1. La prima volta

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*MARIA*

È un tiepido pomeriggio d'inizio autunno a Roma e tra pochi giorni comincerà la messa in onda delle puntate di "Tú sí que vales" che abbiamo registrato quest'estate. Come tutte le mattine, anche oggi mi sono svegliata presto, ho fatto colazione e sono andata a lezione di tennis. Dopo essermi fatta una doccia veloce ed essermi sistemata sono andata in ufficio, dove mi aspettava la mia assistente per sbrigare una marea di questioni che con l'arrivo della nuova stagione televisiva iniziano a sovrapporsi. Non ho avuto neanche il tempo per pranzare, ultimamente non ce l'ho mai. Tra una call e l'altra, tra riunioni e pianificazioni, il primo momento libero che ho è intorno alle 17:30. Alzo gli occhi dal computer e mi appoggio allo schienale della sedia, mi volto verso la finestra e rimango per un po' assorta a guardare il panorama. Una luce dorata inonda la città e gli alberi cominciano a tingersi di ambra. Mi piace vedere la città arrossire in questa stagione; penso sia la mia preferita.

Immersa nei miei pensieri quasi non mi accorgo che stanno bussando. Mi  raddrizzo sulla sedia e schiarisco la voce: "Avanti!". La porta si apre poco poco e da un piccolo spiraglio vedo spuntare i suoi occhi brillanti, il suo sorriso contagioso. Sabrina si affaccia timidamente: "Posso? Ti disturbo?". Allora mi alzo e le vado incontro per farla entrare. "Ma che disturbi, Sabrì, vieni!". È sempre un po' timorosa quando viene a trovarmi in ufficio, come se non ci conoscessimo da venticinque anni; probabilmente è l'ambiente, così caotico e pieno di persone, a metterla in soggezione.

Le do un bacio sulla guancia e chiudo la porta alle nostre spalle. Allora sembra rilassarsi e si siede sul divanetto in pelle accanto alla mia scrivania, sorridendomi e invitandomi a fare lo stesso. "Vuoi un caffè? Qualcosa da bere?" le chiedo. Mi risponde che è apposto così, di non preoccuparmi, ma la conosco troppo bene per non accorgermi che c'è qualcosa che vorrebbe dirmi. Mi siedo accanto a lei e dico: "Che c'hai, Sabri, mi fai preoccupare se stai così silenziosa...". "Ma no, ma che stai a pensà! Sono passata per sapere se ti andava di passare da casa mia quando stacchi da qua. È un po' che non ci facciamo due chiacchiere da sole io e te...". La guardo negli occhi e capisco che c'è dell'altro, ma forse non è il luogo adatto per parlare. Annuisco e sbircio l'orario sull'orologio del telefono. Sono quasi le 18 e anche se avrei ancora qualche email da inviare posso finire più tardi a casa. "Va bene, prendo la giacca e possiamo andare." le dico. Allora Sabrina si alza dal divano e con fare vittorioso mi abbraccia stretta, senza darmi tempo di ricambiare il suo gesto. È tutta sorridente e si avvia verso la porta ad aspettarmi: "Dai Mary, che mò ci facciamo un aperitivo su in terrazza da me, con la vista su questa Roma autunnale che mi piace tanto!" dice con la voce squillante di bambina. Mi fermo e la guardo, e non posso fare a meno di sorridere anche io. Sta lì ferma, in piedi, a pochi passi da me. Indossa un paio di mocassini sabot, dei jeans morbidi sulle gambe e una maglietta nera sottile, semitrasparente, che lascia intravedere il reggiseno. Distolgo subito lo sguardo e fingo di cercare qualcosa in borsa; lei si sistema la giacchetta di pelle sulle spalle, probabilmente si è accorta dove la stavo guardando. Smorzo la tensione e il silenzio: "Andiamo, scema, sono pronta."

Ci avviamo al parcheggio e le dico di aspettarmi a casa sua, voglio passare un momento a dare da mangiare ai miei cani e a posare dei documenti che ho dietro. In realtà voglio cambiarmi e comprare una bottiglia di vino da portarle, ma questo lei non lo sa. "Ci vediamo tra poco allora. Non me fare aspettà troppo, va bene Marì?". Ci salutiamo e ognuna prende la propria auto.

Due come noiWhere stories live. Discover now