A Swaffham c'è un pub, il One Last Sip.
Al suo interno, Huston offre compagnia e alcolici a tutti quelli che ne hanno bisogno, ma per Mabel, che è l'ultima cosa che lo lega al vecchio Bradford, l'uomo che lo ha accolto come un nipote quando per erro...
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Non ho mai avuto dei nonni. A malapena ho avuto una figura paterna a cui aggrapparmi negli ultimi vent'anni. Non sapevo nemmeno di averne necessità visto che mia madre ha sempre fatto il lavoro per entrambi. Eppure...
Alzo lo sguardo sui presenti. Ci sono tutti gli avventori più fedeli del pub, le loro mogli e qualche figlio al seguito; gli affittuari dei vari appartamenti sparsi per il quartiere, che non avrebbero nessun motivo per trovarsi qui, e anche i clienti saltuari. Ci sono i vicini di attività: il fruttivendolo all'angolo, la sarta pettegola la cui bottega è proprio la vetrina accanto alla nostra, Rajivh del negozio di telefonia e Evie del minimarket in fondo alla via. C'è persino mio fratello, corso da me come se non fossi in grado di affrontare un altro lutto da solo. Se mi guardo attorno sembra quasi esserci metà della popolazione di Swaffham riunita qui, invece siamo solo le persone che Bradford ha incrociato durante la vita. Tutti a parte quelli già morti. O meglio, anche loro ci sono, solo che a testimoniarne la presenza vi sono le lapidi con sopra le loro fotografie. Vecchi amici, compagni d'armi e la sua amata Harriet, di cui mi parlava nelle serate di pioggia, quando il pub era vuoto, le luci quasi completamente spente e la malinconia a cingergli i polsi. Ancora gli si bagnavano gli occhi quando il nome di lei gli sfiorava le labbra e, seppur controvoglia, non potevo evitare di sentire una stretta dolce-amara allo stomaco, come se il suo dolore fosse in parte mio, come se l'avessi conosciuta e le avessi voluto bene.
Bradford è stato quella figura di cui non sapevo di aver bisogno. Mi ha insegnato tanto, mi ha dato qualcosa.
Infilo le mani in tasca per nascondere i pugni, distolgo lo sguardo dal legno lucido della bara e dai fiori che vi sono stati posati sopra. Camelie bianche e garofani gialli, qualche rosa di un azzurro pallido. Non è per nulla la corona che ci si aspetterebbe a un funerale, ma non ho avuto voce in capitolo. Ho cercato di fare del mio meglio nelle ore successive alla sua dipartita, ma in fin dei conti non era mio compito occuparmi di tutto ciò. Lo avrei fatto senza esitazioni, certo. Avrei fatto di tutto per lui, ma non potevo, perché avrei strappato a Mabel il suo ultimo atto d'amore per il nonno. Il mio sguardo scivola svelto sulla ghiaia intorno alla fossa aperta, sui primi accenni d'erba verde avvicinandosi a me, alle scarpe basse ed eleganti di lei. Risalgo le caviglie pallide e sottili fino all'orlo della gonna che le volteggia attorno nella brezza afosa di questo luglio ormai al termine. Fa caldo, ma non a sufficienza da impedirci di vestire di scuro. Le braccia di Mabel spuntano da una maglia con le maniche a tre quarti. Le tiene strette al petto, come a sorreggersi. Indossa una quantità di anelli da gitana che mi fanno storcere il naso per quanto le rendano affusolate le dita, rami irti e fragili. Accanto, suo padre ha quasi la medesima posa.
È la voce del sacerdote che chiede se qualcuno dei presenti voglia dare "un ultimo saluto al nostro fratello defunto" che mi distrae e, nel silenzio che ci circonda, posso sentire il mio cuore battere come una grancassa.
Vorrei riuscire a versare una singola lacrima, sarebbe opportuno dopo tutto quello che ha fatto per me, dopo il bene che mi ha offerto senza pretendere nulla in cambio. Eppure.
Mabel fa un passo indietro, come a lasciar spazio al padre e, inaspettatamente, la ritrovo a un soffio dalla mia spalla. Vedo con la coda dell'occhio il suo profilo tagliente, un po' troppo duro con quel naso ricurvo e gli zigomi alti. I capelli le si sono appiccicati alle guance. Prima d'oggi l'avevo vista solo una manciata di volte: ai compleanni di Bradford, quando si prendeva un'intera settimana per stare con lui, fare piccole gite fino al mare, e a Natale. Ogni tanto era lui ad andarla a trovare a Norwich. Partiva con il bus delle 07:11, segretamente emozionato come un bambino. Lo accompagnavo io stesso alla stazione, poi tre giorni dopo mi ritrovavo a sera, prima dell'inizio del mio turno al pub, a doverlo recuperare. Il modo in cui il suo sguardo si riempiva di gioia, di nuova vita quando la sua piccola e meravigliosa Mabel gli dedicava tempo era qualcosa che non mi era mai capitato di vedere prima. Come ho detto, non ho mai avuto il privilegio di avere dei nonni, mentre lei era l'unica nipote che Bradford possedesse. Era una parte di lui e della sua Harriet e per questo l'amava con tutto se stesso, forse più di quanto aveva fatto con il figlio. Toglierle il compito di occuparsi dei dettagli del funerale sarebbe stato un torto non solo a lei, ma anche al vecchio Bradford, al suo ricordo ancora troppo vivido; così ho aspettato che arrivasse. Me la sono trovata davanti in pigiama, gli occhi di un colore simile al miele gonfi, i capelli scompigliati. Ci siamo guardati come se avessimo una sorta di conto in sospeso, non so perché; forse io ero geloso del suo dolore, del fatto che riuscisse a esprimerlo, e lei che suo nonno l'avesse tenuta all'oscuro del peggioramento di salute, coinvolgendo una persona che a suo avviso era poco più di un estraneo. Nonostante ciò, mi ha permesso di starle accanto mentre sbrigava ogni cosa; difficile dire se per compassione o necessità. A modo suo, Mabel mi ha reso partecipe, mi ha chiesto consiglio su un paio di questioni, ma anche in questo caso non so spiegarmene il motivo.
Bradford mi aveva avvertito: "mia nipote non è una tipa semplice, sai? Però una volta che hai il suo cuore hai il mondo". Lo ha dimostrato in questi giorni. Si è prodigata a sistemare ogni cosa per ottenere una cerimonia degna dell'uomo che stiamo salutando.
Torno a fissarle le dita. Non si muove. Sembra una statua. Eppure... Quando i miei occhi arrivano al suo collo sento una stretta allo stomaco, esito un secondo, poi incontro la linea della mandibola e la lacrima che è lì-lì per cadere. È scesa in silenzio, senza che nessuno si accorgesse di lei. Non l'avevo ancora vista piangere. Sapevo che lo aveva fatto la notte in cui è tornata a Swaffham, probabilmente oggi prima che chiudessero la bara, ma non avevo scorto il pianto vero e proprio, la concretezza di questa nuova assenza. L'istinto di abbracciarla avanza dentro di me, mi fa prudere i pugni che tengo nascosti e mi ripeto che, anche se ne ha bisogno, non la conosco abbastanza e la invidio troppo per poter agire. Vorrei poter avere il permesso di provare ciò che prova lei, di condividere il vuoto che Bradford ha lasciato per osare un contatto, per non farla sentire sola visto che non lo è, ma taccio e resto fermo al mio posto, distante come sempre. D'un tratto, Mabel piega appena la testa nella mia direzione, come se avesse udito il mormorio dei miei desideri. Il cuore mi si stringe quando mi accorgo della vividezza del suo sguardo su di me. È penetrante, tanto che lo sento spingere contro la pelle. Tiene le labbra strette e non distoglie l'attenzione dal mio viso, poi un angolo della bocca le si tende e finalmente torno a sentire la sua voce: «Pur di farmi diventare il tuo capo ha deciso di crepare!» La gola mi si secca, le sopracciglia si alzano e, nel suo tono, improvvisamente sento quello di lui. «Ostinato fino a questo punto, incredibile!» Senza smettere di sorride avanza di nuovo, poi fa un altro passo e ancora uno. Nel suo sarcasmo posso scorgere una dolcezza infinita, una guerra nel pieno del suo svolgimento tra sofferenza, rassegnazione e quella carica che distingueva anche il nonno - e non posso che ritrovarmi a mordere il labbro inferiore per trattenere una risata mentre lei si china e con quelle labbra divertite deposita un bacio sulla cassa di legno.
Dio!, sospiro tra i pensieri passandomi la lingua sui canini, quello stronzo di Bradford mi ha dato davvero una bella gatta da pelare!
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