Capitolo 0 - Ora Zero

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Il sole calava con una lentezza quasi deliberata, arancione al centro e viola ai bordi, come se qualcuno avesse spinto il mondo oltre il limite del verosimile. Lui guidava la sua Toyota Celica nera lungo la carreggiata deserta. Il rombo del motore modificato, profondo e cavernoso, riempiva il silenzio della campagna.

Sollevò il piede dall'acceleratore. I giri scesero e la Celica prese a scivolare silenziosa sull'asfalto, un'ombra metallica. Dai finestrini abbassati entrava l'aria calda, e con essa l'odore di catrame e di erba tagliata. La vettura era una sopravvissuta di un'altra epoca, tenuta in vita da una devozione maniacale: la carrozzeria nera brillava immacolata, i cerchi cromati mandavano lampi alla luce del tramonto, e i vetri oscurati — adesso calati — di solito nascondevano l'interno al mondo.

Teneva il volante con presa morbida, la mano sinistra abbandonata in cima alla corona. Respiro regolare, muscoli sciolti, nessuna traccia di tensione: solo la quiete di chi ha appena chiuso una pratica e sta rientrando alla base. Gli occhi scorrevano il filo d'asfalto per abitudine, mentre la mente tornava sulle ultime ore.

Rivedeva il corpo appeso, immobile, la corda che dondolava lenta nel silenzio, con il solo lamento delle fibre sotto sforzo. Un'immagine che avrebbe tolto il sonno a molti, ma la sua attenzione fu catturata da una minuscola imperfezione: lo specchietto retrovisore vibrava fuori asse di pochi millimetri. Allungò la mano e lo raddrizzò con un tocco lieve, finché la striscia di strada vuota alle sue spalle non tornò perfettamente al centro del vetro. Riportò la destra sul volante e sistemò entrambe le mani alle nove e alle tre. La simmetria dentro l'abitacolo era perfetta, e lasciava il disordine fuori. Era l'unico dettaglio che contasse, in quel momento.

Scrollò le spalle per sgranchirsi, scacciando il ricordo del morto con la stessa indifferenza con cui i tergicristalli spazzano via la pioggia.

Il percorso prese a salire dolcemente e, dopo una curva a gomito, si trovò davanti a un ponte stretto che scavalcava un piccolo fiume. Sotto di lui l'acqua torbida scorreva lenta, e rifletteva le ultime luci del giorno. Superato il ponte, la strada riprese a scendere e in lontananza Aurum cominciò a mostrarsi in tutto il suo splendore artificiale. I palazzi svettavano come obelischi di vetro e acciaio. Il sole non era ancora tramontato del tutto, e le facciate ne rispecchiavano la luce morente mentre innumerevoli finestre già si accendevano, come uno sciame di lucciole.

Un suono acuto ruppe il silenzio dell'abitacolo. Guardò l'orologio digitale sul cruscotto: 20:06. Era ora. Senza esitare allungò la mano verso il vano portaoggetti e ne estrasse un piccolo contenitore metallico. Dentro riposavano pillole dall'aspetto alieno: la capsula era nera, percorsa da venature arancioni che parevano pulsare, e lasciava intravedere un liquido denso che sembrava quasi vivo. Ne prese una, la osservò un istante, poi la inghiottì senza acqua, con un gesto meccanico. Sapeva di doverla prendere, glielo avevano detto. E lui si fidava.

Il tragitto sboccò in un bivio improvviso, e lui imboccò la via di sinistra, quella che portava al centro di Aurum. L'asfalto si fece liscio e ben tenuto, in netto contrasto con le strade dissestate della periferia. I lampioni rovesciavano sulla carreggiata una luce fredda e intensa, quasi accecante. Poco più avanti un cartello si ergeva solitario sul ciglio della corsia: "Benvenuti ad Aurum", in caratteri eleganti e futuristici. Sotto, un posto di blocco segnava il confine tra la città-stato e il resto del mondo.

Due guardie in uniforme grigia presidiavano l'ingresso. I comuni cittadini scivolavano dentro senza rallentare, controllati al volo da sensori invisibili. Ma quelli come lui erano obbligati a fermarsi: regola non scritta, rispettata da tutti senza eccezioni. Accostò al bordo della carreggiata. Una delle guardie si avvicinò al finestrino, quanto bastava per vederlo in volto. Per un secondo i loro sguardi si incrociarono.

«Qualcosa da dichiarare?»

Scosse la testa.

La guardia lo osservò un istante di troppo, poi fece un cenno al collega. La sbarra si alzò.

Ma l'uomo non si scostò dal finestrino: restò chino, lo sguardo agganciato al suo.

«Bentornato a casa, X6.»

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