We've updated our Content Guidelines.
Review the latest guidelines to keep sharing stories safely.

CAPITOLO 1: Il primo giorno in casetta (Settembre)

332 16 16
                                        

Le luci bianche, fredde e spietate degli studi televisivi a Roma avevano un potere strano: riuscivano a farti dimenticare persino il calore soffocante di fine settembre che ancora bruciava sui vialetti esterni della struttura. Per i venti ragazzi che avevano appena varcato quella soglia con le valigie in mano e il cuore in gola, quelle mura rappresentavano l'inizio di tutto. Il paradiso della musica e della danza. Ma per Alessia, seduta sul bordo del letto della camera delle ragazze con le mani piantate sulle ginocchia, quel posto assomigliava molto di più a una polveriera. Aveva passato le prime quarantotto ore all'interno della struttura cercando di decifrare i rumori di sottofondo: il ronzio perenne dei condizionatori, il clic continuo delle telecamere appese agli angoli del soffitto che si muovevano seguendo ogni respiro, e il vocio caotico dei compagni che cercavano di farsi spazio tra i corridoi.

Alessia fece un respiro profondo, stringendo le dita attorno alla stoffa scura della sua divisa da allenamento. I capelli neri erano già raccolti in uno chignon millimetrico, tirato con una precisione quasi maniacale, fissato da un numero imprecisato di forcine. Nessun ciuffo doveva scappare. Nessuna sbavatura era tollerata. Per lei, cresciuta nella disciplina ferrea e militare delle accademie di latino-americano, quell'ordine esteriore era l'unico scudo possibile contro l'ansia che le stava mangiando lo stomaco fin dal giorno della prima puntata. Se tutto intorno a lei era sotto controllo, la sua testa era al sicuro. Il ballo per lei era una cosa seria, una questione di millimetri, di pesi distribuiti sul metatarso, di asse da mantenere nei giri veloci e di tacchi che battevano sul parquet fino a farsi sanguinare i piedi. Odiava la confusione, odiava i ritardi e, soprattutto, odiava chi affrontava quell'enorme opportunità con leggerezza.

E l'esatta incarnazione di quella leggerezza era seduta a meno di tre metri da lei, intorno alla penisola della cucina.

I ragazzi si erano riuniti tutti insieme per stabilire le regole basilari della convivenza: turni per lavare i piatti, pulizie dei bagni e gestione della spesa. Alessia aveva preso in mano la situazione, appoggiando sul tavolo un foglio che aveva stampato la mattina stessa in sala relax, diviso in tabelle, orari e rotazioni geometriche.

«Allora, ragazzi, ascoltatemi un secondo», aveva esordito Alessia, la voce ferma, lo sguardo fiero e distaccato che non ammetteva repliche o distrazioni. «Ho diviso la casa in quattro macro-aree. Ognuno di noi ha un compito specifico a rotazione settimanale. Chi sgarra o salta il proprio turno pulisce anche per gli altri il giorno dopo. Dobbiamo essere rigidi, altrimenti la produzione ci punisce con i provvedimenti disciplinari prima ancora di arrivare a ottobre. Questa scuola richiede rigore, fin dal primo secondo.»

Dal fondo del tavolo, un rumore sordo interruppe il silenzio teso della stanza. Era il suono di una chitarra acustica che veniva appoggiata contro la sedia con una noncuranza irritante. Luca - Luk3, come lo chiamavano già tutti i cantanti nei corridoi - si stirò sullo schienale, lasciando andare una risata leggera, un soffio ironico che fece voltare la metà dei presenti. Aveva i capelli castani perennemente spettinati, gli occhi scuri e profondi, la felpa oversize della produzione aperta sul petto e le mani infilate nelle tasche dei pantaloni larghi della tuta. Non aveva nemmeno degnato di uno sguardo il foglio Excel di Alessia; era troppo occupato a farlo girare tra le dita come se fosse un pezzo di carta straccia.

«Rilassati, generale», l'aveva stuzzicata Luca, sfoggiando quel sorriso sfrontato e sghembo che in pochissimi giorni lo aveva già reso il centro dell'attenzione del gruppo. «Siamo qui dentro da quarantotto ore, lasciaci respirare. La musica, l'arte e persino la danza nascono dal caos, mica da una tabella stampata. Se passiamo la giornata a contare quanti piatti laviamo o a che ora passiamo l'aspirapolvere, domenica sul palco ci saliamo spenti. Un po' di elasticità, dai, siamo ragazzi.»

Alessia aveva sollevato gli occhi castani nei suoi, e in quel preciso istante, tra il ghiaccio millimetrico della ballerina e l'istinto disordinato del cantautore, era scattata la prima, violentissima scintilla. L'aria nella cucina era diventata improvvisamente pesante, respirabile a fatica.

«La musica sarà anche caos per te, Luca», aveva replicato lei, la voce che era scesa di un tono, diventando tagliente e gelida come una lama da competizione. «Ma il latino-americano è precisione, sacrificio, ore di totale isolamento e rispetto assoluto per le regole. Se tu sei abituato a cavartela nella vita facendo il simpatico, usando le tue faccette d'effetto o quel tuo carisma da quattro soldi che usi sui social, hai sbagliato scuola. Qui dentro chi non ha disciplina dura meno di due settimane. E guarda caso, i cantautori che passano la notte a strimpellare e il giorno a dormire sono sempre i primi che finiscono in sfida o all'ultimo posto delle classifiche dei professori. Se per te questa scuola è un villaggio vacanze, per me è una caserma. Quindi vedi di rimettere in riga quel tuo disordine, perché io per colpa tua non mi faccio sanzionare.»

Il colpo era andato a segno, dritto e spietato, dritto al centro del petto. Luca aveva perso in un secondo il suo sorriso ironico. La sua mascella si era contratta visibilmente e i suoi occhi scuri si erano piantati sul viso fiero di Alessia con un'intensità carica di un fastidio profondo, quasi rabbioso. Si era alzato in piedi, appoggiando le mani sul tavolo e sporgendosi verso di lei, invadendo il suo spazio.

«Tu non sai assolutamente niente di me, Alessia», aveva risposto Luca, la voce bassa, graffiante, priva di qualsiasi traccia della spensieratezza di prima. «Non sai niente della mia musica, delle notti che passo in bianco a scrivere barre finché non mi fanno male gli occhi o del valore che do a ogni singola parola che metto su un foglio stropicciato. Continua pure a fare la maestrina perfetta, la prima della classe che si nasconde dietro un foglio Excel perché ha paura di vivere. Tanto si vede lontano un miglio come affronti questo posto: sei un robot. Balli per prendere i voti alti, balli per compiacere i professori, ma sul palco sei gelida. Giri perfetti, tecnica impeccabile, ma non trasmetti un briciolo di emozione. Sei un automa senza sentimenti, Ale. Sotto quello chignon tirato non c'è niente che pulsa davvero.»

Automa. Robot. Maestrina perfettina.

Quelle parole, sputate in faccia in un pomeriggio di fine settembre, erano diventate le fondamenta del loro odio reciproco per tutte le settimane successive. Da quel secondo giorno di scuola, la casetta si era spaccata in due emisferi invalicabili, governati da una tensione invisibile ma tangibile che tutti i compagni cercavano di evitare. Era diventata una regola non scritta: se Alessia occupava la veranda esterna per ripassare le coreografie sul tablet, Luca restava all'interno a scrivere con le cuffie; se Luca si sedeva al piano in sala relax, Alessia raccoglieva la sua borsa da ballo e si trasferiva nei corridoi pur di non sentire la sua voce. Non si sopportavano. Si respingevano come due poli opposti dello stesso magnete, incapaci di trovare un compromesso tra la rigidità di lei e l'istinto selvaggio di lui. I compagni di classe avevano persino smesso di fare i loro nomi nella stessa frase durante le cene: bastava un'occhiata gelida di Alessia o una frecciatina sarcastica di Luca per far calare il silenzio totale a tavola. L'odio era nato al primo secondo, solido e incrollabile, e nessuno all'interno della scuola avrebbe mai potuto immaginare che quelle due linee così disperatamente parallele fossero in realtà destinate a scontrarsi sul serio.

Ghiaccio & ScintilleStories to obsess over. Discover now