Era una giornata di sole.
Di quelle che la gente definisce "belle", senza pensarci troppo.
Limpida, con l'aria che sa di estate e il cielo pulito come una pagina bianca.
Ma io non riuscivo a respirare.
Non era semplice tristezza, come quella che scompare dopo una brutta giornata.
Era assenza.
Come se dentro di me qualcuno avesse spento la luce e poi strappato i fili, lasciandomi al buio, in un silenzio che faceva troppo rumore per riuscire a ignorarlo.
Mi ero svegliata con un vuoto che non avevo mai provato prima.
Come se qualcuno avesse privato il mio corpo di un organo vitale.
Non il cuore.
Quello batteva ancora.
Ma qualcosa di più profondo. Come se mi avessero tolto l'anima, lasciandomi solo un involucro che si muoveva per inerzia.
Non ricordai subito perché avessi impostato la sveglia così presto quella mattina.
Mi sedetti sul letto con lo sguardo fisso sul nulla.
Il cuore lento, pesante, come se ogni battito fosse un obbligo.
Le 7:00
Mi stropicciai gli occhi, ancora gonfi di sonno e di pianto.
È sabato
Sembrava un sabato normale, come ce ne erano stati tanti con...
Ed è lì che realizzai.
Vicky
Il nostro sabato.
Il nostro giorno.
Lo passavamo quasi sempre insieme. Ci mandavamo messaggi appena sveglie.
"Colazione?", "Oggi parco o cinema?", "Hai dormito bene?".
Lei di solito organizzava tutto.
Chi se non lei poteva farlo. La mia testa è un cazzo di caos.
Gite, cinema, pranzi al sushi o un semplice kebab, anche solo passeggiate nei posti che ci facevano sentire meno sole.
E prima finivamo a fare colazione sempre allo stesso bar, con il cappuccino troppo caldo e un muffin al cioccolato fondente che lei divorava in due morsi.
Avevamo chiamato il sabato "il nostro giorno sacro". Così da ricordare l'una all'altra che, qualsiasi cosa potesse accadere nelle nostre vite, finivamo sempre lì, a quel giorno che ci riportava coi piedi per terra.
Ma ora, era diventato una specie di parodia, uno scherzo crudele.
Il sabato più silenzioso della mia vita.
Sentivo un vuoto che pian piano metteva radici dentro di me e che presto sapevo sarebbe diventato un'enorme quercia di solitudine e amarezza.
Gettai uno sguardo sul comodino. Il cellulare era ancora lì, con la chat di Vicky aperta.
Lo presi in mano. Lo fissai a lungo.
Nessun nuovo messaggio.
L'ultimo risaliva a pochi giorni prima.
"Ehy, sono sotto casa."
Un messaggio semplice, quotidiano. Poche parole che ormai sapevano di casa, come un'abitudine, ma che ora sembravano così lontane da non sembrare nemmeno più sue.
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Vi sento,vi vedo,vi riconosco
General Fiction"Vi vedo, vi sento, vi riconosco" è la storia di una ragazza che vede troppo. Vede l'ipocrisia nei sorrisi, il marcio nei legami familiari, l'assenza di empatia mascherata da normalità. Vive in un mondo che le chiede di adattarsi e tacere, mentre de...
