CAPITOLO 1

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HELENA

SILENZIO

[SI-LEN-ZIO] s.m

1. In uso comune: l'espressione può significare "ignorato", "lasciato cadere senza commenti", oppure "non discusso apertamente"


«Mi chiamo Helena Fellman.
Sono una giornalista. Mi trovo a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza.
E questo è il mio ultimo giorno qui.

Sto registrando questo video per voi, a New York. Per chi ha guardato da lontano, per chi non ha potuto — o voluto — vedere.
Per chi crede ancora che il giornalismo serva a qualcosa.

In questi due mesi, ho vissuto qui. Non in un hotel, non in un compound della stampa — non ce ne sono.
Sono stata ospitata da una madre palestinese e dai suoi due figli, in un appartamento che tremava ogni notte sotto le bombe.
Li ringrazio ora, perché non so se avrò occasione di farlo più tardi.
E se mai vedranno questo video, voglio che sappiano che non li dimenticherò mai.

Essere una giornalista in Palestina non è come esserlo in qualunque altro posto.
Non hai protezione. Non hai sicurezza. Non hai margine d'errore.
Hai solo la tua voce, e il rischio concreto di perdere la vita per usarla.

Il 13% dei miei colleghi a Gaza è stato ucciso negli ultimi due anni. 270 giornalisti uccisi per la loro parola.
Nessun altro luogo sulla Terra, in tempi recenti, ha visto numeri simili.
Questa non è una guerra soltanto contro la popolazione. È anche una guerra contro chi racconta.

Israele impedisce l'ingresso alla stampa internazionale.
Chi riesce a entrare, spesso lo fa attraverso contatti informali, passaggi secondari, o con l'aiuto delle ONG.
Ma la regola è semplice: meno testimoni, meno prove. Meno prove, più silenzio.
E il silenzio, in guerra, è una complicità.

Ieri, l'ospedale Nasser è stato colpito due volte.
Prima un attacco. Poi il secondo, pochi minuti dopo, mentre i soccorritori arrivavano.
È una tecnica precisa. Si chiama double tap.
Serve a eliminare non solo le vittime, ma anche chi prova a salvarle.

Tra i morti, cinque giornalisti.
Cinque persone che facevano il mio stesso lavoro.
Non portavano armi. Portavano videocamere, microfoni, taccuini.

E stamattina — il mio ultimo risveglio qui — ho assistito all'agonia di un uomo colpito a pochi metri dalla mia porta.
È rimasto a terra, ferito.
I soccorsi hanno provato ad avvicinarsi.
Sono stati presi di mira.
Lui è morto dissanguato. Nessuno è riuscito a salvarlo. Nemmeno io.

E no, non è un caso isolato.
Non è un incidente.
È un metodo.

Io oggi torno a casa.
Ma non torno intera.
Nessuno torna uguale, dopo Gaza.
Ho raccolto ore di girato, centinaia di foto, decine di interviste.
Ma ci sono cose che non si possono documentare.
La paura negli occhi di un bambino quando sente un drone.
Il silenzio di una madre quando le dicono che la figlia non c'è più.
Il modo in cui la gente smette di piangere, quando il pianto non serve più.

Eppure continuo a credere che il giornalismo conti.
Perché se ci colpiscono, è perché abbiamo ancora un impatto.
Se temono le nostre parole, le nostre immagini, significa che possiamo ancora fare qualcosa»

Ok, penso possa bastare. Concludo il video. Una volta tornata a casa potrò inviarlo a chi di dovere, come tutto ciò che ho raccolto in questi mesi. Qui a Gaza non sono mai riuscita a diffondere le notizie che ho raccolto, per questo ho fatto fatica a riorganizzare il mio ritorno. Lo ha dovuto organizzare direttamente il governo, per farmi tornare in paese.  Finalmente torno a casa e potrò diffondere tutto questo schifo.

Riprendo il video non appena mi alzo dalla mia poltroncina  La voce del gate annuncia ritardi. Gente che si lamenta per le coincidenze perse, per i pasti serviti freddi.
Io sto solo cercando di respirare.

«Sono in aeroporto adesso. Nel Cairo. Il governo ha organizzato il mio ritorno tramite il valico di Rafah, poiché per il valico di Erez serve un permesso speciale, perché sotto il controllo di Israele.

È strano essere di nuovo in un posto che funziona. Dove i vetri sono interi, l'aria è condizionata, e nessuno si lancia a terra al rumore di un tonfo.

Ho la memory card nello zaino. Tutto quello che ho filmato.
Ho file audio, interviste, foto, appunti scritti a mano e nomi che non so nemmeno se posso ancora pronunciare.
E soprattutto ho questo video, l'ultimo. Quello che avete appena visto.

L'ho registrato per voi.
Non solo per informarvi, ma per ricordarvi che c'è un dovere in chi ascolta. Non solo in chi parla.

Appena atterrerò, lo invierò alla redazione. E da lì, se tutto va come deve, al pubblico.
Poi sarà difficile ignorarlo.

O almeno, è quello che spero.

Ora chiudo.
L'imbarco è iniziato»

All'altoparlante chiamano il mio volo per New York.
Attorno a me, valigie con le rotelle, passi distratti, bambini che piangono per un tablet scarico.

Nessuno sa dove sono stata. Nessuno guarda la mia giacca sporca di polvere.
Nessuno può immaginare cosa c'è nella mia memory card.

Ed è forse proprio questo che fa più male: tornare in un mondo che va avanti come se niente fosse.

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