Capitolo 1. Non Volevo Venire Qui

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Io non volevo venire a Seacliff Bay.
O meglio—non volevo venire da mio padre a Seacliff Bay. È diverso. Importante, persino.
Perché se la proposta fosse stata:

"Eva, ti va di passare l’estate in una cittadina di mare piena di surfisti abbronzati, tramonti ridicoli e onde perfette facendo uno stage fotografico in uno dei club più famosi della costa?"

Avrei probabilmente fatto la valigia in dodici minuti.
Forse dieci.
Ma la vita, come sempre, ama complicare i dettagli interessanti.
Quindi la versione reale era più simile a questa:

" Eva, tuo padre ti ha trovato uno stage estivo come fotografa presso il Waves Surf Club. Ah, e già che ci sei dormirai da lui per due mesi, così magari smettete di comportarvi come due persone che si ignorano legalmente."

Molto meno accattivante.
Così eccomi qui.
Due ore di Uber.
Una valigia.
Una macchina fotografica nello zaino.
E una quantità di sarcasmo sufficiente a coprire l’intera costa occidentale.
Osservo la strada che scende verso la baia lentamente. L’asfalto bagnato taglia le colline come una cicatrice scura.
«Ci siamo,» dice il driver.
E poi eccola.
Seacliff Bay.
Una manciata di case color sabbia arrampicate sulla scogliera, il porticciolo piccolo come un modellino e il blu dell’oceano che si stende fino all’orizzonte come se volesse vantarsi.
Il cielo è così chiaro da sembrare finto.
Inspiro piano.
L’aria sa di sale pulito e cose che potrebbero rimetterti a posto la testa, se glielo permetti.
Non glielo permetterò facilmente.
Però… wow.
La vista non scherza.
L’Uber si ferma davanti a una casa bassa, bianca, con le persiane azzurre e una terrazza affacciata direttamente sull’oceano.
Scendo, recupero la valigia e pago il driver, che durante il tragitto mi ha raccontato tre divorzi, due investimenti sbagliati e il motivo per cui non bisogna mai fidarsi dei cani troppo silenziosi.
Sto per trascinare il trolley verso il cancello quando la porta si apre.
Gregor McKenzie.
Per gli amici Gregor.
Per me… dipende dal giorno.
È esattamente come lo ricordavo. Forse un po’ più stanco. Forse un po’ più colpevole. Ma con lo stesso sorriso che prova sempre ad arrivare prima delle parole.
Sono passati due anni dall’ultima volta che l’ho visto dal vivo.
Due anni da quando lui e mamma hanno trasformato il matrimonio in un documento archiviato.
«Eva.»
Lo dice come se il mio nome fosse una cosa fragile che non vuole rompere.
«Ciao.»
Fa un passo avanti.
«Non ti aspettavo oggi. Dovevi chiamarmi, sarei venuto a prenderti io.»
«Beh, allora sorpresa. Ho preferito l’Uber.»
«Sì, ma almeno potevo pagartelo io.»
«Non serviva.»
Perché dire non servivi al primo minuto mi è sembrato eccessivo. Anche se meritato.
Lui annuisce come uno che accetta una punizione già prevista.
«Vieni,» dice poi. «Ti faccio vedere casa Ivy.»
Mi fermo a metà passo.
«Solo Eva.»
Lui sospira appena.
«Giusto. Solo Eva.»
Riprendo a camminare.
Perché sì, sono arrabbiata con lui.
Ma se devo essere sincera…
l’idea di passare l’estate a fotografare surfisti in mezzo all’oceano è il tipo di problema che potrei sopportare.
Entro e la casa di legno, salsedine e vernice fresca.
Dentro c’è luce ovunque. I pavimenti sono chiari, le pareti quasi vuote e il suono del mare entra dalle finestre come se volesse vivere qui.
«Ho sistemato la tua stanza,» dice subito, come se non vedesse l’ora di arrivare a quel punto. «Abbiamo optato per un bel sabbia. La designer del paese dice che è il più rilassante.»
Designer del paese eh.
Certo.
Annuisco mentre lui mi guarda con quell’aria un po’ troppo speranzosa.
«E poi…»
Mi accompagna fuori.
La terrazza si apre direttamente sulla spiaggia. Il mare è lì, immenso e vivo. Il vento muove le tende leggere e porta con sé l’odore di sale.
Papà appoggia le mani alla ringhiera.
«Allora?» chiede. «Che ne pensi?»
Guardo l'oceano e subito dopo lui.
Gli sorrido, un sorriso abbastanza forzato in effetti e gli dico:
«Penso che me ne andrò a fare un giro, se non ti dispiace.»
Inclino la testa verso la spiaggia.
«Ho bisogno di immergermi subito in questa pessima idea estiva.»
Lui abbassa lo sguardo.
Sorride e non sembra ferito, solo più… rassegnato.
«Ok, Ivi—cioè solo Eva.»
Mi volto subito.
«Si, va meglio così.»
«Giusto.»
Annuisce.
«Ma torna presto.»
Fa una pausa, poi aggiunge:
«Non vorrei dover già chiamare la polizia per venire a cercarti.»
Alzo una mano e faccio un gesto veloce con le dita, un mezzo saluto.
Un ok semplice e senza voltarmi ovviamente.
Il sentiero dietro casa scende verso la spiaggia e io lo imbocco senza pensarci troppo.
Ho bisogno di aria.
E forse, da qualche parte là fuori, c’è qualcosa di meglio di una terrazza perfetta e di un padre che prova a redimersi.





~Note Autrice~
Ciao a tutt*, spero che questa storia Rom-Com possa piacervi tanto quanto a me. È da un anno che ci sto lavorando, e finalmente sta prendendo forma nell'unico modo che più mi esce meglio, ovvero scrivendo d'amore con un pizzico di ironia, sarcasmo e cinismo, o meglio forse più di un pizzico.

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