Capitolo 1

22 0 0
                                        

Diana

Il rumore di una moto riusciva ancora a fermarle il cuore.
Non per paura. Per nostalgia.
Diana abbassò il finestrino dell'auto e lasciò che il rombo profondo dei motori riempisse l'abitacolo. Era ancora lontana dall'ingresso dell'arena, ma il suono potente delle prove vibrava già nell'aria calda della sera, riverberando nel petto come un ricordo vivo e ostinato.
Strinse il volante con entrambe le mani, le nocche che sbiancavano. Per un istante il panico risalì dal fondo dello stomaco, ma lo scacciò con un rapido movimento della testa.
«Quando senti un motore, non ascoltare il rumore. Ascolta quello che ti fa provare.»
La voce di suo fratello le riecheggiava ancora nella mente.
Erano passati quattro anni dall'incidente. Quattro anni da quella telefonata arrivata alle tre e diciannove di notte, mentre lei era di turno al pronto soccorso. Un turno che aveva cancellato dalla memoria, o forse semplicemente non aveva il coraggio di ricordare.
Da allora non era più salita su una moto.
Le amava ancora, forse in modo persino più profondo e doloroso. Seguiva il mondiale di motocross e freestyle con devozione quasi religiosa, conosceva i nomi dei piloti, le piste, le evoluzioni più rischiose, ma aveva smesso di viverle sulla pelle.
Fino a quel giorno.
Chiara aveva insistito per settimane, supplicandola di concedersi una serata diversa. Quando aveva scoperto che il campionato mondiale di freestyle si sarebbe tenuto a meno di mezz'ora di macchina, era sembrato un segno del destino impossibile da ignorare.
Il telefono vibrò sul sedile del passeggero.
Chiara: Io sono già dentro! Ti aspetto al settore B, fila 12. Muoviti, che qui è una figata!
Diana sorrise tra sé. Sempre la solita.
Parcheggiò in uno degli ultimi posti disponibili. Il piazzale era un caos vivace: furgoni dei team, camper trasformati in officine mobili, pick-up carichi di moto legate sui cassoni e decine di persone che camminavano in ogni direzione con caschi sottobraccio, magliette colorate e l'eccitazione stampata in faccia.
Appena scese dall'auto, l'odore intenso di benzina, gomma calda, olio e terra umida la avvolse come un abbraccio familiare. Chiuse gli occhi per un secondo, inspirando profondamente.
Era casa.
O almeno... lo era stata.
Si sistemò la giacca di pelle nera sulle spalle, prese lo zainetto e si incamminò verso l'ingresso, il cuore che batteva un po' troppo forte.
Mentre attraversava il parcheggio notò alcuni meccanici chini su una moto, attrezzi in mano e espressioni concentrate. Poco più avanti, un gruppo di bambini saltellava intorno a un pilota senza casco, chiedendo foto e autografi.
Diana abbassò lo sguardo sul telefono per rispondere a Chiara.
«Sto arrivando.»
Fu solo un attimo.
Qualcuno uscì di corsa da dietro un grosso camion del team. Diana gli finì addosso con forza, perdendo l'equilibrio. Lo zaino le scivolò dalla spalla e il telefono cadde rumorosamente sull'asfalto.
«Cazzo...» mormorò.
Prima che potesse chinarsi, una mano grande e callosa raccolse il cellulare da terra.
«Direi che è sopravvissuto.»
La voce era calma, bassa, con una nota leggermente roca che le scivolò lungo la schiena.
Diana alzò gli occhi.
L'uomo davanti a lei era alto, sui trentadue, trentatré anni, spalle larghe e fisico atletico. Indossava una felpa grigia leggermente sporca di terra e grasso, i capelli neri spettinati come se si fosse appena tolto il casco. Ma furono i suoi occhi a colpirla: un azzurro chiarissimo, intenso, quasi magnetico.
«Scusa» disse lei subito, sentendo il viso scaldarsi. «Stavo guardando il telefono.»
Lui diede un'occhiata allo schermo, divertito.
«Colpa condivisa. Anch'io avevo la testa altrove.»
Le porse il cellulare. Quando le loro dita si sfiorarono, un piccolo brivido le attraversò il braccio.
«G-grazie» balbettò Diana.
«Figurati.»
Per qualche secondo restarono fermi, sospesi in un silenzio carico. Alle loro spalle un motore venne acceso all'improvviso, un rombo gutturale che fece vibrare l'aria.
Diana si voltò di scatto verso il suono, il cuore che accelerava.
Lui se ne accorse immediatamente.
«Ti piacciono le moto?» domandò, con un tono curioso.
Un sorriso lento le curvò le labbra. Era una domanda che nessuno le faceva da anni.
«Da sempre. Non sarei qui altrimenti.»
«Allora sei nel posto giusto.»
«Direi proprio di sì.»
Lui ricambiò il sorriso, sincero e caldo, senza traccia di posa. Un sorriso che gli illuminò gli occhi chiari.
«Prima volta a un evento di freestyle?»
«La prima da parecchi anni.»
Dal camion una voce impaziente li interruppe.
«Axell! Dove cazzo sei? Mancano dieci minuti al briefing!»
L'uomo chiuse gli occhi per un istante, rassegnato. «Arrivo!» gridò di rimando, poi tornò a guardarla.
«Devo scappare.»
Diana annuì. «Vai tranquillo. Ah, un consiglio... darei un'occhiata alla candela. Quel fumo nero non promette niente di buono.»
Axell sembrò genuinamente sorpreso. Inarcò un sopracciglio. «Lo dici come se fosse la cosa più normale del mondo.»
Lei alzò una spalla, con un mezzo sorriso. «Perché lo è. O è la candela, o la carburazione troppo grassa. Quella moto ti sta parlando.»
Lui lanciò un'occhiata verso il camion, poi tornò a fissarla con un'espressione intrigata, quasi divertita.
«Non mi aspettavo una diagnosi meccanica da una ragazza con la giacca di pelle.»
«Con tutto quel fumo è difficile non accorgersene.»
Axell fece un passo indietro, ma prima di andare sembrò ricordarsi qualcosa. Tese la mano.
«Comunque... piacere. Axell.»
«Diana.»
Quando le loro mani si strinsero, il contatto durò un secondo più del necessario. La pelle di lui era calda, ruvida.
«Spero che lo spettacolo ti piaccia, Diana.»
«Ne sono sicura.»
Axell le rivolse un ultimo sorriso, quello che le rimase impresso, poi corse verso i box.
Diana rimase immobile a guardarlo finché non sparì dietro i camion. Solo allora notò la scritta bianca sul retro della felpa.
AXELL STORM
Sotto, il logo ufficiale del team.
Il cuore le perse un battito.
Merda... era lui.
Lo riconobbe all'improvviso: il pilota di cui tutti parlavano, quello spericolato e spettacolare che aveva visto in decine di video. E lei gli era letteralmente finita addosso senza avere la minima idea di chi fosse.
Scosse la testa, sorridendo tra sé mentre riprendeva a camminare verso gli spalti.
Bel modo di iniziare la serata, Diana.

Tutto l'amore che hoHistórias para pegar e não largar. Descubra agora