La voce dall'altra parte del telefono

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Roma, nel 2026, continuava a divorare il tempo delle persone.

Le giornate di Emanuela iniziavano sempre troppo presto.

La sveglia suonava quando fuori il cielo era ancora grigio e silenzioso.

Lei restava qualche minuto immobile nel letto, con le coperte tirate fino al mento e le sue due gatte accoccolate vicino alle gambe.

Shelly, la micia bianca dal carattere dolce e delicato, le sfiorava spesso la mano con il muso.

Tikye invece, la tigrata, pretendeva attenzioni immediate e miagolava fino a quando Emanuela non si alzava.

Quella routine era diventata il suo modo per resistere alla solitudine.

Si preparava il caffè in silenzio.

Guardava distrattamente le luci dei palazzi ancora accese.

Poi iniziava il rituale di ogni mattina.

Un filo di trucco.

Un rossetto leggero.

I capelli sistemati con cura.

Abiti semplici ma femminili.

Non per attirare l'attenzione.

Per ricordare a se stessa che era ancora una donna.

Non soltanto una professionista.

Non soltanto una sopravvissuta.

A quarantotto anni Emanuela conservava una bellezza elegante e naturale.

Gli anni avevano addolcito i lineamenti senza spegnerne il fascino.

Aveva occhi profondi, capaci di trasmettere dolcezza e malinconia nello stesso istante, profondi e penetranti dal taglio unico e sguardo dolce e seducente.

Un sorriso raro ma luminoso.

Una femminilità discreta che non cercava di imporsi e proprio per questo attirava gli sguardi.

Gli uomini continuavano a notarla.

Spesso più di quanto lei stessa immaginasse.

Ma ormai aveva imparato a diffidare delle promesse.

Dopo la malattia qualcosa dentro di lei si era incrinato.

Non il desiderio.

Quello era rimasto.

Silenzioso.

Nascosto.

In attesa.

Era la fiducia ad essersi fatta fragile.

Ogni mattina affrontava il lungo viaggio verso l'ufficio.

Autobus.

Metro.

Ancora autobus.

Ore trascorse osservando volti sconosciuti e scorrere paesaggi ormai familiari.

In ufficio era sempre impeccabile.

Professionale.

Affidabile.

Disponibile.

Filippo, il capo, si fidava completamente di lei.

Lorenza sosteneva che avrebbe dovuto concedersi più leggerezza.

Federico cercava continuamente di strapparle un sorriso.

Chiara la considerava quasi una sorella maggiore.

Eppure nessuno immaginava quanto il silenzio del suo appartamento le pesasse ogni sera.

Fu proprio durante una di quelle giornate uguali a tante altre che arrivò quella telefonata.

«Buongiorno, sono Massimo.»

La sua voce la colpì immediatamente.

Profonda.

Calda.

Maschile.

Aveva una calma naturale che trasmetteva sicurezza senza risultare invadente.

Una voce capace di farsi ascoltare senza alzarsi mai di tono.

Emanuela avvertì qualcosa.

Una sensazione lieve.

Impercettibile.

Ma presente.

Come una corda che vibra all'improvviso.

Parlarono di lavoro.

Documenti.

Pratiche.

Scadenze.

Argomenti ordinari.

Eppure qualcosa sfuggiva continuamente alla rigidità professionale.

Le battute arrivavano spontanee.

Le risate si rincorrevano.

Le pause sembravano allungarsi.

Come se nessuno dei due avesse davvero fretta di chiudere la conversazione.

Quando la chiamata terminò, Emanuela rimase a fissare il telefono.

Qualcosa di lui le era rimasto addosso.

Non sapeva spiegare cosa.

Forse il tono della voce.

Forse il modo in cui pronunciava il suo nome.

Forse la sensazione di essere stata ascoltata davvero.

Nei giorni successivi le telefonate continuarono.

Sempre per motivi di lavoro.

Almeno ufficialmente.

Massimo sembrava trovare spesso un motivo per chiamarla.

Una domanda.

Un chiarimento.

Una verifica apparentemente necessaria.

Emanuela iniziò ad aspettare quelle chiamate senza rendersene conto.

Quando il telefono squillava, il suo sguardo correva immediatamente al display.

E quando compariva il suo nome, qualcosa dentro di lei si illuminava.

Le loro conversazioni diventavano ogni volta un po' più personali.

Un po' più spontanee.

Un po' più intime.

Scoprivano dettagli delle rispettive giornate.

Piccole abitudini.

Preferenze.

Ricordi.

Nulla di straordinario.

Eppure sembrava importante.

Perché ogni informazione costruiva lentamente una vicinanza inattesa.

La sera, nel silenzio della sua camera, Emanuela si ritrovava spesso a ripensare a lui.

Alla sua risata.

Alla sua voce.

Al modo in cui pronunciava il suo nome.

«Emanuela.»

Con quella calma lenta.

Quasi affettuosa.

Quasi una carezza.

E per la prima volta dopo molto tempo, addormentarsi non significava soltanto chiudere gli occhi.

Significava portare con sé il ricordo di una voce.

Una voce che, senza alcun preavviso, aveva iniziato a trovare spazio nei suoi pensieri.

E dall'altra parte della città, anche Massimo si sorprendeva sempre più spesso a sorridere.

Perché ogni volta che parlava con lei, la giornatasembrava diventare un po' più luminosa.

TRA DOVERE E DESIDERIOStories to obsess over. Discover now