L'isola non era ancora la roccia brulla e minacciosa che gli uomini avrebbero temuto. Era un paradiso verde, un fiore che sbocciava sulle acque azzurre. Noi, le sorelle, eravamo le sue ninfe più belle. Non eravamo figlie di un dio fiume dalla barba di alghe, come avrebbero poi cantato i bardi. Eravamo figlie del vento che baciava gli olivi e della spuma di mare che accarezzava le spiagge. Eravamo nate dalla pura gioia che il mondo ancora conosceva. Tre eravamo: io, Partenope, la voce cristallina; Ligeia, l'armonia che avvolgeva; e Leucosia, il ritmo pulsante che dava vita a ogni danza. Le nostre forme erano perfette, modellate dalla brezza e dalla luce. I nostri capelli scuri come alghe bagnate, i nostri occhi iridescenti come le scaglie dei pesci.
Il nostro unico desiderio era intrecciare ghirlande di fiori selvatici, tuffarci nelle baie nascoste e, soprattutto, cantare. Il nostro canto non era inganno. Era pura espressione di felicità, una melodia che faceva danzare le delfine e rallegrava il cuore anche delle divinità austere che a volte ci osservavano dall'alto dell'Olimpo. Ricordo un giorno in cui Zeus si posò su una nuvola, ascoltando la nostra polifonia levarsi dalla terra. Un sorriso impercettibile increspò le sue labbra severe. Eravamo gioia. Eravamo armonia. Eravamo musica. Poi venne Persefone. Non la conoscemmo in catene, avvolta nel velo del dolore, come avrebbero cantato gli uomini. La conoscemmo come la fanciulla radiosa della primavera, la figlia amata di Demetra, dea della vita. Persefone amava la nostra isola. Veniva a cercare fiori selvatici, i suoi cesti straboccanti di papaveri rossi. Amava ascoltare le nostre canzoni, seduta sulla sabbia calda, i suoi capelli color grano sciolti al vento. Condividevamo con lei risate leggere, segreti sussurrati e la gioia semplice dell'esistenza. Era la nostra sorella di spirito, la nostra amica. Noi eravamo le sue compagne fedeli. Il giorno in cui fu portata via non lo scorderò mai.
Non ci fu tuono, né terremoto che spaccò la terra. Ci fu solo un'ombra. Una innaturale oscurità inghiottì il sole di mezzogiorno, e ci fu un silenzio assordante che soffocò il canto degli uccelli. Eravamo in riva al mare. Partenope stava intrecciando i capelli di Persefone con perle di conchiglia. Ligeia intonava una ninna nanna al moto delle onde, e io disegnavo conchiglie sulla sabbia bagnata. All'improvviso, una voragine si aprì ai nostri piedi, un abisso nero che profumava di terra umida e di morte. Un carro scuro, trainato da cavalli più neri della notte, emerse dalle profondità. Su di esso, c'era un'ombra coronata, senza volto e solo occhi come braci ardenti. Non ci fu tempo per un grido. Persefone fu afferrata, i suoi occhi verdi sbarrati, la bocca spalancata in un urlo che non raggiunse mai l'aria. Ci fu solo il suono secco della terra che si richiudeva, inghiottendo il carro, l'ombra e la nostra amica. Noi, figlie del vento e della spuma, rimanemmo lì, impietrite. Non avevamo armi. Non avevamo forza. Eravamo solo canto e bellezza, impotenti di fronte all'orrore.
Demetra giunse dopo. Non vide la figlia, ma solo noi, tremanti e pallide, con gli occhi ancora fissi sul punto dove la terra aveva inghiottito la sua gioia. Il suo dolore fu un fulmine senza cielo, una pioggia di lacrime che arse il suolo. La sua voce, di solito calda come il sole sulle messi, divenne un tuono rimbombante. "Dov'è mia figlia? Dov'è la vostra protezione? Voi che eravate le sue custodi, distratte mentre l'oscurità la inghiottiva!" Le nostre lingue erano legate dal terrore. I nostri cuori battevano impazziti. Non riuscimmo a proferire parola, a spiegare l'improvvisa e paralizzante paura che ci aveva stretto.
Non riuscimmo a dire del nero abisso, del volto senza occhi. Demetra, accecata dal dolore e dall'ira, dalla disperazione di una madre, non cercò spiegazioni. Vide solo il nostro fallimento, la nostra bellezza apparentemente intatta di fronte alla sua desolazione.
"Poiché i vostri piedi non sono corsi in suo aiuto," tuonò la sua voce, ora come il vento gelido di una tempesta invernale, "e le vostre mani non si sono levate a difenderla; poiché le vostre voci, che tanto amavate, non hanno gridato l'allerta... che i vostri corpi siano maledetti! Che le vostre gambe si trasformino in artigli e le vostre braccia in ali piumate.
Che la vostra bellezza sia un inganno. E che la vostra voce, la vostra gioia più grande, diventi la vostra eterna condanna. Canterete per sempre, ma il vostro canto non porterà più gioia, bensì disperazione e morte a chiunque lo ascolti! Sarete il lamento della mia perdita, il richiamo ingannatore che porterà alla rovina chi si avvicinerà!" Il dolore fu indescrivibile. Non un dolore da ferita, ma una lacerazione interna, come se la nostra essenza venisse strappata e ricucita con spine. Le nostre gambe si fusero in scaglie e piume, le nostre dita si allungarono in artigli affilati. Una nausea orribile ci attanagliò mentre sentivamo le ossa del petto espandersi e i muscoli delle spalle stirarsi per accogliere le ali. I nostri volti, però, rimasero intatti, specchio della bellezza che Demetra ci aveva lasciato come crudele beffa. Il primo grido fu di puro orrore per la nostra trasformazione. Non era più una voce che cantava per la gioia, ma un suono gutturale, uno stridore che feriva le nostre stesse orecchie. Le nostre corde vocali vibravano di una melodia non nostra, un richiamo irresistibile e crudele che non avevamo mai desiderato.
Fuggimmo dalla riva, incespicando sui nostri nuovi artigli, le ali ancora deboli e scoordinate. La nostra isola, un tempo un giardino fiorito, ora ci sembrava una prigione. Ogni fiore, ogni albero ci guardava con occhi estranei. Trovammo rifugio nelle caverne nascoste tra le scogliere, le uniche in grado di nascondere le nostre nuove e mostruose forme al sole che un tempo adoravamo. I primi giorni, le prime settimane, furono un tormento indescrivibile. Tentavamo di parlare, di sussurrare i nostri nomi, di cantare le antiche melodie della gioia, ma dalla nostra gola usciva solo quel richiamo alieno, una vibrazione che ci spingeva alla follia. Ci ferivamo a vicenda con gli artigli nel tentativo disperato di fermare il suono che emanavamo involontariamente.
Poi una nave. Piccola, con vele gonfie e un equipaggio di marinai ignari. Noi, nascoste tra le rocce, sentimmo il richiamo emergere dalle nostre gole, incontrollabile. Non volevamo. Non desideravamo il male per nessuno. Ma il canto si sprigionò, irresistibile, tessendo una rete di bellezza mortale nell'aria. Vedemmo gli uomini sul ponte cadere in trance, i loro volti contratti in un misto di estasi e terrore, la nave si dirigeva inesorabilmente verso gli scogli. Cercavamo di distogliere lo sguardo, di coprirci le orecchie con le nostre nuove mani artigliate, ma era inutile. Il nostro canto era un fiume che scorreva, e noi eravamo solo il suo letto. Quando la nave si infranse e gli uomini annegarono, le loro grida si mescolarono al nostro canto forzato. Non fu trionfo, ma un orribile sapore amaro che ci riempì la bocca. L'eco della nostra gioia perduta si mescolò con il lamento dei morenti, creando una melodia perversa che da quel momento sarebbe stata la nostra unica lingua. Eravamo diventate le Sirene, non per scelta, non per malizia, ma per una maledizione divina nata dal dolore di una madre.
Cantavamo per gli uomini, sì, ma il nostro vero canto era per Persefone, per la nostra innocenza perduta, per la gioia strappataci via, proprio come lei. Un canto che speravamo, invano, potesse un giorno raggiungere le orecchie di Demetra e farle comprendere il dolore che la sua ira aveva seminato in altre anime, trasformandole in mostri. E così viviamo, eternamente. Il canto che amavamo è ora la nostra prigione. Il canto che eravamo è ora la nostra maledizione. E quando un uomo naufraga sulle nostre rocce e la sua vita si spegne, non c'è trionfo nei nostri occhi, solo il riflesso amaro della nostra infinita e involontaria condanna.
YOU ARE READING
La voce spezzata
Short StorySull'isola dei fiori, Leucosia e le sue sorelle non conoscevano il peso della colpa. Erano figlie del vento e della spuma, custodi della radiosa Persefone. Ma quando la terra si spalancò, inghiottendo la loro amica in un abisso di fumo e morte, il l...
