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CAPITOLO I

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CLARISSA

Il silenzio é la prima cosa che ti uccide.
Non i ring clandestini,non le scommesse sporche di sangue; il silenzio.

Il silenzio é la prima cosa che ti uccide,quando cerchi di cambiare vita. Ti si infila nelle orecchie,e scava tunnel. Tunnel così profondi che raggiungono i tuoi ricordi più oscuri,le promesse che ti sei fatta pur di poter mettere il piatto a tavola.

Il rumore,a differenza del silenzio,può essere letale come non può.
Il rumore della mia vita a Las Vegas era quello delle gabbie in metallo che si chiudevano,il rimbombo che un osso crea quando si incrina,o ancora peggio,si spezza. Quello degli scommettitori ubriachi,quello degli applausi quando masticavo qualcuno per poi sputarlo.

Lì ero conosciuta come "Il diavolo del Nevada",un titolo così lontano ma allo stesso tempo vicino alla mia natura. A volte mi chiedevo ancora come avessi fatto a diventare quel mostro,definito diavolo.

Adesso invece,il rumore della mia vita qui a San Franscisco,é quello della macchinetta del caffè e dei cucchiaini sui piatti di ceramica.

"Due cappuccini e un cornetto al tavolo quattro,Clarissa. Muoviti che c'è fila"

Asciugai le mani sul grembiule dell'omonimo bar in cui lavoravo,qualcosa di carino e felice come 'stars café'. Mi venne inconsapevolmente di guardarmi le nocche: bruciate oltre misura.

Mi tremavano leggermente le mani,non per la fatica o la stanchezza,ma per l'astinenza.
Il boxe è come una droga,non puoi uscirne pulito.
Quando passi anni sui ring clandestini,smettere é come un pugno allo stomaco con la guardia abbassata. Ma dovevo trattenermi,ero scappata dal Nevada per un motivo.

In Nevada,non avevo niente oltre ai ring: niente amici,niente educazione,niente riposo,solo combattere,combattere,combattere.

Solo combattere.

Qui a San franscisco potevo far finta di essere normale,far finta che qualsiasi barlume di speranza che avessi in me non sia morto tempo fa.

Finiti i turni,la mia unica valvola di sfogo era camminare fino in periferia,dove i palazzi moderni lasciavano spazio a vecchi magazzini industriali.
Lì si trovava anche la "K.O Boxing club". Non era una stamberga sotterranea come quelle a cui ero abituata,era una palestra federale, con le finestre grandi,ed un'insegna al neon che funzionava anche di giorno,senza intermittenze.

Entrai dalla porta posteriore,e l'odore del pavimento in linoleum mischiato al sudore mi colpì le narici; era pulito e onesto,forse fin troppo.

I miei occhi girovagavano per la stanza,come ogni volta che entravo in un posto del quale ancora non potevo fidarmi completamente. Si posarono su una bacheca in sughero,tappezzata di foto,tutte ritraenti lo stesso ragazzo.

Alto,capelli color pece impregnati di sudore,con un sorrisetto beffardo. Leggiucchia i titoli,cose come

"Lorenzo Marino,la promessa della boxe olimpica" e "il ragazzo d'oro di San Franscisco"

Ebbi una fitta di freddo cinicismo allo stomaco. Lorenzo Marino era un boxer da copertina,probabilmente abituato ai medici a bordo campo,un arbitro sempre pronto a difenderlo e i guantoni con extra imbottitura per non farsi male.
Non sapeva cosa significasse sputare un dente sul cemento o continuare un incontro con il setto nasale rotto e sanguinante.

Era il re di un mondo perfetto,un mondo così diverso dal mio. Lo odiai ancor prima di conoscerlo,solo da quelle foto,perché la vita era stata così fottutamente generosa con lui.

Stavo per dirigermi verso i sacchi a fondo sala,quando la porta degli spogliatoi si aprì improvvisamente. Lo stesso Lorenzo Marino uscì,in tutta la sua gloria. Camminava con (presumibilmente) il suo allenatore,asciugamano in spalla.

Stavano ridendo di qualcosa,ma la sua risata si fermò appena mi vide,come bloccato di colpo. Cercai di abbassare il cappuccio per nascondermi la faccia,ma era troppo tardi.

Mi stava fissando; non come si fissa una sconosciuta,ma una preda appena entrata nel suo mondo indesiderata. Notò la mia postura
— troppo allerta per essere una qualunque — e le borse sotto gli occhi che quattro giorni su cinque mi facevano sembrare un panda.

Mantenni il suo sguardo,con un'espressione indecifrabile.

E,lentamente,i bordi della sua bocca si curvarono all'insù,nuovamente in quel sorrisetto da stronzo come nelle foto.

Il diavolo del Nevada era entrata nel regno del Ragazzo D'oro,e qualcosa mi diceva che nessuno dei due ne sarebbe uscito intero

"K.O"La tua prossima ossessione. Scoprilo ora