Mi risvegliai in un autobus a notte inoltrata, senza aver la minima idea di come ci fossi finita dentro né di dove stessi andando.
L'unica cosa che ricordavo era l'appuntamento con gli amici dell'università e, forse, qualche bicchiere di troppo.
Una fitta alla testa confermò che il mio corpo stava cercando di smaltire tutto l'alcool ingerito e che tutta quella situazione era partita con una sbronza. Cazzo.
Mi alzai barcollando e scesi alla prima fermata, guardandomi intorno per cercare di capire dove mi fossi cacciata e quanto ci avrei messo per ritornare a casa; corsi verso il primo cartello che scorsi e assotigliai gli occhi per riuscire a leggere cosa vi fosse scritto, impresa resa quasi impossibile con la scarsa luce generata dai lampioni sul bordo della strada. Le continue fitte alla testa, poi, non facevano altro che peggiorare la situazione.
Quando finalmente riuscii a decifrare cosa vi fosse scritto, la tentazione di prendermi a schiaffi da sola crebbe ulteriormente: Oxford, quasi cento chilometri da casa. Vittima dell'alcool ero riuscita a sbagliare autobus.
Con passo tremante e sbuffando mi addentrai nel cuore della città; non sapevo dove stessi andando né tantomeno cosa stessi cercando di preciso, ma forse l'aria fresca di Aprile mi avrebbe aiutata a ragionare.
Per prima cosa dovevo capire se c'erano degli autobus che da lì mi avrebbero riportata fino a Londra. No, prima dovevo aspettare che il mal di testa si attenuasse.
Sì, l'ordine giusto era quello: prima la testa e poi l'eventuale -ma benaccetto- autobus.
Assorta com'ero nei miei pensieri non prestavo più attenzione a quello che mi circondava e poco ci mancò per andare addosso ad un'altra persona. Mi scusai alzando lo sguardo e strabuzzai gli occhi alla vista del ragazzo che mi si parava davanti: capelli neri e lisci, lunghi fino alle spalle e leggermente disordinati, occhi neri come la pece e contornati dalle occhiaie, rese ancora più evidenti dalla carnagione pallida. Alto e snello, vestito interamente di bianco, pareva quasi un'apparizione sovrannaturale.
«Ciao, Lenore.» disse Fyodor, il mio vecchio amico dei tempi del liceo, con un esile sorriso sulle labbra.
Balbettai un saluto a mia volta, sorpresa da quell'incontro più che inaspettato. Erano anni che non ci vedevamo.
E perchè poi?
Avevamo litigato? Avevamo perso ogni contatto? Non riuscivo proprio a ricordare, forse per colpa dell'alcool. Ma dovevo smetterla di dare all'alcool la colpa di tutto.
A dire la verità, i miei ricordi con lui si interrompevano bruscamente ai tempi del nostro terzo anno di liceo; non c'era stato un ultimo saluto, un ultimo sguardo freddo e pieno di rancore o un'ultima lettera scritta con mano tremante. No. Fyodor era semplicemente scomparso nel nulla.
Mi sentii assalire dai sensi di colpa quando realizzai di non aver mai provato a cercarlo o a ricontattarlo; non ricordavo il perchè, ma solo di non averlo fatto.
Eppure, guardandolo in volto, non vidi alcuna traccia di rabbia o delusione, ma solo un sorriso genuino e calmo, come se non avessi fatto nulla di sbagliato.
In quasi sei anni Fyodor non era cambiato di una virgola.
Ci sedemmo sui gradini di una vecchia stazione abbandonata e per diversi minuti fra noi regno il silenzio.
«E' passato tanto tempo, vero? Cos'hai fatto in tutti questi anni?»
Presi a raccontargli dell'università, della facoltà di giurisprudenza, degli amici e del lavoro come cameriera che avevo trovato per riuscire a pagarmi gli studi, sciogliendomi sempre di più man mano che il tempo passava, come se dall'ultima volta in cui avevamo parlato così fossero passati solo pochi giorni.
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Lenore
ParanormalLenore si ritrova lontana da casa con i postumi di una sbornia, in piena notte e in una città che non conosce. Ed un incontro inaspettato non fa altro che rendere la situazione più strana ed inquietante. Semplicemente un tema che avevo scritto per l...
