Ricordo quel giorno, il 10 marzo 1995, quando mio padre perse la testa per la prima volta. Io avevo solo dieci anni.
La luce del mattino passava attraverso le persiane e disegnava sul pavimento linee nette, creando un disegno di luce e ombra. L'aria rimaneva ferma, come se il mondo fuori non esistesse. Io sentivo il silenzio avvolgere tutto. Io mi trovavo nella stanza e vedevo mio padre seduto al tavolo, con la bottiglia davanti a sé,fissava il vuoto. Nei suoi occhi, all'inizio, non c'era rabbia, solo una calma strana. Ma quella calma è sparita quando ha pronunciato la prima parola, mi è sembrato di spezzare il tempo. Ho visto la bottiglia tremare nella sua mano e ho sentito il suono sordo quando ha colpito il tavolo. Per un attimo, tutto si è fermato. Il ticchettio dell'orologio, il vento che sbatteva contro la finestra, persino il respiro di mia madre, sembravano tutti fermati
Lei urlò. Le sue urla erano lunghe, deboli e forti. Io non muovevo un muscolo, rimasi fermo e mi sentii impotente. Guardavo mio padre, i suoi gesti diventavano sempre più strani. La sua mano tremava, la bottiglia oscillava, e le parole cadevano lente, mescolate, senza significato. Ogni suono rimbombava in cucina come se fosse un eco che non si
Il tempo si è fatto più corto in quei minuti. Ogni respiro e ogni battito del cuore sembravano più forti. Io contavo in silenzio, cercando un ordine che non c'era. Ogni gesto e ogni parola di mio padre era un segnale: non dovevo muovermi, non dovevo parlare, non dovevo esistere più del necessario.
È stata la prima volta che ho sentito il rumore dell'alcol riempire la casa. È stata la prima volta che ho capito, guardando da fuori, che nulla sarebbe più lo stesso.
E in quell'istante, mentre il silenzio tornava tra un urlo e l'altro, compresi qualcosa che non avrei mai potuto dimenticare: la paura non è qualcosa che senti, è qualcosa che osservi. La paura è l'aria stessa e impari a respirarla senza far rumore.
Ricordo il 3 novembre 1995. Ricordo anche quel giorno.
Il buio era già qui quando sono tornato a casa. In inverno il pomeriggio finisce presto, per questo le strade si spengono una dopo l'altra. Io guardai i lampioni che si accendono lentamente, come se fossero occhi stanchi.
Io camminavo piano,avevo imparato ormai che la fretta non era dalla mia parte.
Di fronte al portone rimasi fermo per qualche secondo. Mi sentii perplesso e guardai le finestre dell'appartamento. La luce della cucina era accesa, ma la luce non diceva nulla di importante. A volte era solo il segno che qualcuno aveva dimenticato di spegnerla.
Ricordo di aver appoggiato la mano sulla maniglia. Essa rimase immobile per qualche secondo. Poi la girai,un gesto semplice e netto.
Prima di entrare, ho ascoltato.
Silenzio. Il silenzio mi avvolgeva.
Ecco cosa ascoltavo.
Mi sembrava di non sentire il silenzio tranquillo delle case normali. Il silenzio era diverso. Era più teso, come quando si trattiene il respiro sotto l'acqua.
Ho aperto la porta piano.
La penombra sporca avvolgeva la casa. C'era la televisione accesa nel soggiorno, ma il volume suonava così basso da sembrare un sussurro. Sul pavimento si trovavano dei vestiti, vestiti che non ricordavo di aver visto quella mattina, e io mi chiedevo perché fossero lì.
Mentre mi allontanavo chiusi la porta dietro di me, così lentamente da non trarre nemmeno un piccolo rumore.
Mi avvicinai al lungo corridoio buio.
«Mamma?» dissi in un sussurro quasi impercettibile
Niente. Nemmeno un verso,un rumore,uno scricchiolio.
Guardai verso la cucina, notando subito la bottiglia sul tavolino rovesciata e una macchia scura che si allargava lentamente sul legno rovinato, il liquido cadeva a gocce sul pavimento.
Tic,tic,tic
Ogni goccia sembrava più forte del rumore dell'orologio.
la porta della stanza di mia madre era aperta di poco. Dentro, la luce gialla era debole, quasi timida, e si diffondeva lentamente nella stanza.
Spinsi la porta con due dita.
Io vedevo Lei seduta sul letto, ma Lei non si accorgeva di me. Il suo sguardo restava fermo su un punto del muro, come se esso tenesse fermo il suo pensiero.
Le sue mani vagavano sul materasso lentamente in cerca di qualcosa o qualcuno
«mamma?» ripetei.
Questa volta mi guardò.
I suoi occhi impiegarono qualche secondo per riconoscermi.
Sorrise. Un sorriso vuoto e spento per nulla felice.
«xavier..» al suono del mio nome mi vennero i brividi.
Rimasi sulla soglia,con lo sguardo basso e il respiro profondo ma allo stesso tempo leggero,come se stesse camminando su un filo d'erba.
Abbassò anche lei lo sguardo sul pavimento sporco,ridendo.
Mi chiesi che senso aveva ridere in quella situazione, poi la vidi avvicinarsi a me lentamente.
Le sue gambe tremavano e il suo corpo era pallido,come uno zombie vivente.
Chiusi gli occhi. Mi aveva preso.
Sentivo le sue mani ovunque,la sua voce strozzata e raschiata, il mio corpo gelato e nudo rannicchiato sotto di lei. Mi chiesi se si ricordasse di quel giorno al parco tutti insieme, correvamo spensierati.
Per ultimo,chiesi a me stesso dove fosse finita la mia tenera mamma.
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Aver paura del buio
General FictionA trentotto anni, Xavier vive ai margini della società. Non ha una vita regolare, non cerca stabilità e non sembra avere alcun interesse a costruirsela. Di giorno è un uomo qualunque, quasi invisibile. Di notte, invece, cambia volto: frequenta local...
