Giornata piovosa, come sempre.
Le nuvole erano capaci di non far neanche intravedere il cielo opaco che nascondevano da ormai 2 ore, o forse più. Il rumore della pioggia che cadeva ininterrottamente cominciava a dar fastidio e i pesanti tuoni sembravano accompagnare una tempesta ancora più potente, diretta proprio verso la Never-Light Valley, ovvero la piccola cittadina canadese in cui sfortunatamente abitavo da poco.
Non era niente di che: aveva a malapena 50 abitanti, tutti conoscenti tra loro, ma di cui io non conoscevo un'anima.
Gli edifici erano quasi tutti abbandonati, tranne quei pochi che servivano a fare da casa alle persone del luogo che avevano il coraggio di viverci dentro.
Forse le uniche strutture ancora in attività erano la Shadow High School, la scuola superiore alla quale mi sarei dovuta iscrivere e avrei dovuto frequentare gli ultimi due anni insieme ai ragazzi dei paesi vicini; il Dark Woods Hospital, l'unico ospedale dell'intera zona; l'Old-Soul Museum, chiamato così per i reperti storici trovati, immagino; l'Owl-Valley Library, la biblioteca del posto che, nonostante fosse un colosso paragonata alle misere abitazioni circostanti, non sembrava essere molto frequentata; e il Ghost-Town Residence, quindi il solo palazzo esistente nei dintorni in cui vivevo.
C'è da dire che, appena arrivata in questa cittadina, ho subito notato una somiglianza troppo stretta tra il nostro residence e l'ospedale posto a circa 2 km di distanza.
Più mi avvicinavo, più le somiglianze saltavano all'occhio: troppe finestre disposte in innumerevoli file in modo perfetto, troppo simile la grande croce rossa posta sopra l'ingresso principale del centro medico a quella ormai sbiadita della residenza, troppo simile anche la struttura di entrambi gli edifici...
A pochi passi dall'entrata del palazzo guardai verso l'alto.
-wow-
Lo sguardo cadde ai piedi dell'edificio per poi rialzarsi: stavo squadrando la struttura, bene.
-E noi stiamo al decimo piano?-
chiesi con gli occhi puntati verso l'alto.
-Sì, l'ultimo-
rispose mia madre, Lena.
-Che stanza?-
-711, ma non ne sono sicura-
esclamò prendendo il foglio della prenotazione, piegato accuratamente nella sua solita borsa beige.
-Tieni, controlla-
porgendomelo delicatamente.
Appoggiato tra le mie mani, guardai quella scheda per più tempo del dovuto, con aria confusa.
"Forse mamma si è sbagliata, ma non è possibile che la nostra sia la camera n°17... stiamo al decimo piano...!"
pensai, probabilmente facendo anche qualche smorfia.
Controllai meglio, ma il numero era quello stampato sul documento: 17.
Mi voltai quindi verso di lei con uno sguardo curioso, ma prima che potessi parlare...
-Tesoro, che c'è di strano? La nostra camera è la 711, non vedi? Sta scritto qua sopra-
disse indicando con il dito la nostra stanza sul foglio tenuto ancora tra le mie mani, per poi riprenderlo gentilmente.
Senza dire una parola entrammo nel residence e, con mia sorpresa, era molto più carino di quanto mi aspettassi all'interno: abbastanza ampio, luci soft, musica rilassante, colori neutri, piante a me sconosciute ma belle, poste vicino all'ingresso e alle poltrone affiancate ai muri color cioccolato...
Ma la cosa che subito attirò la mia attenzione fu il pavimento bianco che potevi usare come specchio per quanto era pulito.
-Buonasera.-
-Buonasera a lei, come posso aiutarla?-
La receptionist sembrava avere degli occhi davvero stanchi.
Mostrandole la prenotazione e poggiandola sul bancone, mia madre disse:
-Abbiamo prenotato a nome di Lena Wilson.-
-Oh, bene, vi stavo aspettando. Ecco la vostra chiave: stanza 711, decimo piano. L'ascensore si trova laggiù in fondo, sulla sinistra. Vi auguro una gradevole permanenza.-
-Grazie mille-
rispondemmo quasi in un'unica voce.
Presi la chiave e ci incamminammo lungo il corridoio che non sembrava finire più.
Arrivate, la stanza era molto accogliente e richiamava perfettamente lo stile della hall: pavimento lucido, pareti neutre con ritocchi bruni, lampadari che ricordavano quelli dei castelli dell'Ottocento...
Non sembrava affatto un brutto posto, tranne per un dettaglio alquanto insolito che catturò troppo in fretta il mio interesse.
Infatti, poggiato sulla spoglia scrivania, giaceva un vecchio diario o, almeno, il suo aspetto antiquato dava quell'impressione: le sottili pagine consumate dal tempo erano coperte da una massiccia copertina piuttosto impolverata.
Mi avvicinai lentamente, con aria incuriosita, come fosse un nuovo reperto storico appena trovato.
Lo aprii: niente, assolutamente nulla. Vuoto.
Lo sfogliai allora tutto e ciascuna pagina era identica alla precedente. Qualcuna strappata, altre intere...
O forse non erano tutte così.
Arrivata all'ultima, notai una piccolissima scritta che quasi non si riusciva a leggere: 17.
"Aspetta... 17...?!"
pensai con uno sguardo sospetto, misto di curiosità e un pizzico di paura.
Mi convinsi comunque a credere che quella fosse solo una coincidenza, anche se in fondo sapevo che non poteva esserlo.
-Tesoro-
mi chiamò mia madre.
-Sì, mamma?-
-Quel diario è vuoto? Volevo usarlo come quaderno personale, se non ti serve.-
Chiusi immediatamente l'ultima pagina, facendo finta di niente.
-Ehm...-
esitai.
-Sì, sì, è vuoto. L'ho appena sfogliato.-
Sul mio volto comparve un mezzo sorriso decisamente falso.
-Perfetto-
esclamò, dopo essersi seduta su quella sedia scricchiolante.
"08 settembre 2017
Ci siamo appena trasferite, io, Lena Wilson e mia figlia, Luna Foster, nella cittadina canadese Never-Light Valley dopo aver lasciato Sea Wave City. Credo che dopo quell'accaduto, poche persone torneranno a viverci..."
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Il Diario Della Camera 17
HorrorUna ragazza sedicenne di nome Luna si trasferisce con la madre nel residence della Never-Light Valley dopo una catastrofe successa a Sea Wave City, la sua città d'origine. All'inizio tutto sembra essere normale, tranne per una cosa: un diario. Le sc...
