– Entrare nella stanza
La porta si chiude dietro di me e per un istante tutto trema.
Non è la stanza che mi spaventa. Sono io.
Io che temo il battito che accelera, il respiro che si rompe, la vertigine che sale.
Io che temo di perdere il controllo, di essere travolto da me stesso.
La macchina è fredda tra le mani. La stringo come un’ancora, un confine tra me e il panico.
Se scatto, non devo sentire tutto insieme. Non devo gridare, non devo affogare nell’aria che
manca.
La fotografia diventa la mia scialuppa: piccola, concreta, tangibile.
Ogni passo nella stanza è una sfida. Il pavimento scricchiola sotto i miei piedi, e ogni
scricchiolio sembra amplificare il mio battito.
Mi siedo. Cerco un dettaglio a cui aggrapparmi: la luce che filtra dalla finestra, il bordo di un
tavolo, una tazza abbandonata. Piccole cose che sembrano innocue, ma che mi danno un
respiro.
Scatto. Uno, due, tre fotogrammi.
Il battito è ancora lì, la paura non è sparita. Ma la macchina mi permette di guardare fuori da
me.
Non guarisco, non sono coraggioso.
Ma resisto.
E restare, anche solo per qualche minuto, è il mio piccolo miracolo.
Mi accorgo che il respiro sta accelerando, come se la stanza stessa mi stesse sfidando.
Il cuore pulsa forte, e ogni battito sembra gridare: “E se succede di nuovo?”.
Ma tengo la macchina davanti agli occhi. La guardo, respiro attraverso di lei. Ogni scatto è
un piccolo passo, una prova di resistenza.
L’obiettivo non mente. Non giudica. Non aspetta che io sia perfetto o pronto.
Inquadro un dettaglio minuscolo: la luce che rimbalza su un vetro, la polvere che danza
nell’aria. Piccole cose, innocue, ma così vive da farmi sentire ancora ancorato a qualcosa di
concreto.
Scatto. Il suono dell’otturatore diventa un battito più lento, un ritmo che non è più solo paura.
Mi siedo per terra. Le mani tremano, ma non lasciano andare la macchina.
Il mondo sembra ancora troppo grande, troppo vicino. Ma io resto.
Resto mentre la paura pulsa, mentre il pensiero dell’attacco di panico oscilla come un’onda
minacciosa.
Resto. E in questo restare, anche se fragile, c’è una vittoria invisibile.
Non so se oggi uscirò dalla stanza senza il peso della paura.
Non so se il panico tornerà domani o tra un’ora.
Ma so che, per qualche minuto, ho scelto di entrare.
Ho scelto di restare.
E restare, anche per un istante, è il mio primo scatto di coraggio.
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quanti colori siamo io&te?
Ficción Generalil rapporto all' unisono con la fotografia la mia terapia...
