La pentola sul fornello borbottava un brodo scuro, fatto d'acqua e foglie di verza che sapevano di stantio, un olezzo pesante che si appiccicava alle pareti unte e al soffitto basso, impregnando la lana logora dei maglioni di un acre ristagno di cantina.
«Spegni quella roba. Puzza di fogna morta.»
L'uomo non aveva alzato gli occhi dal giornale unto spiegato sul tavolo. Le sue mani, larghe e incrostate di grasso motore che non andava via nemmeno con la pietra pomice, tambureggiavano sul legno con un ritmo regolare come un metronomo difettoso che scandiva il tempo della condanna. Ogni colpo era un peso che premeva contro i timpani, una vibrazione che saliva dal pavimento e si piantava dritta nello sterno.
La donna si mosse di scatto, la spalla destra più alta dell'altra, un'inclinazione innaturale che le deturpava la figura sotto il grembiule grigio. Le dita tremarono sul manico della pentola con una frequenza febbrile, la pelle trasparente e tesa sulle nocche come carta velina bagnata prima di riuscire a stringere il metallo bollente.
«Il gas... il gas è quello che è. Non posso fare miracoli con la spesa di ieri.»
«Miracoli. Già. È l'unica cosa che non sai fare, a meno di non contare quella specie di fenomeno da baraccone che mi hai piantato in casa dieci anni fa.»
Il bambino era seduto sullo sgabello nell'angolo buio vicino alla dispensa, le ginocchia tirate contro il petto, strette tra le braccia magre in un tentativo disperato di occupare meno spazio possibile, di dissolversi nell'ombra del muro. Non respirava forte. Aveva imparato che il respiro, in quella cucina, faceva rumore, e il rumore attirava la gravità cieca delle scarpe di cuoio pesante di suo padre. I suoi occhi neri, troppo grandi per quel viso smunto, si muovevano solo da un paio di stivali infangati alle dita immobili di sua madre, calcolando angoli di fuga che non esistevano.
In casa il tempo non scorreva: si accumulava come la fuliggine nera sui mattoni esterni della fabbrica, uno strato sopra l'altro, soffocante e viscido. Severus conosceva a memoria ogni singola crepa nell'intonaco sopra la credenza, ogni scricchiolio del pavimento che tradiva il passaggio del capofamiglia, ogni sfumatura di silenzio che precedeva una tempesta. Sapeva che quando l'uomo sbatteva la tazza sul tavolo senza versare il tè, la serata avrebbe assunto il sapore amaro della ruggine e dei lividi. Crescere lì dentro significava imparare a prevedere i terremoti domestici studiando la rigidità della mascella di suo padre o il modo in cui le spalle di sua madre si rannicchiavano per parare un colpo invisibile. Per il vicinato di Cokeworth loro erano solo i reietti di Spinner's End, la famiglia strana che viveva oltre il canale, quella i cui membri non uscivano mai se non per andare a lavorare o per sparire nei vicoli bui. Ma tra quelle quattro mura decrepite, la povertà non era solo mancanza di pane o di carbone: era una presenza fisica, un ospite sgradito che dettava le regole della sopravvivenza.
Ogni oggetto possedeva un peso specifico di pericolo: la sedia pronta a stridere, il battente della porta che non chiudeva bene, il tagliere di legno intriso di umidità. Il suo corpo minuto registrava tutto, convertendo la tensione in un formicolio sordo che partiva dalla base della nuca e scendeva lungo la colonna vertebrale, irrigidendolo come una molla caricata a forza. Sentiva persino il ticchettio sordo del proprio cuore rimbombare nelle orecchie, un tamburo minuscolo e disperato che implorava silenzio.
«Severus, levati di mezzo con quella faccia da becchino. Sembri sempre che stia per morire qualcuno.»
«Lascialo stare» mormorò la voce della donna, senza voltarsi, sottile come un filo di spago logoro sul punto di cedere sotto la tensione.
«Non difenderlo, che ti viene male alla lingua. È uguale a te. Storto. Muto. Con quegli occhi da furetto che frugano dappertutto come se cercassero qualcosa da rubare.»
Tobias si alzò di scatto. La sedia di ghisa stridette sul linoleum con un lamento acuto tra i denti, una frizione metallica che faceva accapponare la pelle. Il giornale cadde a terra, calpestato dallo stivale pesante che lo ridusse a un mucchio di carta straccia.
«Dove sono i soldi del carbone? Te l'avevo detto ieri sera prima di uscire. Dieci scellini sulla mensola.»
La donna indietreggiò fino a urtare il bordo del lavandino. La gola le si contrasse in un singhiozzo secco, trattenuto a forza con una tale violenza che le mascelle le tremavano.
«Non c'erano dieci scellini. Ne ho presi due per la farina.»
«Non mentirmi in faccia. Lo so dove vanno a finire i soldi. Li mandi a quella gente? O li spendi in quei tuoi giochini che mi tieni nascosti lassù? Eh? Vuoi che vada a vedere cosa tieni chiuso in quella scatola di latta in fondo al solaio, infilata tra le travi marce?»
Le dita di Severus si conficcarono nel legno del sedile con tanta forza da farsi sbiancare le nocche. Sapeva fin troppo bene cosa significasse quella minaccia: da piccolo, prima che imparasse a nascondere i suoi piccoli prodigi involontari - il bicchiere che si spostava da solo quando piangeva o il gatto della porta accanto che cambiava colore - il sottotetto era stato teatro di perquisizioni violente, con i libri di magia di sua madre strappati pagina per pagina e buttati nella stufa accesa. Voleva urlare, voleva stringere le mani intorno a quel manico di scopa appoggiato dietro la porta e usarlo contro quella mole che avanzava, ma le braccia gli pesavano come colonne di piombo colato, paralizzate da un terrore atavico che gli negava persino il diritto alla rabbia.
«Non c'è niente su. Te lo giuro, non c'è niente.»
«Bugiarda. Bugiarda come quando hai detto di essere una signora per bene prima di metterti in mezzo alla mia strada.»
La mano dell'uomo si alzò, non rapida ma ineluttabile, un blocco di carne e calli che tracciò l'aria nell'angolo cieco della stanza. Il colpo non fece un grande fracasso, solo un impatto secco, seguito dall'urto della testa contro il bordo smaltato della credenza.
La donna non cadde. Rimase lì, con la guancia premuta contro il legno bianco, le mani aggrappate al mobile come se potesse tirarselo addosso per seppellirsi. Un rivolo di sangue sottile, quasi nero nella penombra della lampada a bulbo nudo, le scivolò dal labbro fino al mento, tracciando una linea lucida e spietata. Nessuno fiatava.
«Mamma.»
La parola uscì dalla bocca del bambino prima che potesse trattenerla, un corpo estraneo strappato via a forza. Era un soffio, un raschio di gola che sapeva di polvere e ruggine. Un sapore aspro gli riempì il palato, maledicendo quel suono debole che gli era appena sfuggito e l'impotenza viscerale che lo accompagnava.
Tobias si girò lentamente, piantando lo sguardo torbido su di lui.
«Che hai detto, sottospecie di verme? Hai qualcosa da ridire? Vuoi prendere quello che si merita anche la tua parte?»
Severus non abbassò gli occhi. Restò immobile su quello sgabello, la schiena incollata al muro umido che trasudava il freddo della terra, le dita ancora conficcate nel legno del sedile mentre il respiro gli bruciava nei bronchi. Nella cucina satura di verza bollita, l'unico movimento era il fluido scarlatto che continuava a colare sul mento di sua madre, mentre dentro di lui il silenzio si faceva denso, pesante e definitivo.
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Le radici dell'ombra
FanfictionNella squallida periferia di Spinner's End, Severus Piton cresce in un soffocante inferno domestico fatto di sguardi di disprezzo, silenzi imposti e dalla tirannia psicologica di un padre che demolisce ogni frammento della sua dignità. Tra stanze u...
