Jessie
Il corridoio della Kingsford Academy era un fiume in piena di zaini e urla, e io mi sentivo l'unico scoglio fermo in mezzo alla corrente. Camminavo dritta, con le spalle ben tese sotto il mio maglione grigio antracite, ignorando i sussurri di chiunque notasse la "nuova arrivata". Avevo passato gli ultimi due anni a imparare come non abbassare mai lo sguardo, e non avrei certo iniziato oggi in una cittadina che puzzava di salmastro e noia.
Ero a metà del corridoio principale, decisa a raggiungere l'ufficio della presidenza, quando accadde.
Non fu un urto leggero. Fu una collisione frontale, un impatto secco che mi mozzò il fiato. Sbattei contro un torace solido come una lastra d'acciaio. La forza dell'urto mi spinse indietro di due passi ma mi rifiutai di finire a terra. I miei fogli non volarono via; li strinsi così forte che le nocche mi diventarono bianche.
-Ma che cazzo...- ringhiò una voce profonda, carica di un'irritazione che sembrava congenita.
Alzai lo sguardo e mi ritrovai a fissare un ragazzo che sembrava aver fatto del disordine una forma d'arte. Aveva i capelli scuri che gli ricadevano sugli occhi, occhi di un verde torbido, come il fondo di una foresta e una mascella serrata che trasudava rabbia repressa. Indossava una giacca di pelle vissuta e sotto la maglietta nera potevo vedere i muscoli della spalla ancora tesi per l'impatto.
-Guarda dove vai, Principessa. Il corridoio non è la tua passerella personale- , sibilò, facendosi più vicino invece di scostarsi.
-Il corridoio non è nemmeno la tua corsia privata, animale-, ribattei, senza arretrare di un millimetro. Mi sistemai la borsa sulla spalla con uno scatto secco. -Forse se tenessi gli occhi sulla strada invece di guardare tutti come se volessi morderli, non sbatteresti contro la gente.-
Lui inarcò un sopracciglio, e un sorriso storto, privo di qualsiasi traccia di gentilezza, gli comparve sul volto. -Oh, abbiamo una spina sul fianco. Carina. Sei nuova, vero? Si vede dal fatto che non hai ancora capito chi comanda qui dentro.-
Allungò una mano e, prima che potessi schivarlo, sfilò con due dita il modulo che tenevo in cima alla pila di carte.
-Jessie-, lesse, rendendo il mio nome un'imprecazione sottile. -Voti da capogiro e una condotta così impeccabile che mi viene voglia di vomitare solo a guardarti. Cosa sei, il trofeo di papà mandato qui a ricordarci quanto siamo mediocri?-
La mia facciata vacilla per un attimo prima di tornare a fingere di essere gelida e impenetrabile.
-Se ti senti mediocre, non proiettare le tue insicurezze su di me. Non è colpa mia se la tua massima aspirazione è fare il palo in un corridoio-, risposi, strappandogli il foglio di mano con un gesto fulmineo, senza distogliere lo sguardo dal suo. Mi avvicinai di un passo, invadendo il suo spazio finché non sentii l'odore di tabacco freddo e metallo che gli restava addosso come un marchio. -Non sono un trofeo e non sono qui per farti da specchio. Se cerchi una ragazzina che si lasci intimidire dal tuo sguardo da cane bastonato, ti conviene cambiare corridoio. Qui perdi solo tempo.-
-Comunque io sono Luke Anderson, il capitano della squadra di football e ti conviene non avere a che fare con me, principessa-.
-Bene, ora lo inserisco nella lista delle cose di cui non me ne frega un cazzo- sbotto sarcastica.
Egli rimase immobile per un secondo, il respiro corto. Per un istante, il suo sguardo si abbassò sulle mie labbra per poi risalire con una velocità che mi fece bruciare la pelle.
La tensione tra noi era quasi fisica, una scarica elettrica pronta a esplodere in mezzo al corridoio.
-Le ragazze come te mi divertono, Jessie-mormorò, la voce ora ridotta a un sussurro graffiante che mi fece vibrare lo sterno.
-Sono quelle che fanno più rumore quando si spezzano. E credimi, non vedo l'ora di sentire il suono che fai quando capirai che qui le tue lodi non valgono niente.-
-Allora mettiti comodo e resta in ascolto-,
ribattei gelida, -perché l'unica cosa che sentirai sarà il rumore della mia porta che ti si chiude in faccia.-
Lo aggirai con una spallata decisa, un urto intenzionale che gli fece capire che non avevo intenzione di cedere un solo centimetro di terreno. Mentre mi allontanavo, sentivo il suo sguardo bruciarmi la schiena come un marchio a fuoco. Non sapevo chi fosse Luke, né perché avesse deciso di prendermi di mira, ma una cosa era certa: se cercava una guerra, aveva appena bussato alla porta sbagliata.
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Hate me, Want me
Chick-LitJessie Hajes è la definizione di "ragazza d'oro", eccellente nello studio, suona il violoncello e si è appena trasferita a Washington per ricominciare dopo che un infortunio ha segnato la sua vita. Vuole solo passare inosservata alla Kingsford Acade...
