Routine

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Il rumore della sveglia rompeva il silenzio notturno, come ogni giorno, puntuale alle sei del mattino. A quell'ora, i rumori sono pochi. Fanno compagnia i netturbini già al lavoro da un po'. Il mondo inizia a mettersi in moto ed io non sono esclusa.

Mi alzo dopo aver rinviato la sveglia tre volte. Come ogni mattina, mi dirigo in cucina accendendo piano tutte le luci. Il piano è sempre lo stesso: metto la macchinetta del caffè a riscaldare e vado a lavarmi la faccia in bagno, cercando di connettermi con la realtà. L'acqua gelida interrompe ogni sbadiglio, mentre la caldaia è troppo lenta per farla diventare tiepida.

Torno in cucina, metto la cialda e guardo il caffè uscire, riscaldandomi le mani sulla superficie della caffettiera. Due zollette di zucchero: l'unica cosa che rallegra queste mattinate malinconiche. Non riesco neanche a godermi questo momento, che sono già in ritardo. Indosso la divisa del lavoro, prendo le chiavi della macchina e mi dirigo verso la porta di casa.

Prima di chiuderla, chiamo l'ascensore per cercare di guadagnare qualche minuto. "Click-clack!" Chiudo e salgo di corsa in ascensore prima che qualcuno me lo rubi. Chiamo il piano terra e mi guardo nello specchio con la sensazione di aver scordato qualcosa. Cazzo, il telefono! Premo il pulsante per tornare all'ottavo piano.

Eseguo tutte le azioni di prima al contrario: esco dall'ascensore, apro la porta e inizio a cercare il telefono. Dopo otto minuti riesco a trovarlo, nascosto sotto i cuscini del letto ancora tiepido. L'ascensore è occupato, quindi me la faccio a piedi: è troppo tardi.

Salgo di corsa in macchina e parto, consapevole che il traffico sarà nettamente maggiore a causa del mio ritardo. Arrivo dopo quaranta minuti di strada, tra semafori e incidenti. Entro nel supermercato dove lavoro con trenta minuti di ritardo. Le casse sono già super congestionate, ma vedo la mia occupata da una nuova arrivata.

"Fantastico," penso, mentre il capo mi chiama per parlare un attimo. "Sei in ritardo per la settima volta questo mese. Hai stancato, Ginevra," dice con quel tono burbero e autoritario che odio.

"Ha ragione, mi scusi. Ho avuto un imprevisto e questa mattina il traffico era peggio del solito," rispondo, sperando di calmarlo.

"Il traffico... non è una novità. Svegliati prima la prossima volta o ti giuro che ti mando a casa. Oggi hai da fare le pulizie nei reparti. Magari domani arriverai in orario."

Sento già la testa pulsare, ma non posso fare altrimenti. Inizio a girare nei reparti per pulire quello che c'è di sporco. Aiuto qualche signora qua e là, sistemo alcuni prodotti e si fanno le 10:30. Mancano sei fantastiche ore alla fine del turno di questo lunedì, che si può benissimo classificare come il peggiore del mese.

"Tin-tin!" vibra il telefono: è Niccolò, il mio compagno. "Amore, com'è andata la mattinata?" recita il suo messaggio.

"Uno schifo, ho fatto tardi e mi hanno cazziata. Non vedo l'ora di tornare," scrivo, accennando un sorriso.

"Ti ho detto mille volte che devi uscire prima di casa. Roma è così. Comunque, mercoledì sera dovrei essere a casa."

Faccio un lungo sospiro, chiudendo gli occhi per qualche secondo, appoggiata a uno scaffale. "Ci si mette pure lui oggi a rompermi le palle."

"Non ti pago per stare al telefono," una voce fin troppo familiare dice.

"Si, capo, era solo un attimo."

Sento gli occhi gonfiarsi di qualche lacrima per il nervoso, ma stringo i denti e torno a lavoro. Meglio mettersi sotto per distrarsi da tutto.

Per le sei ore successive tiro a lucido il supermercato e sistemo tutti i prodotti mancanti. Le sedici arrivano abbastanza in fretta; saluto i miei colleghi e salgo in macchina, dirigendomi verso casa.

Dopo un'altra ora di traffico, sono finalmente a casa. Mi appoggio sul letto per riposarmi qualche ora. "Beep-beep!" Apro gli occhi di soprassalto, riconoscendo il suono della sveglia. Guardo il telefono, inondato da messaggi delle mie amiche, ma neanche uno da Niccolò: le sei di mattina. Sono proprio crollata ieri sera.

Oltre il confineWhere stories live. Discover now