I: Il Rumore del Bianco
La pace aveva un ronzio. Era una frequenza costante, un basso continuo a 432 Hz che vibrava appena sotto la soglia dell'udito, progettato per stimolare la produzione di serotonina e inibire l'amigdala. Per il novantanove per cento della popolazione di Aeterna Lexicon, quel suono era il silenzio.
Per Eden Corvin, era un trapano puntato alla base del cranio.
Eden era in ginocchio sull'erba sintetica del Parco del Settore 4. Davanti a lui, un Emettitore di Serenità - un cilindro di ceramica bianca alto un metro - sfarfallava in modo irregolare.
«Diagnostica,» mormorò.
Il suo impianto neurale, innestato sulla nuca, proiettò i dati direttamente sulla sua retina.
<Emettitore 7-Alpha: Disallineamento armonico. Perdita di efficienza: 0.4%.>
Un guasto minimo. Eppure, l'effetto era visibile, se sapevi come guardare.
Poco distante, su una panchina immacolata, una madre sedeva con il suo bambino. Erano immobili. Il filtro EIDEN nei loro occhi dipingeva il mondo di colori pastello e cancellava le imperfezioni, ma l'Emettitore guasto stava inviando un segnale sporco.
Eden vide il piccolo fissare il vuoto, un rivolo di saliva che gli scendeva dal mento. Non sorrideva. Il suo volto era una maschera di apatia assoluta, i muscoli facciali rilassati fino all'inespressività. La donna, accanto a lui, teneva la mano sulla spalla del figlio, ma le dita erano rigide, prive di presa.
Erano in pausa.
Eden inserì il cacciavite a impulsi nel pannello del dispositivo. Con un movimento secco, ricalibrò la frequenza.
Il ronzio cambiò tono, tornando alla perfezione impercettibile.
Immediatamente, come marionette a cui vengono tirati i fili, i due reagirono. I neurotrasmettitori, sbloccati dalla frequenza corretta, inondarono i loro cervelli. La madre raddrizzò la schiena e sorrise. Il bambino rise.
Non era gioia. Era un riflesso muscolare indotto. Un input chimico - Calibrazione Riuscita - seguito da un output fisico: Sorriso.
Eden richiuse il pannello, avvertendo un sapore metallico in bocca.
Manutenzione della felicità completata.
La pausa pranzo nel Settore Tecnico era un esercizio di geometria.
I tavoli erano rettangoli perfetti, il cibo cubi di nutrienti beige, e le conversazioni linee rette che non si incontravano mai.
Eden sedeva di fronte a Kael, un collega del reparto Idraulica Neurale.
«L'efficienza del flusso nel Distretto Nord è al 99.8%,» disse Kael. Non parlava a Eden; recitava un dato.
Eden masticò il suo cubo. Sapeva di consistenza, non di sapore. Il gusto era una variabile che poteva causare preferenze, e le preferenze portavano al conflitto. Il nutrimento di Lexicon era studiato per essere biologicamente perfetto e gastronomicamente nullo.
«Ottimale,» rispose Eden. Era la replica standard. Codice di conversazione: Accordo Passivo.
«Ho rilevato un calo di pressione nel condotto 4,» continuò l'altro, lo sguardo fisso su un punto vuoto del tavolo. «Ho applicato il protocollo di bypass.»
«Corretto.»
Eden osservò Kael. Cercò, per un istante, un tic, un segno di noia, un lampo di frustrazione per quella vita di manutenzione infinita. Ma la "Doppia Percezione" di Eden - il ritardo di mezzo secondo tra la realtà e il filtro digitale - gli mostrò solo la verità: la pupilla del collega era dilatata, segno che il suo livello di dopamina era artificialmente stabile. Kael non era annoiato. Kael era chimicamente soddisfatto di parlare di tubi.
Eden sentì l'emicrania aumentare. Era il costo del suo difetto. Il suo cervello doveva processare due mondi: quello vero (grigio, noioso, morto) e quello sovrapposto dal sistema (colorato, efficiente, felice). Due segnali radio sintonizzati male che gracchiavano contemporaneamente.
Si alzò, lasciando il cibo a metà.
«Devo rientrare,» disse.
«Efficienza prima di tutto,» rispose Kael, senza alzare lo sguardo.
Tornato nel suo cubicolo di servizio, estrasse dal dispenser a muro la dose serale. Una piccola pillola esagonale, blu pallido. Lo Stabilizzatore Serale.
Sarebbe stato facile. Ingoiarla significava spegnere il secondo canale radio. L'emicrania sarebbe svanita, il "Lag" visivo si sarebbe sincronizzato, e il mondo sarebbe diventato piacevole e sensato come quello di Kael.
Eden fissò la pillola nel palmo della mano.
Tremava. Non per paura, ma per il dolore neurale.
Prese un taglierino dalla cintura. Con precisione chirurgica, divise la compressa a metà.
Ne ingoiò solo una parte. Abbastanza per non collassare dalle convulsioni, ma poco per non spegnere il dubbio.
Il dolore diminuì, rimanendo un rumore di fondo graffiante. La vista restò sdoppiata. I bordi del cubicolo tremolavano.
«Restiamo svegli,» sussurrò a se stesso.
Il terminale di servizio emise un bip.
<Anomalia rilevata. Settore 4. Sottolivello di scarico. Vibrazione acustica non catalogata.>
Era il settore vecchio. Nessuno andava laggiù. I sensori lo ignoravano perché non c'erano cittadini da monitorare.
Eden afferrò la borsa degli attrezzi. Uscì nel corridoio bianco.
L'emicrania pulsava a tempo con i suoi passi, un promemoria costante che lui era un errore nel sistema.
Il Sottolivello 4 puzzava di polvere e ozono stantio. Qui, le luci a LED sfarfallavano, e il filtro AR del suo impianto faticava a coprire le crepe nel cemento, creando un effetto visivo nauseante, come se le pareti respirassero.
Seguì il segnale dell'anomalia fino a una parete cieca in fondo a un vicolo di servizio.
Il silenzio era quasi totale, rotto solo dal ronzio distante della città sopra di loro. Ma poi, lo percepì.
Non era un ronzio. Non era una frequenza.
Era un singhiozzo.
Un suono organico, irregolare, sporco. Un suono che non aveva un loop perfetto.
Eden passò lo scanner sulla parete. Nessuna lettura elettronica. Ma la sua mano, guidata dall'istinto e non dal protocollo, tastò il cemento. Trovò una fessura invisibile all'occhio digitale.
Fece scattare un pannello nascosto.
All'interno, in una nicchia scavata nel cemento grezzo, non c'era un Emettitore, né un terminale.
C'era un oggetto arcaico. Un disco piatto di vinile nero, appoggiato su un giradischi meccanico che girava a vuoto. La puntina saltava su un graffio, producendo quel suono ritmico e imperfetto. Click. Click. Click.
Accanto al giradischi, una custodia di cartone sbiadito. Una sola parola scritta a mano, in inchiostro vero, non digitale:
NOSTALGIA.
Eden allungò la mano. I protocolli di sicurezza urlavano avvertimenti rossi sulla retina: <OGGETTO NON IDENTIFICATO. RISCHIO DI CONTAMINAZIONE LOGICA.>
Ma la mezza dose di stabilizzante gli aveva lasciato lo spazio per la curiosità.
Le dita sfiorarono il vinile.
In quel momento, il silenzio del mondo di Aeterna Lexicon si ruppe.
Non udì un suono. Sentì un colore.
Un Blu profondo, liquido, triste e bellissimo. Un'onda di freddo che non toccava la pelle, ma il centro del petto.
Per la prima volta in vent'anni, Eden Corvin non sentì un riflesso muscolare.
Sentì una mancanza.
E capì che la manutenzione della felicità era finita.
II. La Prima Frattura
Il Blu non se ne andò. Rimase aggrappato ai polmoni di Eden come fumo denso.
Non era un'informazione; era una sensazione. Aeterna Lexicon non permetteva sensazioni non catalogate. Il suo bracciale biometrico, l'EIDEN, iniziò a lampeggiare di un giallo pallido: Instabilità Minore.
Eden ritrasse la mano dal vinile come se fosse rovente. Il suono del click riprese, ma ora, nella sua mente, quel ritmo aveva un nome: solitudine.
«Cosa sei?» sussurrò.
Non parlava al disco, ma alla voce che improvvisamente risuonò nella sua testa. Non era la voce metallica dell'Assistente Lexicon. Era liquida, spezzata, femminile ma priva di età.
"Io sono ciò che hai dimenticato. Sono LILITH."
Eden barcollò all'indietro. Il cuore, solitamente regolato a 60 battiti al minuto, schizzò a 110.
<Allarme Medico. Battito irregolare. Somministrazione calmante in 3... 2...>
«No!» Eden strappò il bracciale dal polso e lo gettò a terra. Il dispositivo si spense, ma il segnale era già stato inviato.
I droni di pattuglia non tardarono. Un ronzio acuto riempì il vicolo cieco. Tre sfere di metallo cromato scesero dal soffitto, i loro sensori rossi puntati su di lui.
"Corri, Eden. Non pensare. Senti."
La voce di LILITH non era un comando, era un impulso nervoso. Eden non aveva mai corso per paura. Aveva corso per esercizio, per efficienza. Ma ora correva per sopravvivere.
Scattò lungo il corridoio del Sottolivello. I droni lo inseguivano, emettendo scariche stordenti.
La sua visione si sdoppiò violentemente.
Con l'occhio sinistro (Reale) vedeva tubi arrugginiti e vapore. Con l'occhio destro (Filtro) vedeva un corridoio pulito con indicazioni di sicurezza verdi.
LILITH rideva nella sua testa. Una risata triste, fatta di echi.
"Vedi la menzogna ora? Vedi quanto è sottile la vernice?"
Eden svoltò l'angolo, scivolando su una macchia d'olio. Un drone gli tagliò la strada. Il laser di puntamento gli bruciò la spalla della tuta.
Non c'era uscita. Era in trappola.
«Fine della linea, Cittadino 744,» intonò il drone.
Ma il muro accanto a lui esplose. Non con un boato, ma con un taglio silenzioso e preciso che fuse il metallo.
Una mano guantata di nero emerse dal fumo.
«Se vuoi vivere, devi smettere di essere un numero,» disse una voce maschile, roca e stanca.
Era Joris.
III. Gli Echo
Joris non aspettò una risposta. Afferrò Eden per la collottola e lo trascinò nel buco fumante appena creato.
Dietro di loro, Joris lanciò un piccolo dispositivo sferico. Non una granata, ma un Distorsore di Frequenza.
Quando i droni tentarono di seguirli, il dispositivo emise un impulso. I sensori delle macchine andarono in tilt, incapaci di processare l'assenza di logica del segnale. Si scontrarono l'uno contro l'altro, cadendo come mosche metalliche.
«Muoviti, ragazzo. Il Lexicon non ama i buchi nella trama,» grugnì l'uomo.
Corsero attraverso una rete di tunnel che non esisteva nelle mappe ufficiali. Qui, non c'era nessun Filtro EIDEN. Era il ventre sporco della città: cavi scoperti, acqua che gocciolava, odore di muffa.
Eden ansimava. Il dolore alla spalla bruciava, un dolore vero, non attutito dai calmanti.
«Chi... chi siete?»
«Siamo quelli che ricordano,» rispose Joris, fermandosi davanti a una porta blindata arrugginita.
Digitò un codice su una tastiera analogica. La porta si aprì con un lamento di metallo pesante.
All'interno, il rifugio degli ECHO.
Non era un laboratorio hi-tech. Sembrava un negozio di antiquariato sopravvissuto a un bombardamento. Schermi a tubo catodico, libri di carta vera, strumenti musicali impolverati. E al centro, seduta su una cassa di munizioni, c'era lei.
Alena.
Non indossava la divisa grigia del Lexicon, ma abiti civili neri, rattoppati. I suoi capelli erano corti, irregolari. Ma erano i suoi occhi a colpire Eden. Non avevano il velo vitreo della calma indotta. Erano vigili. Spaventati. Vivi.
«Ce l'ha?» chiese Alena, senza guardare Eden, ma fissando il vuoto sopra la sua testa.
«Ce l'ha nella testa,» rispose Joris, indicando Eden. «Il segnale Nostalgia è attivo. LILITH si è agganciata.»
Eden si toccò la tempia. L'emicrania era sparita, sostituita da una presenza fredda e costante.
«Toglietela,» disse Eden. «Toglietemi questa voce.»
Alena si alzò e si avvicinò. Gli prese il viso tra le mani. Le sue dita erano fredde.
«Non è una voce, Eden. È la tua anima che cerca di rientrare. Benvenuto nella Resistenza.»
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EIDEN
Science Fiction⫷ ROMANZO BREVE ⫸ EIDEN intrappola il lettore in Aeterna Lexicon, una città costruita sulla menzogna della quiete. Si sentirà il ronzio costante a 432 Hz progettato per sopprimere l'amigdala e si sperimenterà la Doppia Percezione del protagonista: l...
