Dietro il ritratto

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"Sono sempre stato quello che non crea mai problemi, che non si lamenta, troppo bravo per dare un dispiacere a qualcuno, ma questa volta mi rifiuto! Non potete sradicarmi da qui, come se niente fosse: io in Italia non ci vengo!" – questa la frase pronunciata con impeto dal giovane mentre, nell'alzarsi, fa rotolare lo sgabello della cucina in mezzo alla stanza. Gli occhi celesti fiammeggiano di rabbia mentre sostengono lo sguardo del padre.

"Ti ricordo che sei ancora minorenne e non hai voce in capitolo. Mi spiace metterla in questi termini Tristan, ma non ti permetto di rivolgerti a me in questi termini e, soprattutto, di rifiutarti di seguire la tua famiglia. Cosa pensi di fare, qui da solo?"

"Ma papà... tutta la mia vita, la scuola, gli amici..." – tenta di obiettare con un filo di voce, ormai compreso che qualunque cosa dica non riuscirà a smuovere la famiglia dalla decisione del trasferimento.

"Mi dispiace – interviene la madre, comprensiva ma decisa – anche per tuo padre e tuo fratello non sarà facile iniziare da zero il lavoro in un'altra città. Ognuno di noi deve fare qualche piccolo sacrificio, dobbiamo anche prepararci ad un'accoglienza non certo calorosa..."

"Appunto. Ma che bisogno c'è di andarcene da qui?? Proprio ora... la scuola ormai è quasi finita, non possiamo aspettare?"

"Basta. Comincia a preparare le tue cose e non preoccuparti per la scuola: con i tuoi ottimi voti la scuola di Trento non avrà difficoltà ad inserirti. E con questo il discorso è chiuso." – dice il padre, mettendo di fatto un punto alla discussione alzandosi e andando nel proprio studio.

Tristan si risiede e abbassa gli occhi, contemplando il piatto in cui il cibo non è stato toccato. Gli dispiace dover discutere con il padre ma questa volta era proprio convinto di poterlo convincere. Quale genitore impone ad un figlio di cambiare città, nazione e scuola a pochi mesi dall'esame di maturità? Solo questo gli sembrava già un argomento sufficiente, per non parlare di tutta la storia di suo nonno... di quello che ha fatto sessant'anni fa ma che ancora pesa su tutti loro come un macigno.

"Dai, vedrai che te la caverai benissimo – gli sussurra il fratello raccogliendo i piatti, strizzandogli l'occhio con aria complice – sei bravo, sei carino... a scuola tutti ti accetteranno a braccia aperte"

"Manfred, non ho bisogno della tua compassione.. e a Lavis credo che darebbero al termine accettare un'altra interpretazione, sicuramente molto poco pacifica! Saremo i krucchi, nazisti, penseranno che abbiamo l'altarino con le foto di Hitler!"

"Come sei melodrammatico! Vedrai che non gliene fregherà niente a nessuno di chi siamo!"

"Manfred ha ragione, abbi fiducia..." – interviene la madre impegnata a lavare i piatti ma attenta alla discussione tra i figli.

"Si accettano scommesse! Ne riparliamo tra qualche mese, ora è inutile, siete tutti contro di me. Nessuno vuol vedere la realtà e a nessuno importano le conseguenze di questo trasferimento – sbotta Tristan, quasi con le lacrime agli occhi – ora, se mi è concesso, vado un po' con i miei amici, che tra poco non vedrò più perché sarò in quel buco di paesino!"

Raccolta la giacca dall'appendiabiti, il giovane Tristan si fionda fuori dalla porta: non vuole più sentire neanche una parola su questo maledetto trasferimento in Italia. Ha solo voglia di divertirsi un po', di svagarsi con quelli che fino a poche settimane prima erano le persone con cui era convinto di poter fare progetti: una band musicale, le vacanze in giro per l'Europa, l'inizio dell'Università.

Ora tutti questi progetti sono ridotti ad un cumulo di carta straccia nel cestino della sua stanza!

"Che stupido – pensa tra sé pedalando in direzione della piazza della cittadina tedesca sulle rive del lago di Costanza, in cui ha appuntamento con i compagni di scuola – mi ero anche preso la briga di buttar giù dei testi delle canzoni per il gruppo... Avevo preso depliant per il viaggio... ma ora niente ha più senso..."

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