1. Skylar

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 Il primo ultimo giorno. Fra otto mesi potrò finalmente diplomarmi e lasciarmi questo inferno alle spalle. Devo solo tenere duro, un giorno alla volta.

Sulla scrivania, il calendario sembra fissarmi. Ho cerchiato una data a caratteri cubitali con il pennarello rosso: il giorno in cui saprò se sono stata ammessa a Stanford. È il mio unico obiettivo da quando sono bambina, il mio biglietto d'uscita. Niente e nessuno si metterà tra me e quel sogno. Mi aspettano mesi di occhiaie, caffè e notti passate sui libri per mantenere la borsa di studio, ma ne varrà la pena.

Voglio solo andarmene.

Un colpo secco alla porta interrompe i miei pensieri. «Sky, sei sveglia?», ringhia la voce di mio fratello.

«Sì!» urlo di rimando, uscendo dal bagno in fretta. «Scendo subito!»

«Ti avviso: tra cinque minuti parto. Se sei in macchina bene, altrimenti te la fai a piedi fino a scuola. Sono cazzi tuoi».

Spalanco la porta, sistemandomi la gonna della divisa. «Sono qui, smettila di urlare».

Finn, il mio gemello, è già pronto nel corridoio. Indossa la divisa della Briarcliff Hall -detta Bry- con un'aria visibilmente incazzata. Odia il ritardo quasi quanto odia il lunedì. Io, d'altro canto, vivo in un eterno inseguimento delle lancette. Siamo gli opposti, legati dallo stesso sangue e da una borsa di studio che ci permette di frequentare una scuola d'élite per ricconi, nonostante noi non lo siamo affatto.

Afferro una barretta ai cereali al volo e seguo Finn fuori casa, con gli occhi incollati al telefono. Harper, la mia migliore amica, mi sta già inondando di messaggi: si lamenta della fine delle vacanze e del fatto che la prima ora avremo il professor Miller.

All'improvviso, vado a sbattere contro la schiena di mio fratello. Si è bloccato di colpo sul vialetto. «Ma che cazzo, Finn! Muoviti!» protesto, massaggiandomi il naso.

Lui non risponde. È immobile, rigido come una statua. Alzo lo sguardo per capire cosa lo abbia paralizzato e il respiro mi muore in gola. Il telefono rischia di scivolarmi dalle dita.

La casa di fronte alla nostra, rimasta sbarrata per quattro lunghi anni, è di nuovo aperta.

Un enorme camion dei traslochi è parcheggiato sul marciapiede. Uomini in divisa scaricano pile di scatoloni e mobili avvolti nella plastica, facendo avanti e indietro nel vialetto che ricordavo invaso dalle erbacce.

«Pensi che siano...?» sussurro, ma la voce mi trema.

«No, non credo», risponde Finn a denti stretti. «L'avranno venduta».

In quel momento, un'auto sportiva nera frena bruscamente, infilandosi nel viale con un rumore di ghiaia sotto le ruote. Due portiere si spalancano contemporaneamente.

Il mio cuore scivola nello stomaco. Involontariamente inizio a tremare, perché è come se già lo sapessi.

I fratelli Blackwood scendono dall'auto. Non si guardano intorno, non salutano nessuno. Entrano in casa con quella falcata sicura che non hanno mai perso. Mi tremano le gambe in modo incontrollabile.

«Cazzo», impreca Finn, sorpreso quanto me.

Mi premo una mano contro il petto, cercando di calmare il battito impazzito. È bastato un istante, un solo singolo sguardo alla sagoma di uno di loro, per far riemergere ogni singola cicatrice.

Jax e Archer Blackwood.

I fratelli che ho amato e odiato con tutta la mia anima sono tornati, e so già che la mia vita non sarà più la stessa. Uno di loro sarà felice di vedermi, forse. Ma l'altro... l'altro trasformerà i miei prossimi mesi in un incubo.

Archer. Il ragazzo che amavo e che, quattro anni fa, mi ha ridotta in pezzi con una frase che ancora mi perseguita ogni notte:

«Ti odio, Sky. Vorrei solo che fossi morta tu, in quell'incidente».

Quella notte in ospedale, di fronte alle porte del pronto soccorso, ho perso tantissime cose: l'amore, la mia migliore amica, e un pezzo di me stessa. Il corridoio puzzava di disinfettante e morte, e le urla di Archer sono state l'unico suono capace di coprire il silenzio assordante della perdita.

Non dimenticherò mai i suoi occhi verdi pieni di odio che mi fissavano innoriditi. Abitano ancora i miei incubi dopo quattro anni e non hanno fatto altro che aumentare il mio senso di colpa.

Dopo quella notte, dopo quel litigio, stavo per morire anche io. Ma lui questo non lo sa e non dovrà mai venirne a conoscenza o potrebbe perfino usarlo contro di me. Se sono qui, è solo grazie a Finn.

«Sky? Ci sei?» La voce di Finn mi riporta violentemente al presente. Sento le sue dita stringersi attorno al mio braccio, un po' troppo forte. Anche lui è pallido. Anche lui ricorda. «Dobbiamo andare», dice bruscamente, trascinandomi verso la macchina. «Siamo in ritardo».

Salgo sul sedile del passeggero come un automa. Mentre Finn fa manovra, non riesco a non guardare verso la loro casa. Il vialetto è ora occupato da quella macchina sportiva che sembra un predatore in attesa. Non vedo nessuno, ma sento i loro occhi addosso, come se le finestre della vecchia villa fossero tornate a osservarmi.

Il tragitto verso la Briarcliff Hall avviene in un silenzio tombale. Solo il ronzio del motore e il mio respiro corto riempiono l'abitacolo. Quando varchiamo i cancelli in ferro battuto della scuola, l'edificio in pietra scura e vetrate moderne mi sembra più imponente del solito. Più soffocante.

Parcheggiamo nel settore riservato agli studenti. Intorno a noi, ragazzi scendono da SUV di lusso e decappottabili, ridendo e raccontandosi l'estate. Per loro è solo un altro anno di privilegi. Per me, è l'inizio di una guerra di logoramento.

«Sky, ascoltami», Finn spegne il motore e si volta verso di me. Il suo sguardo da gemello protettivo è tornato. «Se ti avvicinano, se Archer ti dice anche solo una parola... tu gira i tacchi e vieni da me. Chiaro?»

Annuisco, anche se sappiamo entrambi che non potrò scappare per sempre. I Blackwood non sono il tipo di persone che puoi ignorare. Soprattutto se frequentano la tua stessa scuola.

Scendiamo dall'auto e sento subito dei sussurri. La notizia deve essersi già sparsa. In una scuola come questa, il ritorno dei "principi esiliati" è l'evento del secolo.

«Sky! Oddio, finalmente!» Harper mi corre incontro, ma si ferma a pochi passi da me, scrutandomi il viso. «Ehi, che succede? Sembri aver visto un fantasma».

«Peggio, Harper», risponde Finn per me, chiudendo la portiera con un colpo secco. «I fantasmi sono tornati a vivere nella casa di fronte».

Proprio in quel momento, il rombo di un motore familiare lacera il brusio del parcheggio. La macchina nera dei Blackwood entra nel viale principale, incurante del limite di velocità. Si ferma proprio davanti all'ingresso principale, dove solo i figli dei donatori più importanti osano parcheggiare.

Le portiere si aprono.

Jax scende per primo. Si sistema la giacca della divisa, lo sguardo corre subito verso la folla fino a trovarmi. Mi rivolge un cenno quasi impercettibile, un misto di tristezza e conforto che mi scalda il petto per un secondo.

Poi scende lui. Archer. Non guarda nessuno. Si infila gli occhiali da sole nel taschino della camicia e si guarda intorno con un'espressione di puro disprezzo. È diventato più alto, le spalle più larghe, i lineamenti più duri. Sembra un re che è tornato a reclamare un trono di cui non gli importa nulla.

I suoi occhi incrociano i miei. Il tempo si ferma. Non c'è calore nel suo sguardo, solo un freddo glaciale che mi mozza il fiato. Non è solo odio. È una promessa.

Benvenuta all'inferno, Sky.

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