E' una mattina come tante. Il freddo di Febbraio inizia a bussare alle finestre di quel maledetto ospedale.
In inverno qui tutto è monotono e grigio.
Sempre la stessa minestrina a cena, sempre gli stessi dottori, sempre le stesse mamme preoccupate che vengono a far visita ai figli. La mia no. Mia madre darebbe di tutto piuttosto che venirmi a trovare. Lei usa come scusa il fatto che "vedermi in queste condizioni la farebbe soffrire", come se a me non vederla per mesi e mesi non facesse soffrire.
Eppure nei suoi post di instagram alle Bahamas con il suo nuovo fidanzato milionario sembra così felice. Non dona nemmeno un euro per le mie visite mediche.
Economicamente mi sostiene solo mia sorella, Luna. Lei si che ci tiene a me.
"Ecco la tua infermiera preferita!" esclama Cate, un'infermiera del mio reparto: SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura)
Ha in mano un vassoio con la colazione e lo sta sistemando vicino al mio lettino.
Sono stata ricoverata qui per depressione.
Quella malattia che ti fa sentire inutile e non apprezzata da nessuno, che se ti attacca non ti lascia più. Una macchia nera che pian piano va a consumare la mente e il cuore. Qui tutti cercano di farmi sorridere, ottenendo solo dei finti sorrisini poco accennati.
Non so nemmeno da quant'è che non sorrido.
Ormai sono logorata, sia dentro che fuori. Quella cazzo di lametta mi fa stare meglio. Mi fa sentire viva. E' come se compensassi il dolore interno con quello fisico. In un certo senso sento di meritarmele quelle ferite, quei segni rossi, perché tanto non valgo niente.
Sono caduta in depressione l'anno scorso, a causa della morte di mio padre. Lui per me era una guida, un esempio, tutto ciò di cui avevo bisogno; a volte ancora lo vedo qui a fianco a me a tendermi la mano, ma purtroppo non è così e non lo sarà mai più.
"Hey, Camilla, tutto bene?" la voce di Cate mi riporta alla realtà
"Ehm, si, scusa" dico confusa.
"Eri di nuovo immersa nei tuoi pensieri su papà?". Luna si intromette nella conversazione.
Non rispondo e guardo in basso.
Mi guardo intorno: tutti i suoi libri di scuola sono sparsi sul letto vuoto vicino al mio.
Mentre mamma se la spassa in vacanza, mia sorella alterna ospedale e università.
Chissà da quanto non vede i suoi amici fuori da scuola per stare con me. Passa tutte le notti su quella scomoda poltroncina vicino alla finestra nonostante il vento freddo dell'inverno.
E' l'unica che mi da la forza di andare avanti.
Cate inclina leggermente la testa e mi guarda con un filo di compassione.
I suoi ciuffi biondi raccolti in modo disordinato da una matita le ricadono sul viso delicato. Lei è una ragazza abbastanza giovane, sulla trentina. I suoi grandi occhi blu mi rassicurano, anche se so che lo fa solo per lavoro. Sono solo una paziente come tante, no?
Ancora una volta mi rendo conto della mia inutilità.
Abbasso lo sguardo sul suo camice pieno di toppe con i pupazzetti, disegnini di coccinelle e stickers attaccati sullo stetoscopio che le circondava il collo.
"Dai, su, oggi è mercoledì, il giorno del cornetto a colazione! Guarda un po', sul cappuccino c'è una bella faccina sorridente, solo per te!" dice Cate, indicando la tazzina e sfoggiando un sorriso sincero.
Mi limito ad annuire con timidezza e a rispondere solo con un flebile "grazie".
Inizio a bere la bevanda, non curante di rovinare la faccina disegnata con il latte. Non riesco a mangiare tutto il cornetto, quindi lo scanso.
Vedo Cate e Luna uscire dalla stanza, per parlare di me: non ci faccio caso, anche se mi da fastidio non sapere ciò che mi riguarda.
La finestra che sporge sul corridoio mi permette di vedere Cate che mostra delle cartelle a mia sorella, e lei sembra come ... felice. Abbraccia l'infermiera e le stringe le mani eccitata.
Chissà, magari mi dimetteranno: no, impossibile. Magari ci sono dei miglioramenti, magari avrò l'occasione di uscire per un pomeriggio con mia sorella - per la verità non vorrei incontrare altre persone, lo farei solo per cambiare aria.
Decido di alzarmi dal lettino e mi reco in bagno.
Nello specchio vedo il mio riflesso: non mi piaccio più.
Vedo una ragazza troppo magra per avere sedici anni, cicatrici su cicatrici su entrambi i polsi e i capelli biondi arruffati. Gli occhi marroni sono stanchi e le lentiggini si notano di meno.
Voglio cambiare.
Torno alla realtà. Guardo il bagno intorno a me e mi soffermo sul lavandino sotto allo specchio. Alzo la saponetta rosa e scopro proprio lei.
Quella fottuta lametta.
Quella che ha causato i peggiori traumi della mia vita, quella che odio ma che non riesco a smettere di usare.
Mi guardo i polsi con le lacrime agli occhi, ma mi trattengo nel piangere.
Sento Luna rientrare in camera sghignazzando piano.
Mi asciugo velocemente le lacrime e esco dal bagno.
Torno in camera come se nulla fosse mai accaduto, più o meno come ho fatto durante gli ultimi otto mesi.
Noto l'espressione di mia sorella che cerca di nascondere un sorriso ma non le chiedo nulla. Resto in silenzio.
Mentre Luna finge di studiare entra di botto Cate.
"Ecco! Di nuovo a tua disposizione, Signorina Camilla!" mi dice lei imitando un soldato con il saluto ufficiale e il sorriso di chi è felice di far felici gli altri.
Cerco sorridere, ma ancora niente.
Dalla radiolina che Cate porta attaccata al pantalone si sente la voce di "Doc", la direttrice del reparto chiamata così da tutti, a quanto pare.
"Camilla richiamata in Terapia CDU".
Odio quell'acronimo. Centro Disturbi dell'Umore. Odio sapere di essere in un SPDC.
Odio essere chiamata al "centro disturbati": ciò che so di essere ma che non riesco ad ammettere.
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Sei ancora tu?
Teen Fictionun ospedale. una sedicenne. una vita di traumi e depressione. Camilla era una ragazza come tutte prima della morte del padre. lui significava tutto per lei, ma ora non c'è più. è sola. è confusa. è cambiata. Cade in depressione, la madre la rifiuta...
