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Parte I - Il distacco

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Quando Luca chiuse la valigia, il cielo era ancora buio. Era marzo, e Roma dormiva sotto un velo di nebbia tiepida. Marta era seduta sul bordo del letto, una mano sul pancione e l'altra che si torturava le dita, sentendo il cuore battere in gola come un tamburo troppo vicino, mentre il freddo del pavimento le risaliva dai piedi nudi come un presagio. Non piangeva. Non diceva niente. Solo lo guardava, come se volesse imprimersi ogni dettaglio in testa: la piega del colletto, le vene sulle mani, quella ruga tra le sopracciglia che gli veniva quando cercava di non far vedere che era nervoso.

«Hai preso il caricatore?»
«Sì.»
«Le vitamine?»
«Tutte. Le ho messe accanto al diario.»

Luca si avvicinò e le mise le mani sulle spalle. Era sempre stato bravo a trovare le parole, ma quella mattina la gola era secca. Le disse solo:

«Promettimi che ti prenderai cura di te.»

Marta rise piano, senza allegria.

«Io? Sei tu quello che parte per lo spazio.»

Si baciarono. Non un bacio disperato da film, ma qualcosa di più vero. Quello che si dà quando due persone si conoscono a fondo, e non hanno bisogno di parole per capire che in quel momento si stanno affidando l'una all'altra. Poi la navetta arrivò. Luca scese le scale con lo zaino in spalla e una promessa nello sguardo: «Torno. In tempo.»

La base era a Baikonur, in Kazakistan. Un viaggio lungo, tra voli, scali e controlli militari. Per tutto il tragitto, Luca si ripeteva mentalmente i dati della missione: durata prevista 94 giorni, due EVA (attività extraveicolari), un aggiornamento del sistema di puntamento e una serie di esperimenti di biologia cellulare. Ma sotto quei numeri si nascondeva qualcosa di più semplice. Più feroce. Sarebbe stato nello spazio quando sua figlia sarebbe nata.

Al centro spaziale, la routine era rassicurante. Addestramento, simulazioni, briefing con ingegneri russi e americani. Ogni movimento era studiato, ogni risposta programmata. Tranne quella domanda che gli martellava in testa ogni notte: «E se succede qualcosa mentre sono lassù?»

Nel frattempo, Marta cercava di vivere la normalità. Lavorava da casa, faceva yoga prenatale, preparava la cameretta. Le visite mediche andavano bene. La bambina cresceva. Il ginecologo diceva che era forte, testarda, che si muoveva poco ma con determinazione. Un po' come il padre, pensava lei.

Ogni sera, se riuscivano, si parlavano. La connessione era buona, anche se con un leggero ritardo. Luca fluttuava nei suoi sfondi metallici, con la Terra che si intravedeva dai finestrini. Marta gli mostrava i progressi della pancia, le nuove tutine comprate, i disegni a matita appesi alla parete.

«Hai deciso il nome?»
«Aspetto te. Lo scegliamo insieme.»

Era una piccola bugia. Lei un nome ce l'aveva già in mente, ma voleva che fosse una scelta condivisa. Voleva che Luca si sentisse parte, anche se era lontano milioni di chilometri.

Ogni tanto aveva paura, ma non lo diceva. Paura che qualcosa andasse storto, che Luca non riuscisse a tornare, che lei si ritrovasse sola a guardare negli occhi una bambina appena nata senza potergli dire chi era suo padre. Non voleva caricarlo di altro. Lui aveva già abbastanza da affrontare. Ma nel silenzio della notte, quando la casa era buia e il pancione sembrava pulsare come una cosa viva, Marta poggiava la mano e sussurrava: «Aspetta papà. Sta arrivando.»

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