Capitolo 1: La città dei due volti

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Il sole di mezza estate rimbalzava sulle cupole di vetro di Solib, spezzandosi in mille riflessi che ferivano gli occhi. Quintessa Saderl pedalava forte lungo i viali del quartiere residenziale, il sudore che le colava tra le scapole. Quindici anni, e conosceva quella città come le sue tasche: i vicoli ciechi dietro i palazzi nuovi, i passaggi stretti tra le vecchie mura di pietra che nessuno sembrava notare più.
Solib era così: di giorno scintillava. Fontane che danzavano a ritmo di musica, mercati olografici che ti urlavano in faccia l’ultimo gadget. Ma Quintessa aveva imparato a guardare sotto. Nei cantieri aperti trovava sempre cocci, simboli incisi, pezzi di qualcosa che i costruttori ricoprivano in fretta con il cemento fresco, come se bruciasse.
Parcheggiò la bici davanti al Museo della Vecchia Città – un edificio che sembrava litigasse con se stesso: mura medievali tenute su da travi di acciaio lucido, finestre gotiche accanto a pannelli solari. Ogni estate faceva la volontaria lì, tra polvere e schedari.
«Quintessa.» La voce del dottor Emnos arrivò dalla sala principale, secca come sempre. «Dieci minuti di ritardo.»
«Colpa del traffico,» mentì lei, infilandosi il badge. Tirò fuori dalla borsa un frammento di ceramica sporco di terra. «Guardi questo.»
Emnos lo prese con le mani che tremavano un po’ – l’età, o altro. I suoi occhi si strinsero dietro le lenti spesse.
«Dove l’hai preso?»
«Nel giardino di casa. Sotto il pero. L’albero è mezzo morto, ho scavato per capire perché e… è saltato fuori.»
Il vecchio rimase in silenzio un attimo di troppo. «Questi segni… sono pre-fondazione. Prima delle cupole. Prima di tutto.» Si interruppe, come se le parole gli pesassero. «Lascialo qui. Lo catalogheremo.»
Quintessa annuì, ma qualcosa nella sua voce – un tremito appena – le fece venire la pelle d’oca. Non era entusiasmo. Era paura.

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