11 luglio 2025
Sono seduta in questa stanza da ore. Il tempo scorre lento. In alto c’è una finestra molto piccola, sembra minuscola. Più passa il tempo e più lo diventa. Ho mal di testa e gli occhi mi bruciano. Fa caldo. Continuano a dirmi che ho ucciso un uomo, ma non è vero.
Mi chiamo Anna Badeschi, ho trent'anni. Quando ne avevo sedici sono stata vittima di un incidente. Da quel momento ho smesso di ricordare e non provo più emozioni. Mi dissero che con il tempo sarei potuta guarire. Ma oggi, arrivo a ricordare solo fino a due giorni precedenti e le emozioni non esistono più. Non provo paura, dolore, ansia, tristezza. Tutto rimbalza su di me, come su un vecchio tappeto elastico. Ma non mi dispiace. Credo che le emozioni siano sopravvalutate.
11 luglio 2011
“Sbrigati”.
“Sono pronta”. La voce di mio padre acuta mi dà fretta. Devo sbrigarmi se voglio arrivare puntuale all’appuntamento con la mia insegnante di pianoforte. Tra pochi giorni ci sarà il concerto e non posso permettermi di sbagliare. Non trovo lo spartito. Scavo tra le carte che ho in giro e finalmente è tra le mie mani. Mi avvicino alla porta, quando un trillo dal telefono mi fa sobbalzare. Lo afferro, e lo metto in tasca. Non ho il tempo di controllare chi mi abbia contattato.
Mio padre è in auto con il suo viso corrucciato. La ruga che gli attraversa la fronte e lo sguardo fisso. È un uomo chiuso, ma a modo suo, dolce. Riesce a fare il possibile per starmi vicino e non farmi sentire troppo la mancanza della mamma, che se n’è andata quando ero solo una bambina.
“Scusa” mi avvicino e gli do un bacio sulla guancia. La ruga diventa meno marcata.
“Sai quanto è importante prepararsi bene. Non devi sottovalutare i tuoi impegni”. Ricomincia con la solita storia della crescita e della maturità. Mi fa questo discorso da sempre. Credo di averlo imparato a memoria. Tuttavia mi mostro falsamente interessata. Inizia a piovere. Vedo i goccioloni cadere velocemente sui vetri e inizio a pensare a quel giorno. Quando lei è andata via. Era una sera fredda e piovosa. Io era a letto. La vidi entrare dalla porta e darmi un bacio. Poi mi sistemò la coperta e uscì. Non pensai che potesse andare via. Non lo immaginavo. La mattina dopo non la trovai in cucina come al solito e dopo poco mi resi conto che non sarebbe più tornata. Non so perché abbia deciso di andare via, e lasciare mio padre. Ma per anni ho giudicato me stessa responsabile. E ho sbagliato. Io non c’entro nulla.
Il cielo è scuro e la visibilità scarseggia. Osservo mio padre concentrarsi alla guida. Non gli piace quando piove. L’asfalto può diventare scivoloso e far slittare le ruote. Me lo ha spiegato spesso. Tuttavia mantiene la calma e la lucidità per evitare problemi. O almeno così credo, perché improvvisamente non capisco più nulla. Una macchina ad alta velocità ci taglia la strada. Tutto si confonde. Grido. Ho paura. Sento che sta per succedere qualcosa di terribile e di non poterlo evitare. Vorrei abbracciare mio padre, ma non posso farlo. Chiudo gli occhi e mi lascio andare. Sento che non c’è altro che possa fare.
Quando riapro gli occhi sono in ospedale, distesa su un letto. Intorno a me c’è molto caos. Sembrano essere tutti impazziti. Provo ad alzarmi ma qualcuno mi ferma. Devo restare ferma. Gli occhi si chiudono nuovamente. Comincio a sognare. Sono in un luogo meraviglioso, pieno di luce. Vorrei restare qui, percepisco che si sta bene. Ma poi improvvisamente mi sento trascinare di nuovo giù, nel mio corpo.
Non so quanto tempo passi ancora, ma la volta successiva che i miei occhi rivedono la luce, tutto appare strano e informe.
La stanza dell’ospedale è piccola e bianca. C’è il mio letto e accanto quello vuoto di qualcun altro. Una donna si avvicina a me.
“Ciao, ti sei svegliata, finalmente”.
Immagino si tratti di una infermiera. Mi osserva con occhi increduli, come se fosse colpita da me, non so se in positivo o in negativo.
Immagino che dovrei chiederle qualcosa. Anche il suo sguardo su di me sembra volerlo. Ma io non so cosa chiedere. La mia testa è completamente vuota. Non ricordo nulla. E soprattutto non sento nulla.
“Cosa è successo?” le chiedo.
“Hai avuto un incidente con l’auto. Molto brutto. Abbiamo rischiato di perderti, ma per fortuna ce l’hai fatta”.
È contenta quando lo dice. Lei sorride. Succede però qualcosa di strano in me. Teoricamente anche io dovrei essere felice di essere viva. Invece le sue parole sembrano passarmi attraverso.
“Ero sola?” Non so perché lo chieda.
“Il dottore ti spiegherà tutto”. Mi lascia così e va via. Ciò che mi impressiona di più, però, è che mentre dovrei provare sgomento, frustrazione, o rabbia, al contrario non riesco a provare nulla. Sembra esserci il vuoto totale dentro di me. Come se qualcuno abbia preso una gomma da cancellare e si sia divertito a eliminare qualsiasi cosa. Sia i ricordi che le emozioni.
11 luglio 2025
Entra una donna. Credo sia poco più grande di me. È bionda, con i capelli raccolti sulla nuca in una coda morbida. Alta e snella. Si siede di fronte a me e mi osserva. Ha due occhi grandi e neri in contrasto con la carnagione chiara.
“Ciao Anna” inizia con gentilezza, come fanno tutti.
“Anche tu vuoi farmi il terzo grado, immagino”.
“Non mi piace dire così. Noi vogliamo aiutarti. Sappiamo cosa hai passato nella tua vita e non è stato semplice. Come immagino non lo sia adesso. Ma un uomo è morto e tu sembri essere l’ultima persona ad averlo visto vivo. Non possiamo ignorarlo”.
“Questo non è esatto. Voi siete convinti che io lo abbia ucciso”.
“Se ne fossimo certi, non saremmo qui a parlarne. Ma andiamo con ordine. Tu hai detto di ricordare fino a due giorni fa, giusto?”
“Sì. Ricordo di aver ricevuto il messaggio di una persona, che non conoscevo. Un numero non memorizzato. Sapeva il mio nome e mi chiedeva di incontrarci perché sapeva qualcosa che avrebbe potuto cambiarmi la vita”.
“E tu, che hai fatto?”
“Ho ignorato il messaggio. Ho pensato a un pazzo. Poi però ne sono arrivati altri. Lui ha detto di sapere quello che ho subito da ragazza, del mio problema con la memoria. E ha insistito per vedermi. Così ho accettato. Mi ha detto di incontrarci in un bar poco distante da casa mia. Così ieri pomeriggio, intorno alle sette, sono andata. La saracinesca era a metà. Sono entrata, e ho trovato un uomo a terra morto”.
“E perché non hai chiamato i soccorsi?”
“Non lo so. Ho pensato che potessero accusarmi di qualcosa ”.
“Non è stata una mossa furba, perché qualcuno ti ha vista uscire, inoltre i messaggi sul telefono ci hanno condotto a te. La tua posizione non è delle migliori “.
Lo dice guardandomi dritto negli occhi. Vuole spaventarmi, ma non può. Non ho paura, non sono tesa. Nulla di quello che una persona farebbe può sfiorarmi in alcun modo. Sono lucida, razionale. Ma so di essere in una brutta situazione, e questo non mi piace per niente.
“Potete pensare ciò che volete, ma io non ho fatto nulla. Non garantisco su tre giorni fa, ma di sicuro negli ultimi due giorni non ho commesso nessun reato”.
Un ragazzo bussa alla porta e poi entra. Si avvicina alla donna e le dice qualcosa a bassa voce. Lei si alza e lo segue fuori. Mi sembra di essere in un film. Dopo qualche minuto rientrano, ma non sono soli. Con loro c’è un uomo. È grosso e intorno ai cinquant’anni. Si siede su una sedia disposta accanto a quella della donna bionda.
Mi porge la mano.
“Ciao Anna, sono Massimo Ferri, il tuo avvocato”.
11 luglio 2011
Il medico mi osserva. Ha uno sguardo strano, mi sento un fenomeno da baraccone. Fa un controllo generale e comincia a chiedere. Nome, cognome, età. Non rispondo a nulla. Non ricordo nulla. Credo che ciò che lo spaventi di più sia la mia reazione a tutto questo. Nessuna. Ho solo il viso leggermente contratto.
Mi sottopongono a molti esami, test, radiografie. Credo passino giorni. Mi hanno detto che mio padre è morto, ma non ho potuto assistere al suo funerale. Sono qui dentro come in una prigione dorata. Non lo ricordo, non so chi sia e che tipo di rapporto abbiamo avuto quando era in vita. Dicono di aver contattato la polizia e i servizi sociali, dal momento che sono minorenne. Di mia madre, a quanto ho capito, nemmeno l’ombra. Credo la stiano cercando. L’unica persona con la quale parlo è Alessia, l’infermiera. Mi vuole bene ed è sempre gentile con me. Mi piacerebbe ricambiare il suo affetto, ma non ci riesco. Il bello è che a lei non importa.
“Cosa mi succederà” le chiedo una mattina.
“Non lo so tesoro”.
“Io penso che tu lo sappia, ma non voglia dirmelo. Ce ne saranno state altre di ragazze come me qui dentro “.
“Non proprio. La tua situazione è molto complessa. Diciamo che il fatto che tu sia minorenne non aiuta”.
“Finirò in qualche famiglia affidataria, immagino, o in quelle strutture, le case famiglia”.
Annuisce, poi si avvicina e mi accarezza, ma subito ritrae la mano.
“Non ci pensare. Vedrai che la tua vita sarà ricostruita come un puzzle. Lo sai che frequenti il liceo scientifico? E suoni il piano. Sei molto brava a scuola”.
Non mi aiuta molto. Non ricordo nulla, e quindi ancor meno le materie scolastiche.
“Io non sono un medico, ma una cosa la so. Quello che hai nella tua testa, le tue doti, capacità, non sono sparite. Diciamo che ora sono in un sonno profondo, ma vedrai che presto si ridesteranno e tutto cambierà”.
Lo dice con convinzione. Non credo mi prenda in giro. E forse ha ragione. Ma questo non può aiutarmi. Anche se ora sanno tutto di me, non vuol dire che possano migliorare la mia vita. Immagino sia terribile non sapere cosa mi aspetta.
11 luglio 2025
“Ci conosciamo?” queste sono le prime parole che mi escono dalla bocca. Suonano retoriche ma sincere. Il fatto che non ricordi quest’uomo non significa che non faccia parte della mia vita.
“Sì” lo dice con sicurezza. In un modo tale che diventa difficile credere il contrario.
“Posso restare solo con la mia assistita?” è serio e professionale. La donna bionda deve accettare. È un mio diritto. Si alza e va via, con aria seccata.
“Per parlare di noi due dobbiamo tornare a tua madre. È lei che ci ha presentati, circa sei mesi fa”.
Questa risposta è spiazzante, non che faccia un grande effetto su di me, ma razionalmente parlando, inserire una persona che non mi sembra appartenere alla mia vita, fa un certo effetto.
Io non ho memoria ma ci sono dei tasselli, punti fermi, che fanno parte di me. Ho poche certezze. Sono stata vittima di un incidente, e non ho più i genitori. Quando una di queste sicurezze crolla, diventa tutto più difficile.
“So che ti sembra strano, ma tu e tua madre avete riallacciato i vostri rapporti. Lei è sparita per anni, ma poi ti ha cercata e alla fine è riuscita a trovarti. Avete iniziato a frequentarvi, non senza difficoltà. Tua madre ha ricominciato dall’inizio ogni due giorni con te. Così ti ha consigliato di scrivere un diario dove annoti tutto ciò che fai”.
“E questo diario è a casa mia?” chiedo.
“Sì, lo tieni lì “.
“Ma non mi hai detto perché mia madre ci ha presentati”.
Fa una faccia strana. Visibilmente imbarazzato.
“Io sono il compagno di tua madre. Stiamo insieme da anni, ormai”.
Annuisco. La notizia non mi tocca minimamente.
“La situazione è complessa Anna. Rischi molto. Tua madre ha un doppione delle chiavi del tuo appartamento. Andremo a prendere il quaderno sperando che ci sia scritto qualcosa di interessante”.
“Davvero ho fatto pace con mia madre?” questa notizia merita maggiore attenzione.
“Sì, sembra strano ma è così. La tua vita è complicata, e lei ti sta aiutando a mettere ordine”.
“E come mai non è qui?”
“È in sala d’aspetto. Hanno fatto entrare solo me perché sono il tuo avvocato. È molto preoccupata “.
Deve essere bello voler bene a qualcuno. Io non so cosa significhi, ma credo proprio che lo sia.
ČTEŠ
Il non ricordo
Mystery / Thriller"Mi chiamo Anna Badeschi. Ho trent'anni. Ma non ricordo nulla dopo i sedici. Un incidente mi ha portato via la memoria... e ogni emozione. Ma ciò che dimentichi non smette di esistere. Il passato sta tornando. E non sarà gentile." Una storia dove i...
