Una scintilla nella neve

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Da qualche parte, verso il nord, il mondo fa silenzio.
Non un silenzio d'assenza, ma di cose che lavorano in punta di voce: il respiro dei camini, il fruscio dei nastri, la neve che si posa sui vetri come una carezza che non osa durare.
Dentro quel silenzio, il laboratorio di Santa Claus vive di luce fioca. Gli uomini — o ciò che ne rimane — piegano la schiena sui tavoli di legno, intagliando sogni con dita che conoscono la fine prima ancora dell'inizio.

I giocattoli nascono così: tra il rumore lento delle seghe e il battito dei cuori stanchi.
All'inizio sono solo materia, ma poi qualcosa accade. Un soffio, un calore che non viene da nessun fuoco conosciuto. Si ridestano. Si guardano. Non sanno chi sono, ma sorridono lo stesso.
C'è sempre un momento, il primo respiro, in cui credono che durerà per sempre.

Nessuno dice loro la verità.
Che ogni risata che imparano sarà dimenticata da un altro. Che ogni scintilla che ora gli brilla negli occhi si spegnerà quando varcheranno la soglia.
I collaboratori lo sanno, ma non parlano. Da tempo hanno capito che il dolore non si racconta: si trasmette nei gesti, nel modo in cui si lucida un trenino o si cuce la stoffa di una bambola destinata a dormire.

E fuori, la neve continua a cadere. Bianca come la menzogna più gentile che si possa dire a un cuore appena nato.

Einar: Ancora cinquanta trenini, poi si chiude.
Solveig: Cinquanta? Hai visto le richieste di quest'anno? Ci serviranno due notti di fila.
Einar: Due notti non bastano mai.
Mikkel: Né due, né venti. Ogni anno lo stesso — e ogni anno giuriamo che sarà l'ultimo.
Solveig: E poi torniamo qui, come sempre.
Mikkel: Perché ci piace?
Solveig: Perché non sappiamo fare altro.

Una scintilla sfuggì dal tornio e si spense sulla neve oltre la finestra. Nessuno si voltò.

Torbjorn: (spingendo una cassa) Occhio, passa!
Einar: Attento con quella, è l'ultimo lotto di stoffe calde.
Torbjorn: Se si strappa, la rattoppo.
Einar: Non puoi rattoppare un sogno, Torbjorn.
Torbjorn: (sorride, senza fermarsi) Non ci ho mai provato.

Il ritmo del laboratorio era un battito. Nessuna voce sprecata, solo frammenti di respiro e comandi che scivolavano tra il vapore delle macchine.

Solveig: A volte mi chiedo se loro sentono qualcosa, prima d'andare.
Einar: Non devi pensarci.
Solveig: Non è pensare, è chiedersi.
Einar: E chiedersi, qui, fa più male che bene.

Un silenzio breve, poi di nuovo il ritmo. Tac, tac, tac — il martello di Mikkel scandiva il tempo.

Mikkel: Li guardi negli occhi e ti sembrano vivi. Poi ricordi cosa li aspetta.
Solveig: Eppure sorridono.
Mikkel: È la parte peggiore.
Einar: No. La parte peggiore è che lo sappiamo e continuiamo a farli sorridere.

Un fruscio, come di stoffa che respira, attraversò il banco da lavoro.

Solveig: Cos'è stato?
Einar: Niente. L'aria, forse.
Torbjorn: Non è l'aria, guarda.

Sul tavolo, tra trucioli e fili dorati, un piccolo cavallo di legno aprì gli occhi. Non del tutto, solo uno, lucido come una goccia di resina.
Si mosse appena, come chi si sveglia da un sogno troppo lungo.

Cavallino: Dov'è... dov'è il sole?
Einar: (sottovoce) Non chiedere.
Cavallino: È notte?
Solveig: Sempre.
Cavallino: Sempre notte?
Mikkel: (voltandosi) Non parlate troppo con loro.
Solveig: È solo curioso.
Mikkel: La curiosità brucia in fretta.

Il cavallino si guardò intorno, incerto. Altri giocattoli attendevano su scaffali e casse: bambole senza volto, trenini smontati, orsi di pezza ancora ciechi.

Cavallino: Ci sono... altri come me?
Solveig: Ce ne saranno.
Cavallino: E poi? Dove andremo?
Einar: (mentre lavora) Lontano.
Cavallino: Lontano dove?
Einar: Da chi sogna di te.

Un silenzio corto, quasi tenero, poi di nuovo il rumore dei ferri, del legno, del vapore.

Mikkel: (piano, a Einar) Non lo guardare così.
Einar: Non sto guardando.
Mikkel: Sì che lo fai. Ti succede ogni anno.
Einar: È solo legno.
Mikkel: Dillo più piano, allora. Forse ti crederai.

Il cavallino tremò un poco, come se avesse sentito quelle parole.

Cavallino: Posso vedere la neve?
Solveig: No, piccolo. È fredda, là fuori.
Cavallino: Ma ho le zampe forti.
Torbjorn: Le hai, sì. Le hai per correre nei sogni, non nella neve.
Cavallino: I sogni... sono lontani?
Einar: (fermandosi un attimo) Non più della mattina.

La voce si perse nel rumore. Poi, d'un tratto, un'altra bambola aprì gli occhi, poi un tamburo che si gonfiò come un petto che impara a respirare.
Il laboratorio cominciò a vibrare di voci sottili, confuse, infantili.

Solveig: È iniziato.
Mikkel: E finirà presto.
Einar: Al lavoro. Il Natale non aspetta.

Le voci dei giocattoli si mischiarono al ritmo delle macchine, come se la vita e la fatica fossero la stessa cosa.

Einar e gli altri lavoravano senza alzare lo sguardo, immersi nel ritmo della notte.

Einar: Passami il filo di rame.
Mikkel: Finito.
Einar: Allora inventane uno.
Solveig: Non serve inventare il filo, serve finire il lavoro.
Torbjorn: E il lavoro non finisce mai.

Risero appena, ma senza allegria. Il cavallino, nel frattempo, scese dal banco. Le sue zampe di legno cigolarono piano, ma nessuno si voltò.
L'aria del laboratorio odorava di neve sciolta e di colla.

Camminò tra le casse e gli scaffali, incerto, fino a che la vide.
Una bambola dal vestito scuro, il volto di porcellana e i capelli raccolti in trecce lucide. Un piccolo nastro rosso le circondava la gola, stretto come un segreto.

Cavallino: Sei... viva?
Bambola: Credo di sì.
Cavallino: Come fai a saperlo?
Bambola: Sento il freddo.
Cavallino: È questo, vivere?
Bambola: Forse è l'inizio.

Il cavallino si avvicinò, le zampe facevano piccoli tocchi secchi sul pavimento.

Cavallino: Hai un nome?
Bambola: Non ancora.
Cavallino: Io nemmeno.
Bambola: Allora siamo uguali.

Tra loro passò un silenzio quasi dolce. Dal fondo del laboratorio si sentiva Solveig canticchiare qualcosa, una melodia breve, spezzata dal rumore del telaio.

Le Due AlbeWhere stories live. Discover now