Ombre del passato "Ricordi di cenere"

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Quando ripenso ai giorni passati a Valdifoglia, sento ancora l'odore dell'erba fresca e del fiumiciattolo che scorreva lento attorno al villaggio. Ero solo un bambino, con i piedi sporchi di fango e le mani sempre pronte a combinare guai. Ricordo che una volta avevo rubato una mela dall'albero di Marlen, il vecchio contadino che viveva ai margini del villaggio. Pensavo che non se ne sarebbe accorto, ma appena ho dato il primo morso, l'ho sentito urlare dietro di me: 'Ehi tu, moccioso!' Ho corso più veloce del vento, ridendo come un matto, e quella sera, mentre mia madre cucinava, mi ha trovato con la faccia piena di succo di mela. Mi ha guardato con quel sorriso dolce e ha detto: 'Cosa hai combinato stavolta, piccolo disastro?' Erano tempi semplici, e io ero felice. Il mondo era grande, ma io non avevo bisogno di conoscerlo. Mi bastava quel piccolo angolo di paradiso chiamato Valdifoglia. Ogni giorno era un'avventura, ogni notte era un rifugio sicuro. Non sapevo ancora che le cose belle sono spesso le più fragili. Poi è arrivato il cambiamento. Non l'ho notato subito, perché ero ancora troppo piccolo per capire.
Ma col passare del tempo, ho visto mia madre cambiare. Era sempre così forte, sempre pronta a prendermi in braccio e a sgridarmi per le mie marachelle. Ma poi ha iniziato a tossire di più, a stancarsi più facilmente. Ogni volta che la vedevo piegarsi a metà, il mio cuore faceva un salto, ma lei sorrideva e diceva che andava tutto bene. 'Non ti preoccupare, Damon,' mi diceva. 'È solo un po' di stanchezza.' Ma io non ero stupido. Forse ero solo un bambino, ma sapevo che qualcosa non andava. Le notti diventavano più lunghe, e a volte mi svegliavo nel cuore della notte sentendola tossire nel buio, mentre cercava di non farmi sentire. È stato allora che ho incontrato Ragar per la prima volta. Non so dire come sia successo esattamente. Un giorno ero al fiume, lanciavo sassi cercando di farli rimbalzare sull'acqua, quando ho visto un uomo alto sulla riva opposta. Non sembrava un contadino del villaggio, e non sembrava nemmeno un mercante di passaggio. Aveva uno sguardo che non avevo mai visto prima: dolce e al tempo stesso penetrante, come se vedesse attraverso di me. Non mi ha detto subito chi fosse, ma qualcosa in lui mi faceva sentire al sicuro, come se avesse un segreto che non voleva ancora svelare. 'Sei bravo a far rimbalzare i sassi,' mi ha detto, con una voce calma e profonda. 'Ma dovresti cercare pietre più piatte.' Non sapevo se fidarmi, ma mi ha fatto ridere. Era strano come riuscisse a farmi sentire a mio agio con così poche parole. Da quel giorno ha iniziato a fermarsi spesso al villaggio, e poco alla volta è entrato nella mia vita, come una presenza costante, un padre che non sapevo di avere. Ragar non ha mai spiegato perché fosse lì, e io non ho mai chiesto. Mi bastava la sua compagnia, e la serenità che portava ogni volta che arrivava. Mia madre lo salutava sempre con un sorriso, anche quando ormai era troppo debole per alzarsi dal letto. E lui, con la sua calma e il suo sguardo gentile, le portava sempre un fiore di campo, dicendo: 'Per una donna forte come te.' Valdifoglia era in fermento. I bambini giocavano, gli adulti si affaccendavano nei campi, e io passeggiavo vicino al fiume, lanciando sassi e facendo rimbalzare l'acqua. Il sole scaldava la pelle e l'aria profumava di erba appena tagliata. Non sapevo che quel giorno sarebbe cambiato tutto. Mentre camminavo, notai qualcosa di strano: una piccola folla si era radunata vicino casa nostra. Mi avvicinai, curioso, e vidi il dottore che parlava con Ragar all'ingresso. Il volto del dottore era serio, troppo serio per una normale visita di controllo. Mi avvicinai ancora di più, cercando di capire cosa stesse succedendo. Ragar si voltò e mi vide. "Damon!" chiamò, forzando un sorriso. "Tutto a posto, ragazzo. È solo una visita per vedere come sta tua madre. Torna a giocare, ok?" Il dottore annuì, mettendomi una mano sulla spalla. "Sì, esatto," disse con un tono rassicurante. "Non c'è nulla di cui preoccuparsi. Vai, continua a divertirti." Mi fidai di loro, come sempre, e tornai al fiume. Cercai di distrarmi, ma sentivo un peso nello stomaco che non riuscivo a spiegare. Mi sedetti sull'uscio del fiumiciattolo, guardando le onde incresparsi sotto i sassi che lanciavo. C'era qualcosa nell'aria, qualcosa che mi metteva a disagio, ma non sapevo cosa fosse. Nel frattempo, dentro casa, il dottore parlava piano. "Non c'è più nulla da fare," disse. "La malattia ai polmoni è troppo avanzata. Le restano solo pochi giorni, forse meno." Ragar abbassò lo sguardo, stringendo la collana che mia madre gli aveva appena consegnato. "Dalle questa," gli disse lei, con un filo di voce. "Quando sarà il momento, se non potrò farlo io, dagliela tu. È un ricordo del suo vero padre, un simbolo di chi è veramente." Ragar annuì, con gli occhi lucidi. "Te lo prometto," rispose, trattenendo a stento le lacrime. Due giorni dopo, ero di nuovo al fiume, cercando di costruire un piccolo mulino di legno, come facevo sempre. Il sole stava calando, e l'aria si era fatta fredda. Sentii un brivido percorrermi la schiena, e un'ansia inspiegabile mi prese allo stomaco. Fu allora che sentii il mio nome, gridato con una voce che non avevo mai sentito così spezzata. Mi voltai e vidi Ragar correre verso di me. Il suo viso era segnato da un dolore che non riusciva a nascondere. "Damon," disse, quasi senza fiato. "Vieni a casa... tua madre... sta per morire." Il mondo sembrò fermarsi. Il rumore del fiume, il vento tra le foglie, tutto svanì. Corsi come se avessi il diavolo alle calcagna, il cuore che mi martellava in gola. Quando entrai in casa, trovai mia madre distesa sul letto. La luce fioca della stanza illuminava il suo volto, ora pallido e scarno. Le sue labbra, un tempo rosse, erano livide e screpolate, e i suoi occhi erano spenti, come se già stessero guardando altrove. Mi avvicinai piano, tremando. Lei mi guardò, con un sorriso debole che sembrava voler dire tutto quello che non poteva pronunciare. "Abbi cura di te, piccolo mio," sussurrò. La sua mano, fredda come il ghiaccio, mi accarezzò il viso per l'ultima volta. Ragar le sorreggeva con delicatezza, il volto rigato dalle lacrime. Lei si girò verso di lui, e con un filo di voce disse: "Trattalo come se fosse tuo figlio. Ti do il mio permesso." Le sue labbra si mossero, cercando di dire "ti voglio bene", ma le parole non uscirono mai. Una lacrima scese lungo la sua guancia, e poi il suo respiro si fermò. Rimasi lì, immobile, incapace di capire che quel momento era reale. Il mio cuore urlava, ma nessun suono uscì dalla mia bocca. Sentii solo il vuoto, come se il mondo intero fosse crollato. Corsi fuori, spalancando la porta e lasciando che la pioggia mi inondasse. Il temporale era violento, come se il cielo stesso piangesse con me. Urlai contro il nulla, colpendo il terreno con i pugni finché le mie mani non furono rosse di sangue e fango. Ragar mi trovò al fiume. Non disse nulla all'inizio, si sedette accanto a me sotto la pioggia battente. Dopo un lungo silenzio, fece una battuta sciocca, come avrebbe fatto mia madre, e per un attimo mi sembrò di sentire di nuovo il suo sorriso. Poi mi abbracciò, stringendomi forte come mai aveva fatto prima. "Figlio mio," disse con la voce spezzata. "Vieni qui." E in quell'abbraccio, sotto il cielo in tempesta, capì che non ero solo. Anche se avevo perso tutto, avevo ancora qualcuno a mio fianco. In quell'abbraccio, sotto la pioggia battente, trovai una nuova forza. Ragar mi tenne stretto, e per la prima volta mi sentii come se avessi davvero un padre. I giorni passarono, e lentamente la vita a Valdifoglia riprese il suo corso. Il villaggio, seppur segnato dal lutto, continuava a crescere e prosperare. Ragar era diventato una figura ancora più importante: aiutava tutti, portava bestiame, scambiava merci, e faceva in modo che nessuno rimanesse senza cibo. Io lo seguivo, imparando da lui tutto quello che potevo. Ciò che non sapevo era che, in mezzo a tutto quel caos, Ragar aveva dimenticato di darmi la collana di mia madre. Se la tenne con sé, forse perché il peso dei ricordi era troppo grande, o forse perché il momento giusto non era ancora arrivato. Le stagioni cambiarono, e con esse anche il nostro piccolo villaggio. Valdifoglia si stava lentamente allargando: nuove case venivano costruite, e più persone arrivavano in cerca di un luogo sicuro dove vivere. Ci stavamo divertendo io e Ragar, una giornata immersa nel divertimento, io, lui, e tutti gli abitanti del villaggio, eravamo stremati. La notte arrivò, avvolgendo Valdifoglia in un manto di silenzio. Era una notte come tante altre, e io mi preparavo per andare a letto. Ragar mi aveva raccontato una storia, come faceva spesso per farmi addormentare, e con un sorriso stanco mi diede la buonanotte. "Domani sarà un altro giorno," mi disse, rimboccandomi le coperte. Io chiusi gli occhi, lasciandomi cullare dal suono del fiumiciattolo che scorreva poco lontano. Ragar rimase seduto accanto al fuoco. Non si sdraiò, e non chiuse nemmeno gli occhi. C'era qualcosa nell'aria che non lo convinceva: un silenzio diverso, pesante. Si alzò e uscì fuori, lasciando la porta socchiusa. Si fermò sull'uscio, scrutando l'orizzonte. In lontananza, vide una luce che si avvicinava lentamente, accompagnata da un suono sordo, come il rullare di tamburi lontani. Il suo cuore sobbalzò. Fece qualche passo avanti, cercando di capire cosa stesse accadendo. Vedeva ombre che si muovevano nell'oscurità, figure indistinte che si allineavano ai margini del villaggio. Un lampo illuminò il cielo, e in quell'istante vide gli arcieri: erano pronti a lanciare una pioggia di frecce. La folla inferocita si stava preparando all'assalto. Ragar capì immediatamente: erano sotto attacco. Senza perdere tempo, corse indietro verso la capanna. Entrò in fretta e si avvicinò al mio letto. Mi accarezzò il volto, con una delicatezza che non gli avevo mai visto prima. "Damon," sussurrò, chinandosi su di me. "Torno subito, ricordati che ti voglio bene." La sua voce era spezzata, ma io ero troppo intontito dal sonno per capire veramente. Annuii, e lui mi sorrise, baciandomi la fronte prima di uscire di nuovo. Mi riaddormentai subito, senza rendermi conto di nulla. Fu solo dopo un bel po' che mi svegliai di colpo, scosso da un rumore assordante. Qualcosa aveva colpito la casa, e il suono del legno che si spezzava riempì l'aria. Mi alzai, con il cuore in gola, e corsi alla finestra. Ciò che vidi mi fece gelare il sangue. Frecce fiammeggianti cadevano dal cielo come pioggia, e il villaggio era avvolto dalle fiamme. Uomini a cavallo correvano tra le case, brandendo spade, e gridavano frasi che non riuscivo a capire, come se parlassero una lingua straniera, antica, che mi sembrava più un ruggito che parole. Senza pensare, spalancai la porta e corsi fuori. Mi fermai sull'uscio e vidi le figure minacciose avvicinarsi. Sembravano avvolte dal fuoco, come demoni usciti dall'inferno. Il loro leader gridava ordini, ma erano suoni indecifrabili, gutturali, che mi facevano vibrare le ossa. Mi voltai, pronto a scappare, ma non trovavo Ragar. Il panico mi travolse. "Ragar!" urlai, cercandolo tra le fiamme e il fumo. Le lacrime mi bruciavano gli occhi, mentre correvo tra le ombre in movimento, cercando di sfuggire al caos. Poi lo vidi. Era piegato in due, con una mano sul fianco sanguinante, ma il suo volto si illuminò quando mi vide. Corse verso di me, barcollando, e mi afferrò per il braccio. "Damon," disse, con la voce spezzata. "Devi andartene, subito!", "Non posso lasciarti qui!" gridai, sentendo le lacrime scendere sul mio viso. "Vieni con me!" Ragar scosse la testa, con uno sguardo disperato. "Non c'è tempo, corri!" disse, tirando fuori qualcosa dalla tasca. "Aspetta... Aspetta, figliolo..." Le sue mani tremavano mentre tirava fuori la collana di ferro, quella con il piccolo fiore battuto. "Questo è per te," disse, infilandomela tra le mani. "È un ricordo di tua madre. Lei voleva che tu l'avessi." La presi, confuso e tremante. "Cosa significa?" chiesi, guardando la collana e poi lui. Non capivo nulla, il rumore delle fiamme e delle urla mi riempiva la testa. Ragar mi accarezzò il volto un'ultima volta. "Non posso spiegarti ora," disse con voce strozzata. "Corri, Damon. Corri e non voltarti indietro!" Senza pensarci, mi girai e iniziai a correre, con la collana stretta nel pugno. Sentivo il cuore battere così forte che sembrava volermi esplodere nel petto. Corsi finché le gambe non mi cedettero e crollai a terra, lontano dal villaggio. Mi nascosi tra i cespugli, senza fiato, con il corpo tremante. Passai la notte lì, rannicchiato su me stesso, incapace di capire cosa fosse appena successo. Rimasi lì tutto il giorno seguente, paralizzato dalla paura. Quando finalmente mi decisi a tornare, il sole stava calando. Corsi verso il villaggio, il cuore colmo di speranza, pensando di rivedere Ragar, di sentire il suo abbraccio ancora una volta. Ma quello che vidi mi paralizzò. Valdifoglia non era più che un cumulo di cenere e macerie fumanti. Le case erano scomparse, ridotte in polvere, e il fiumiciattolo che scorreva tranquillo era ora nero di fuliggine. Mi fermai, con il fiato sospeso, incapace di muovere un solo passo. Il villaggio che avevo chiamato casa era distrutto. La mia vita, quella che conoscevo, non esisteva più. Mi avvicinai lentamente al villaggio, con la collana stretta nel pugno, come se potesse darmi la forza di affrontare ciò che stavo per vedere. Ogni passo era un tormento, le gambe sembravano di pietra. L'odore acre di fumo e cenere riempiva l'aria, e il suono sordo delle braci ancora ardenti mi seguiva, come un eco lontano. Valdifoglia era irriconoscibile. Non c'era più nulla. Le case erano ridotte a cumuli di legna bruciata, i campi verdi erano diventati distese di terra nera e fumante. Gli alberi che una volta avevano salutato l'ingresso al villaggio erano ora scheletri carbonizzati, piegati dal fuoco come se avessero ceduto alla disperazione. Mi fermai per un istante, incapace di respirare. I miei occhi si riempirono di lacrime quando vidi un pezzo di stoffa insanguinata, annerita dal fuoco, incastrata tra le macerie. La riconobbi subito: era il mantello di Ragar. Lo raccolsi, sentendo ancora l'odore del fumo e il calore residuo delle fiamme. Le mie mani tremavano mentre lo stringevo al petto, e una freccia spezzata, macchiata di sangue, giaceva accanto al mantello. "Ragar..." sussurrai, il suo nome mi uscì dalle labbra come un respiro spezzato. Mi guardai intorno, cercando di trovare un volto familiare, un segno di vita. Iniziai a correre tra le macerie, urlando i nomi delle persone che conoscevo, le voci che riempivano le mie giornate. "Marlen! Elia! Sara!" gridai, ma non ci fu risposta. Solo il crepitio delle braci e il suono distante del fiume, che ora scorreva lento, colorato di fuliggine e detriti. Mi fermai al centro del villaggio, il cuore che batteva all'impazzata. Non c'era nessuno. Il silenzio era assordante, un vuoto che mi avvolgeva come un'ombra. Mi girai e vidi una casa, l'unica rimasta in piedi, anche se inclinata di lato, come se avesse lottato contro il fuoco ma fosse riuscita a sopravvivere. Mi avvicinai lentamente, spingendo la porta con forza. Le cerniere cigolarono, e tirai un pugno contro il legno, lasciando che il dolore mi attraversasse. Proprio in quel momento, una voce sottile e calma parlò alle mie spalle. "Chi sei tu?" Mi voltai di scatto, con il cuore in gola, afferrando istintivamente la collana. Davanti a me c'era una ragazza giovane, con lunghi capelli scuri che le incorniciavano il viso. I suoi occhi erano grandi, colmi di una tristezza che sembrava profonda come il mare. Mi fissava con un misto di sorpresa e preoccupazione. "Cosa... cosa vuoi?" balbettai, cercando di capire se fosse reale o solo un'illusione causata dal mio dolore. Lei alzò le mani, facendo un passo indietro. "Mi chiamo Litha, ma gli amici mi chiamano Lily," disse con voce gentile. "Non sono qui per farti del male." La guardai sospettoso, il respiro ancora affannato. "Sei l'unica sopravvissuta? Cosa è successo qui?" chiesi, con la voce spezzata. "E Ragar? Le persone del villaggio? Sono vivi?" Litha abbassò lo sguardo, mordendosi il labbro inferiore. "Mi dispiace," disse piano, con un tono carico di dolore. "Abbiamo portato via tutti i corpi... c'erano anche
persone anziane. Uno di loro aveva un mantello come questo," aggiunse, indicando il tessuto insanguinato che stringevo tra le mani. Sentii un'ondata di disperazione travolgermi. Le gambe mi cedettero, e caddi in ginocchio, con la collana stretta nel pugno. Il mio urlo squarciò l'aria, un suono primordiale che sembrava venire dalle profondità della mia anima. Gridai fino a sentire il sapore del sangue in gola, le lacrime scendevano senza controllo, bagnandomi il viso e mescolandosi con la cenere. Litha si inginocchiò accanto a me, senza dire nulla. Posò una mano sulla mia spalla, e poi, lentamente, mi avvolse in un abbraccio. Mi strinse forte, senza dire una parola, lasciando che il suo calore cercasse di alleviare il mio dolore. Sentii il suo respiro calmo e regolare, un piccolo sollievo nel caos che mi circondava. Alzai lo sguardo verso il cielo, le nuvole scure che si stavano aprendo lentamente, lasciando intravedere una luce pallida. Sembrava quasi che il cielo piangesse con me. Rimasi lì, inginocchiato tra le macerie, con Litha che mi teneva stretto. Il vento soffiava leggero, portando via le ultime ceneri di ciò che era stato il mio mondo. E tutto rimase sospeso, come se il tempo si fosse fermato, aspettando che il prossimo capitolo della mia vita avesse inizio...

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