Vers pour le portrait

114 8 12
                                        

E CHE SARÀ DI NOI?
DI NOI? OH, FORSE PERIREMO COL MONDO.

Iniziasti a parlare quando, strappata l'ennesima tela, mi sporcai le dita di cremisi. Non seppi se la causa fu quella, comunque, oppure se ti fossi solo stancato della mia inoperosità che mi stava dando alla testa.

«Ho voglia di poesia, di collassare nelle lettere e rinascere parola.» mi riferisti, alzandoti dall'alcova dov'eri nascosto per lasciar cadere un libro ai miei piedi.

«Tanabe Hajime mi ha dato al cazzo.» aggiungesti, rubandomi dalle mani il pennello per dipingere con la tinta residua sui brandelli della tela che avevo di fronte.

«'O credo bene, sei più ateo dell'Hack e quel libro parla de religione.»

Pitturasti solo due linee, ignorandomi, una rouge comme l'amour e l'altra comme le sang. Parigi sapeva di quel colore in quella serata d'autunno del 1968.

«Dipingi di me ed io scriverò di te.» sussurrasti poco dopo, mollando il coltello del decoro nella sua vaschetta e voltandoti verso di me. Portavi una camicia color crema dentro dei pantaloni quercia, sapevi di foglie secche e caffè. Ti avrei bevuto fino a farmi venire la tachicardia, ma ti dovevo correggere con chili di zucchero per combattere il tuo amaro più puro.

«Come posso pitturà de ciò ch'ho già distrutto?»

Se tu mi parlavi fingendo di non aver la padronanza di ogni singola lettera che pronunciavi, io m'impegnavo a fondo nel contrario. Come una sfida a chi resisteva più tempo senza maschera ed il proprio ritratto putrido in soffitta.

Non mettevo mai in conto che tu avevi mille assi nascosti in manica, pronti ad essere infilzati uno per uno dentro il mio cuore malato. Quella volta sfoggiasti la carta della Lonza ed inciampai nella trappola prima ancora di considerare la fuga.

«Rompendoti le ginocchia per ritrovare ogni pezzo che hai disperso.» mi sputasti contro a onde, e la schiuma insidiosa del piacere fu come una saetta mentre mi tirava giù a fondo, solo col contatto della tua mano sul fianco. L'altra viaggiò sul lato destro del mio profilo, prima di fermarsi alla gola. Ti piaceva stringermi le dita al collo, ma scommetto ogni tavolozza di colore che non era paragonabile all'appagamento che provavo io.

«E te che me dai 'n cambio?» so che detestavi il fatto di non riuscire a zittirmi in nessun modo ed allora parlavo parlavo parlavo e parlavo.

«Rubo Le Verrou dal Louvre e ti metto nella cornice che rimane.» cantasti, ed il tuo palmo si posò sulla mia guancia. Poi la tua fronte sulla mia spalla e l'aria cambiò.

«Ti prego, dipingimi. Non voglio rimanere solo parole su carta, voglio essere arte vera.» Non mollai la presa. Testardo infame che mi faceva tremare solo con una frase... ladro che mi aveva chiuso il cuore dentro la sua cassaforte.

«E cosa te fa pensà che io ne sia capace?» Ora tenevo le braccia lungo il corpo per evitare di far finta di averti sul serio. In realtà eri tutto mio, però non ero abbastanza sicuro di me per ammetterlo, non ero certo di niente tranne della mia inquietudine.

«Perché sei l'unico che mi capisce realmente.»
Mi sentivo addirittura di poter iniziare a scrivere per te, ma temevo troppo la parola noi, figurarsi le lettere del tuo nome.

«Possiamo comprenderci l'un l'altro, ma ognuno può interpretare soltanto sé stesso.» dissi e ti ascoltai ridere. Non mi piaceva quando non eri scontroso e arrogante, facevi venir fuori tutto il buono in me e ci faceva male. Ci illudeva.

«Ma smettila, fou.» sussurravi e sembrava che il mio cuore avesse le orecchie per origliare ogni tua parola. Dipingerti sarebbe stato distruggere la tua immagine, dopo avrei voluto rovinarti come ogni altra mia opera, e come potevo? Ero abituato a giocare, non a farti fallo immotivato.

L'estro dell'artista smarrito Mga kuwentong kahuhumalingan mo. Tumuklas ngayon