Ci sono persone dotate di infiniti talenti, abilità straordinarie, capacità innate.
Ci sono persone che riescono a cimentarsi un po' in tutto, che provano sapendo di riuscire, persone eclettiche, persone camaleontiche che – comunque vada – stanno bene un po' su tutto.
Ci sono persone del genere e poi ci sono persone come me, Riccardo D'Alessandro, persone che nella vita non hanno altro che un unico, maledetto, bruciante talento.
Persone che sanno fare una sola cosa ma, Dio, sanno farla dannatamente bene.
Scrivere per me era così.
Non avevo mai imparato a giocare a calcio come i bambini del mio quartiere, non eccellevo nelle lingue straniere come i miei compagni di liceo, non avevo il fascino da professore dei miei colleghi universitari.
A venticinque anni suonati, avevo ormai un'unica certezza: sapevo scrivere.
Sapevo solo scrivere. E sapevo farlo davvero bene.
Eppure, dopo l'ennesimo romanzo rifiutato da anche la più piccola casa editrice territoriale, stavo iniziando a dubitare perfino dell'unica certezza che avevo sempre avuto.
Sapevo bene che, una volta presa la Laurea Magistrale in Lettere Moderne, il percorso per diventare scrittore non sarebbe stato facile.
Dovresti buttarti sull'insegnamento, mi avevano detto tutti e forse si, avrei dovuto, ma a che prezzo?
Io non avevo scelto Lettere per insegnare a degli alunni le opere altrui, l'avevo scelta per essere uno di quegli autori da insegnare.
Ma per realizzare questo sogno avevo bisogno di esordire in qualche modo nel panorama letterario italiano, uscire con un romanzo brillante per una piccola casa editrice, così che la Feltrinelli o la Mondadori mi notassero.
Da lì sarebbe stato tutto in discesa, ne ero sicuro.
Eppure, dopo più di un anno dalla mia laurea, continuavo a brancolare nel buio delle idee mal portate a termine, galleggiando su un mare di parole buttate lì senza troppe pretese.
Niente di ciò che avevo scritto aveva la stoffa per farmi da esordio, lo sapevo, eppure continuavo a provarci a suon di non si sa mai!
E così, dopo l'ennesima delusione, avevo passato due mesi senza riuscire neppure a digitare una parola.
Di frasi motivazionali sul blocco dello scrittore ne è pieno Google.
Scrivi di ciò che conosci, scrivi di ciò che ti affascina, descrivi ciò che vedi, prova a raccontare eventi già vissuti...cazzate.
La verità è che nessuno lo dice, ma l'unico modo per uscire dal blocco dello scrittore è non scrivere.
Prendersi il proprio tempo, vivere esperienze senza l'ansia di doverle incastrare tra le pagine, provare sentimenti e non avere fretta di decifrarli.
Quando scrivere è la tua vita, la sola cosa che possa darti qualcosa da buttare su carta è proprio quella: vivere.
Sembra un paradosso e lo sembrava anche a me ma, del resto, cosa avevo da perdere?
I miei genitori mi consideravano già un fallito e, allo scadere dei trent'anni, mi avrebbero obbligato ad entrare nell'azienda di famiglia, abbandonando il sogno della letteratura.
Avevo altri cinque anni per dimostrare loro – e a me stesso – che non stessi sprecando l'unico talento che la vita mi aveva concesso.
Così avevo messo da parte la tastiera e mi ero concentrato a vivere, sebbene - alcuni giorni più degli altri - fossi propenso a credere che non sarebbe servito a molto.
E non era servito a nulla, in effetti. Non fino a quel momento.
Quel preciso istante, quel rintocco di un orologio rotto che aveva cambiato ogni cosa.
Adesso avevo una storia da raccontare, adesso sapevo da dove partire.
L'errore era sempre stato lì, a portata di mano, l'idea che dovessi essere io a vivere qualcosa per poterla raccontare, essere il protagonista della storia.
Era tutta lì la mia grande idea, ciò che mi avrebbe fatto fare il boom.
Non avrei raccontato la storia di un protagonista, non sarebbe stato originale.
Avrei parlato di una comparsa piuttosto, un deus ex machina delle vite altrui, avrei parlato di chi, di sé, non avrebbe parlato mai.
Presi quindi un grosso respiro e, chiamando a raccolta i pensieri, pigiai per prima la lettera G.
Eccolo, il titolo perfetto.
Ecco, la mia sua storia.
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Gli amori degli altri
RomanceVentiquattro candeline, tre coinquilini, un ex di cui è ancora innamorata, una figlia di otto anni e un programma radio, "Gli amori degli altri", dove dà consigli d'amore pur senza seguirne mai nessuno. E ancora: dei genitori che non le parlano più...
