettesse una mano sulla spalla con un falso sorriso, mi avrebbe condotta a passo spedito verso una gabbia dorata.
Non sapevo cosa significasse davvero indossare quella divisa, né il peso invisibile che portavano quelle gonne a pieghe, i fiocchi perfetti tra i capelli e le risate affilate come rasoi del gruppo delle cheerleader. Non sapevo che la popolarità pretese un tributo così alto, e che l'avrei pagata un pezzo alla volta, lasciandomi alle spalle l'unica persona che mi avesse mai voluta bene per ciò che ero davvero.
Tutto ha avuto inizio in un piovoso e grigio martedì di ottobre, tra il cigolio dei tacchetti sul parquet lucido della palestra e il profumo pungente della lacca per capelli. È stato in quel preciso istante che la vecchia Evelyn ha smesso di esistere, ed è lì che ho cominciato a perdermi.
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La felpa della Cheerleader
Misterio / SuspensoEsiste davvero una regola per capire di chi potersi fidare? La verità è che non siamo mai pronti a essere traditi, specialmente quando la pugnalata arriva dalle persone che ritenevamo incapaci di farci del male.
