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Capitolo 1

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Il panorama dal mio balcone al ventiduesimo piano era qualcosa che ti costringeva a chiudere la bocca per non ingoiare troppi moscerini: Los Angeles, distesa come un tappeto di luci al neon e sogni infranti.

Il problema è che, in quel momento, il mio sogno appena infranto era la mia carriera.

«Ilaria, tesoro, sei tecnicamente... ecco, è una ristrutturazione aziendale. Sei fuori», aveva gracchiato il mio capo al telefono dieci minuti prima.

Ero stata licenziata. Dalla parte opposta dell'oceano. Con un cocktail analcolico in mano e un vestito che era costato metà del mio stipendio.

«Fantastico», mormorai al tramonto, sorseggiando il mio drink ghiacciato.

«I genitori di Marco e Aurora penseranno che sono ancora la brillante career-woman che vive il sogno americano. La verità è che se non trovo un miracolo, tra quattordici giorni dovrò tornare in Italia a vendere saponette fatte a mano su Etsy».

Per fortuna, la mia mania di risparmio compulsivo mi aveva salvato. Avevo abbastanza soldi da parte per vivere come una regina per due settimane in quell'hotel di lusso.

Avrei finto di essere in vacanza premio, avrei postato foto strategiche di piscine e avrei pianto in silenzio sotto la doccia. Un piano perfetto.

Mi buttai sul letto king-size, cercando di soffocare il senso di colpa nel feed di Instagram. Stavo per lanciare il telefono contro il muro quando un reel apparve.

Un tizio biondo platino, tatuato fino alle orecchie, stava ballando in modo... beh, decisamente discutibile. Sembravano le mosse di un fenicottero sotto caffeina. La canzone in sottofondo, però, era ipnotica. Si chiamava Cliché.

«Ma guarda te questo», ridacchiai, sentendomi una critica musicale di alto livello con la mia carriera in cenere.

Scorsi i commenti. Erano tutti: "Ti amo, sposami!", "Sei un dio!", "La tua voce è vita!".

Che noia, pensai. Spinta da un mix di ribellione da disoccupata e puro cinismo, digitai:

"Il ritmo è fantastico, ma ti prego, iscriviti a un corso di danza contemporanea prima di farti male. O prima di far male a noi che guardiamo. #Cliché #FenicotteroStyle".

Premetti "Pubblica" con la soddisfazione di chi ha appena dato il meglio di sé nella vita.

Mi alzai per andare a recuperare una bustina di patatine dal frigo, inciampando sui miei stessi piedi. Mentre cercavo di riprendere l'equilibrio, sentii una musica provenire dal balcone accanto al mio.

Era la stessa identica canzone.

«Ma certo», sbuffai contro il muro divisorio, ancora ignara che il mio critico preferito fosse a pochi metri da me.

«Anche il vicino ha gusti discutibili. La serata non poteva andare peggio».

Non sapevo che, nel giro di trenta secondi, il mio telefono avrebbe iniziato a vibrare come se avesse contratto il morbo di Parkinson

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