Ci sono sere in cui il silenzio della stanza diventa improvvisamente troppo rumoroso. È in quei momenti, quando la giornata finisce e le distrazioni si azzerano, che ti ritrovi a tu per tu con la parte più ingombrante di te stesso: quella che non perdona, quella che fa i conti e presenta sempre un bilancio in perdita.
Per anni mi sono portato dentro una sensazione strisciante e costante: l'idea fixed di non essere mai abbastanza. Non abbastanza bravo, non abbastanza forte, non abbastanza capace di rispondere alle aspettative degli altri o a quelle, ancora più rigide, che io stesso mi sono cucito addosso. È un peso strano, perché non si vede da fuori. Puoi sorridere, puoi portare avanti i tuoi impegni, puoi persino dare l'impressione di avere tutto sotto controllo, mentre dentro ti senti scivolare continuamente verso il basso, come se stessi correndo su un terreno che cede a ogni passo.
La tristezza più profonda non nasce dagli errori che commetti — quelli, in qualche modo, si possono correggere. Nasce dal senso di colpa che provi ogni volta che guardi le persone che ami e hai l'impressione di offrire loro solo una versione sbiadita, imperfetta e deludente di chi vorresti essere. La paura di deludere chi mi sta intorno si è trasformata, col tempo, nella certezza quasi matematica di aver già deluso me stesso. Un cerchio che si chiude e da cui sembra impossibile uscire.
Ho speso un'infinità di energie cercando di combattere questo stato d'animo. Ho provato a costruire difese, a indossare armature, a convincermi che bastasse uno sforzo in più, un altro traguardo, un altro boccone amaro mandato giù per sentirmi finalmente all'altezza. Ma la verità è che dietro quella corazza c'era solo tanta stanchezza. La stanchezza di chi prova a farcela a tutti i costi, ma si sente perennemente inadeguato, fuori posto, in ritardo rispetto alla vita.
Ho capito che il silenzio, se lo custodi per troppo tempo senza condividerlo, smette di essere un rifugio e diventa una prigione. In quel silenzio mi ci sono nascosto, ho trattenuto parole che avrebbero potuto chiarire, abbracci che avrebbero potuto curare, paure che avrebbero meritato di essere ascoltate.
Raccogliere e scrivere queste lettere è stato il mio tentativo di rompere le sbarre.
Non nascono per cercare scuse, né tantomeno compassione. Nascono per bisogno di verità. Volevo che le persone che amo sapessero cosa c'è dietro le mie assenze, dietro certi sguardi persi o risposte troppo brevi. Volevo consegnare loro la parte più vera di me, quella senza armature, con tutte le mie fragilità, le insicurezze e quella sensazione cronica di non essere mai al posto giusto. È da qui, da questa crepa profonda, che ho deciso di ricominciare a parlare.
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Dove finisce il (mio) silenzio.
General FictionSiamo abituati a far correre i nostri pensieri alla velocità di un messaggio sul telefono, a lasciare che i sentimenti più profondi vengano inghiottiti dalla frenesia dei giorni. Io ho deciso di fermarmi. Ho preso carta e penna per fare spazio a ciò...
