LA CASA DEI SUSSURRI

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Il cartello "VENDESI" in giardino avrebbe dovuto essere il primo indizio. Era sbiadito, quasi marcio, come se nessuno volesse toccarlo da anni. Ma i miei genitori cercavano una casa economica fuori città, e quella vecchia villa coloniale sembrava l'affare del secolo.«Ha solo bisogno di una rinfrescata, Leo!» aveva detto mio padre, sorridendo mentre apriva la porta d'ingresso che scricchiolò come un lamento.A me, invece, sembrava che quella casa avesse bisogno di un esorcismo.

Il primo giorno passò tra scatoloni e polvere. La mia nuova camera era al primo piano: pareti color crema, una grande finestra che dava sul bosco e una vecchia grata di ferro per il riscaldamento incassata nel muro, vicino al pavimento. Una di quelle condutture d'aria vecchie che collegano tutte le stanze della casa.I problemi iniziarono quella notte stessa.Mi ero appena infilato sotto le coperte quando lo sentii. Un suono sottile, come di carta strofinata. Sssss... sssss...Mi raddrizzai sul letto, il cuore che batteva a mille. Trattenni il respiro. Il rumore proveniva dalla grata metallica. Mi alzai lentamente, camminando in punta di piedi sul pavimento freddo, e mi inginocchiai davanti alla fessura.Non era un semplice fruscio d'aria. Erano voci. Sussurri.

«...è arrivato...» diceva una voce sottile, quasi infantile.«...sì, è nella stanza di sopra...» rispondeva una seconda voce, più roca e profonda.«...pensi che ci vedrà?»«...ci vedrà quando sarà troppo tardi...» Un brivido di ghiaccio mi corse lungo la schiena. Presi il telefono e accesi la torcia, puntando la luce dentro la grata. Niente. Solo polvere e oscurità che scendeva verso il seminterrato.

 L'indomani a colazione provai a dirlo ai miei. «Papà, ci sono dei rumori nei tubi. Come delle persone che parlano».Mio padre rise, mandando giù un sorso di caffè. «È solo il vento nelle tubature, Leo. Questa casa è vecchia, si deve assestare».«Ma dicevano il mio nome!» insistei, con la voce che tremava. Mia madre mi accarezzò la testa. «Hai solo troppa fantasia. Saranno i tubi dell'acqua». Non erano i tubi. Lo sapevo.

La seconda notte fu peggio. I sussurri iniziarono non appena si spense l'ultima luce della casa. Questa volta non venivano solo dalla grata. Venivano da dentro le pareti.«Leo...» «Vieni giù, Leo...»«Fa freddo qui sotto...». Tappatomi le orecchie con il cuscino, aspettai l'alba tremando. La mattina dopo, approfittando del fatto che i miei erano usciti a fare la spesa, decisi di scoprire la verità. Dovevo capire da dove partivano quei tubi.Scesi nel seminterrato. Era un luogo buio, umido, che puzzava di terra bagnata. Al centro del soffitto c'era la grossa caldaia di metallo da cui si diramavano tutti i condotti d'aria che salivano verso le stanze.

Mi avvicinai al tubo principale. C'era qualcosa di strano. Sul metallo arrugginito c'erano dei graffi profondi. Impronte. Come se qualcuno, dall'interno, avesse cercato di aggrapparsi per salire.All'improvviso, un sussurro fortissimo risuonò proprio dietro di me.«Cosa cerchi, Leo?» Feci un salto all'indietro, cacciando un urlo. Mi voltai di scatto, ma non c'era nessuno. La stanza era vuota. Poi guardai meglio la caldaia. C'era uno sportello di metallo, socchiuso. I sussurri provenivano da lì dentro. Con le mani che mi tremavano come foglie, afferrai la maniglia fredda e spalancai lo sportello. Ciò che vidi mi tolse il fiato.

 Non c'erano bruciatori o ingranaggi. All'interno della caldaia c'era solo un enorme buco nero che scendeva nel sottosuolo, profondo e infinito. E lungo le pareti di quel buco, c'erano centinaia di occhi fosforici che mi fissavano. Creature d'ombra, intrappolate lì sotto, che muovevano le labbra all'unisono.«Finalmente sei sceso...» dissero, e la loro voce non era più un sussurro, ma un boato che mi rimbombò nella testa. Terrorizzato, sbattei lo sportello e corsi di sopra, chiudendomi a chiave nella mia stanza. Aspettai i miei genitori sul letto, piangendo, con le ginocchia al petto. 

Quando finalmente sentii la macchina parcheggiare in giardino, cacciai un sospiro di sollievo. Sentii la porta d'ingresso aprirsi al piano di sotto.«Mamma! Papà! Dobbiamo andarcene da qui!» urlai, correndo verso il corridoio.Ma prima che potessi raggiungere le scale, sentii un rumore familiare. Proveniva dalla grata della mia camera. Mi voltai lentamente.

Dalle fessure di metallo stavano uscendo dei lunghi filamenti d'ombra nera, come dita fatte di fumo, che strisciavano sul pavimento verso di me. E dai tubi, la voce di mia madre e mio padre risuonò allegra, ma distorta:«Leo, siamo tornati! Vieni giù nel seminterrato... dobbiamo mostrarti una cosa...»Guardai fuori dalla finestra della mia stanza. La macchina dei miei genitori non c'era. Il giardino era vuoto. I miei non erano mai tornati.I sussurri avevano imparato a imitare le loro voci. E stavano salendo le scale.

LA RACCOLTA DEL TERROREHistorias para obsesionarse. Descúbrelo ahora