-Mama- Jul

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"Non posso più dire «ti amo», il mio cuore si ferma" perché il cuore mi è stato strappato dal petto troppo presto. Quando ancora avrei dovuto giocare con le bambole e rincorrere gli altri bambini, stavo già imparando a sopravvivere. Sono cresciuta troppo in fretta, costretta a diventare adulta in un'età in cui avrei dovuto conoscere solo la spensieratezza. L'ho fatto da sola. Nessuno mi ha insegnato come si sopravvive a un dolore che ti divora dall'interno. Nessuno mi ha presa per mano quando stavo crollando. Così ho imparato a sorridere mentre dentro di me moriva qualcosa, un pezzo alla volta. Mia madre non ha mai conosciuto il caos che mi portavo dentro. A volte mi chiedo come sarebbe stato sedermi accanto a lei e dirle tutto, senza paura. Sapere cosa si prova quando il dolore smette di essere solo tuo. Perché il silenzio pesa più delle lacrime quando nessuno si accorge che stai affondando.
Mi risvegliai dai miei pensieri opprimenti quando mia mamma mi chiamò in salotto.
<lilith> urlò mia mamma
<puoi portare Dahlia a fare un giro?
Non avevo voglia di andare a fare un giro con la mia cagnolina, che tanto piccola non era in quanto la sua razza era Pastore Belga Groenendael.
Sbuffai e dopo vari secondi annuii.
Non volevo neanche restare in casa ad aspettare l'ennesimo messaggio da parte delle mie amiche che non sarebbe mai arrivato. Vestii Dhalia e scesi a fare un giro per il mio paesino tanto amato da mia madre e che col tempo ho imparato ad apprezzare anch'io, senza mai dimenticare. Lierna era uno di quei paesi che sembravano esistere fuori dal tempo. Le montagne proteggevano il lago come un segreto, mentre le sue acque cambiavano colore a seconda del cielo: azzurre nelle mattine d'estate, grigie quando arrivava la pioggia e rosse al tramonto, come se il sole sanguinasse prima di scomparire.
Le strade erano strette, lastricate di pietra e così silenziose che il rumore dei passi sembrava quasi un'intrusione. Tutti conoscevano tutti, ma nessuno mi conosceva davvero e ringraziavo il cielo per questo. Non mi è mai piaciuto essere al centro dell'attenzione e qui ero un fantasma agli occhi di tutti. Fino a prima dell'anno scorso.
Per loro ero soltanto una ragazza che camminava spesso lungo il lago con lo sguardo perso tra le onde, come se stesse aspettando qualcuno che non sarebbe mai arrivato. Per Lilith, Lierna non era casa. Era una gabbia costruita con montagne troppo alte da scavalcare e un lago troppo profondo per dimenticare. Ogni angolo custodiva un ricordo, ogni tramonto riportava a galla ciò che cercava disperatamente di lasciare andare. Eppure continuava a tornare lì, perché il dolore, a volte, assomiglia al luogo in cui sei cresciuto.
Camminavo senza una meta, con Dahlia al mio fianco, lasciavo che fosse Dahlia a scegliere la direzione. Io la seguivo. Il lago era l'unico posto dove riuscivo a respirare davvero, e Dahlia era sempre con me. Lei era l'unica a conoscere tutti i miei silenzi. Ogni giorno mi accompagnava lungo il lago, come se sapesse che avevo bisogno di scappare da qualcosa. E quel qualcosa io lo conoscevo fin troppo bene. Portava il nome del mio tormento dagli occhi color ghiaccio. Due occhi capaci di trapassarmi l'anima come mille frecce, lasciando ferite che nessuno avrebbe mai visto. E io sapevo che nessuno le avrebbe mai viste davvero. Mai riconosciute. Mai dato il peso giusto, lo stesso che sentivo nel mio petto ogni volta che mi si avvicinava anche il solo pensiero di quanti anni della mia adolescenza ho perso dietro persone che non hanno mai lottato per me. Continuai a passeggiare lungo il lago, ammirando i colori verde e azzurro dell'acqua, fino a quando mi tolsi le air force 1 nere come la notte più scura e tolsi il guinzaglio a Dahlia. Due secondi dopo ero con le gambe in acqua, a lanciare la palla a Dahlia che si divertiva a schizzarmi addosso le goccioline che aveva attaccate al pelo lungo e nero scuro. Quando tornai a casa, mia mamma mi sgridò per aver fatto fare il bagno al cane. Mi misi a lavarla con le AirPods nelle orecchie, così da evitare le grida di mia mamma. Dopo averla asciugata andai in camera, dove mi rifugiai, per rilassarmi un po' sul letto a leggere il mio libro preferito. Ormai era mia abitudine leggere per scappare dalla realtà, per fuggire dalle mie urla interne, quelle che mi grattavano la gola e mi lasciavano senza voce. Però mi piaceva veramente molto leggere, potevo vivere mille vite senza mai perdere del tutto la coscienza sulla mia.

Trauma di cartaStories to obsess over. Discover now