Keep calm ... and say it with a flower (or twenty-three)

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Salve a tutti!

Sì, non sono rimasta incastrata in qualche caverna strana a diventare brutta e senza capelli (>.>), sono viva e in salute ma il tempo è quello che è e devo scegliere le mie battaglie ... che poi le mie battaglie mi facciano disperare è un altro conto.

Soooo, questa storia è una fanfiction di una fanfiction. Mi spiego:

la mitica LW_Deh, la manager-san del mio cuore, ha scritto una serie: Future Fic with Babies (trovate il link nel commento) ed è talmente bella, talmente AAAAAAAAAAHHHHHH <-- sì, è proprio così, che ho chiesto se potevo scrivere una storia su un suo personaggio. Lei ha caritatevolmente detto di sì e io, da brava scheggia impazzita, ne ho approfittato per creare QUESTO. Lei ha letto la storia passo per passo ed ha approvato tutto.

Questo personaggio è Isak, figlio adottivo di Yaku e Lev e, dalle parche parole di LW_Deh: "Isak è un ragazzo albino e russo che fa il modello ed è stato adottato quando era adolescente da Yaku e Lev, se avete interesse a conoscere i dettagli di quando è stato adottato la storia è "Prendersi cura si sè" "(Link nei commenti)

Che dire? Buona lettura! Spero possa piacervi! 



Keep calm ... and say it with a flower (or twenty-three)


Ekaterina era destinata a doversi far piacere il suo nome.

Non per volontà altrui, in realtà. I suoi genitori erano stati così orgogliosi di aver generato una bambina esclusivamente per avere l'opportunità di appiopparle il nome della città in cui si erano e di cui erano innamorati – e da cui non si sarebbero voluti schiodare per tutte le loro allegre vite di impiegati nevrotici e bibliotecari annoiati.

Il loro amore era nato lì e lì sarebbe morto, a metà strada tra la Iset Tower e il Centro Eltsin, luoghi di spicco in quel di Ekaterinburg. Una capatina alla Cattedrale del Sangue Ekaterina l'avrebbe fatta, anche solo per macabro divertimento.

Loro non avevano giocato pulito quando, all'anagrafe, avevano scandito fieri tutte quelle lettere ridondanti e altisonanti, sordi ai piagnucolii – più strilli da aquila posseduta – sparati dritti nelle orecchie dai suoi polmoncini stranamente allenati, impegnati a sintetizzare un lampante tentativo di rifiuto al destino che stavano scegliendo per lei.

Lei non parlava, non sentiva, non vedeva, non capiva a cosa stesse per andare incontro, ma il sesto senso, quello che l'aveva sempre caratterizzata, male, sin dalla più tenera età, sapeva.

Oh, se lo sapeva.

Il rigurgito biancastro sputato sul maglione preferito di sua madre quando la guardò negli occhi – vacui e scarsamente centrati, un blu scuro che prendeva tutto e liquido che riempiva ogni cosa - e sussurrò quel nome con la tenerezza e la felicità delle donne appena diventate mamme, fu quanto di più esplicito potesse accadere.

I suoi genitori non capirono. Risero.

Si sbellicarono di quella bambina che sputava schifo e urlava come un'indemoniata, andando avanti imperterriti per la loro strada e affibbiandole un nome che avrebbe ricordato chiunque, marchiandola allo stesso tempo di anonimato e notorietà.

Perché sarebbe stato troppo noioso per darle la considerazione che avrebbe meritato, ma al tempo stesso decisamente conosciuto per poterle impedire di sfuggire da situazioni particolari.

Come per le interrogazioni di matematica: la sua amica Arundhati – bella, simpatica, indiana – filava via da sotto il naso dei professori con la sicurezza che nessuno di loro riuscisse a pronunciare il suo nome al primo tentativo; Ekaterina – paffuta, sarcastica, russa – veniva placcata con poca delicatezza e raggirata per rispondere a domande per cui non sapeva nemmeno si dovesse studiare qualcosa.

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