PORTA 1:1,2,3: LA TUA VITA APPARTIENE A ME

4 0 0
                                    

Baltimora 1978.

La pompa regolava il suo respiro, quasi in sincronia con le tesserine metalliche della sveglia, compagne di vita insieme al pannello rotondo di metallo, giallastro, imbottito di gomma, che lo bloccava dal collo in giù, steso, all'interno del polmone di acciaio.

Lo specchio, sopra il viso, gli garantiva una visuale completa della camera da letto, ma Jerry preferiva le mappe dei paesi del mondo, che suo padre aveva appeso alle pareti.

Da una vetrata a quadri, vedeva un uccello azzurro su una quercia, che in vent'anni aveva superato la sua immobilità e la cornice della finestra. Il colore tenue del piumaggio indicava una femmina, pensò, anche se gli uccelli azzurri non erano tipici di Baltimora.

Dopo il tramonto, l'uccello volò via, lasciandolo addormentato, mentre il vento spingeva la pioggia contro il vetro.

Tre minuti passata la mezzanotte, un raggio di luna si fece strada su due piccole mani, che gli massaggiavano la fronte.

"Grazie mamma", mormorò nel dormiveglia: "Ogni sera, non vedo l'ora di questo momento".

Le dita si spostarono verso la nuca, accarezzandola delicatamente, per poi, all'improvviso, tirargli i capelli. Jerry cercò di aprire gli occhi, ma le palpebre non si muovevano. Un respiro pesante gli arrivò sul viso e un odore di fumo e aglio entrò nelle narici, lungo lo stomaco. La macchina spingeva sul torace, provocando un rigurgito, che la posizione supina e le due mani, che tenevano la testa immobilizzata, rendevano impossibile da espellere.

Le mani rilasciarono la testa e Jerry sentì di nuovo l'aria nei polmoni. Teneva gli occhi chiusi, fingendo di essere nel mezzo di un brutto sogno. Quando li aprì, un nano, calvo, con le gengive nere, penzolava dallo specchio, a testa in giù.

"Ti toglierò il respiro e, a poco a poco, ti ucciderò", ridacchiò il Nano, con le labbra tremanti di risentimento: "All'alba, la tua anima sarà mia e il tuo corpo rigido come una pietra tombale, più di quanto non ti sia già abituato", imprecò la creatura, attraverso i denti mancanti, deridendo l'incapacità di Jerry di muoversi.

La pelle del macabro essere si accese in un fuoco rosso, gli occhi si annerirono, a richiamare il colore della bocca, nella forma di un teschio. Una risata malvagia riecheggiò e Jerry fu lasciato solo, al centro della stanza, dentro la macchina, paralizzato.

Fuori dalla finestra, un corvo volò sulla quercia, cinguettando l' "Ave Maria di Schubert", in chiave sarcastica; fino al ritorno dell'uccello azzurro, che cacciò via il corvo e riprese la melodia, nella versione classica.

Jerry sentì il sangue scorrere nelle vene, i muscoli rinvigorirsi e iniziò a respirare, senza seguire il ritmo della pompa. Gli occhi dell'uccello azzurro, fissi su di lui, erano diventati gli occhi di una donna, il cui sguardo spezzò la macchina e, in pochi secondi, frantumò il metallo, dando a Jerry una forza mai avuta e un desiderio irresistibile di muoversi.

Appena i piedi nudi toccarono la moquette sul pavimento, si rese conto di essere alto almeno 1 metro e 85. Vedere tutto da un angolo verticale lo destabilizzò, più dell'effettiva mancanza di equilibrio sulle gambe. I muscoli erano ben definiti su tutto il corpo, sotto un pigiama degli Houston Oilers, che la squadra gli aveva regalato, pochi mesi prima.

Il cappellano della squadra, padre Luigi Contini, amico di famiglia di lunga data, era solito visitare Jerry e i genitori, ogni volta che si trovava nella costa orientale. Quell'anno, gli Oilers giocarono contro i Colts una partita di beneficenza, fuori stagione, e Padre Contini pensò che fosse l'occasione giusta per omaggiare Jerry.

Lo stesso Jerry aveva raggiunto un certo status di celebrità ed era spesso citato dai media locali e nazionali, perché molte organizzazioni gradivano essere associate a lui.

27 PorteDove le storie prendono vita. Scoprilo ora